L’economia spagnola è tutt’altro che rose e fiori: lo dimostrano i dati raccolti fino a questo momento, a partire da una produttività non sufficiente fino alle pressioni subite dal sistema previdenziale
La Spagna cresce più rapidamente delle altre grandi economie europee. Nel secondo trimestre del 2026 il Pil è aumentato dello 0,7% rispetto ai tre mesi precedenti e del 2,7% su base annua, superando ancora una volta le previsioni degli analisti. Una performance che contrasta con la stagnazione tedesca, la debolezza francese e la crescita più modesta dell’Italia. (Reuters)
Secondo la narrazione più diffusa, alla base del “miracolo spagnolo” ci sarebbe soprattutto la capacità del governo socialista di Pedro Sánchez di utilizzare l’immigrazione come motore demografico ed economico. La popolazione nata all’estero sarebbe passata, tra il 2022 e il 2025, da circa 7,5 a 9,5 milioni di persone. Nello stesso periodo, secondo BBVA Research, il Pil pro capite è cresciuto mediamente dell’1,8% l’anno e, assumendo per gli immigrati una produttività oraria analoga a quella degli spagnoli, l’immigrazione avrebbe generato quasi il 40% dell’incremento del Pil pro capite. (BBVA Research)
Il “Miracolo spagnolo” è un fuoco di paglia
Il Banco de España propone una stima più prudente ma comunque rilevante: tra il 2022 e il 2024 la popolazione straniera avrebbe contribuito direttamente per una quota compresa tra 0,4 e 0,7 punti percentuali alla crescita media annua del Pil pro capite, pari al 2,9%. (Banco de España) Altre elaborazioni attribuiscono agli immigrati circa tre quarti dell’aumento complessivo del Pil reale spagnolo dal 2018, oltre a quasi tutta la crescita della popolazione attiva. (El País)
I dati, dunque, non consentono di negare che l’immigrazione abbia sostenuto la crescita. Consentono però di porre una domanda diversa: che tipo di crescita è stata prodotta? Aumentare il Pil facendo aumentare rapidamente il numero degli abitanti non significa necessariamente rendere il Paese più produttivo, più ricco o più competitivo. Significa, in primo luogo, sommare nuovi lavoratori, nuovi consumatori e nuovi contribuenti. È una crescita estensiva, basata sulla quantità di lavoro disponibile, non necessariamente sull’aumento del valore prodotto da ciascun lavoratore.
Altro che progressi, siamo davanti alla regressione iberica
La Spagna resta infatti sotto la media europea per reddito reale. Nel 2025 il Pil pro capite espresso a parità di potere d’acquisto era fermo al 92% della media dell’Unione europea. Il Pil pro capite nominale era pari a 34.210 euro, nonostante anni di crescita superiore a quella dell’Eurozona. (INE) È questo il primo limite del modello: il prodotto complessivo cresce molto più facilmente del benessere individuale. Se la popolazione aumenta rapidamente e i nuovi occupati si concentrano nei comparti meno produttivi, il Paese può mostrare percentuali elevate di crescita del Pil senza recuperare realmente il divario di produttività e di reddito con il Nord Europa.
Il secondo limite riguarda la struttura dell’occupazione. Una parte significativa dei nuovi lavoratori viene assorbita dal turismo, dalla ristorazione, dall’edilizia, dall’assistenza domestica, dall’agricoltura e dai servizi a bassa qualificazione. Sono settori importanti, ma caratterizzati spesso da salari contenuti, stagionalità, elevato ricambio e valore aggiunto per addetto relativamente basso. Nel 2026 la crescita spagnola continua inoltre a essere sostenuta da flussi turistici eccezionali, rendendo il Paese vulnerabile a recessioni internazionali, crisi energetiche, instabilità geopolitiche o riduzioni della mobilità. (Reuters)
Produttività insufficiente
Non è un caso che lo stesso Banco de España abbia individuato nella produttività e nella dimensione insufficiente delle imprese due delle principali debolezze strutturali dell’economia nazionale. La crescita dell’occupazione, osserva l’istituto centrale, è stata più intensa in termini di persone occupate che di ore effettivamente lavorate. (Banco de España) Il terzo problema è il mercato del lavoro. Nonostante il boom, il tasso di disoccupazione spagnolo resta attorno al 10,5%, quasi il doppio della media europea. (Economy and Finance) Il dato generale nasconde inoltre forti differenze: gli immigrati, in particolare quelli provenienti da Paesi extraeuropei, presentano livelli di disoccupazione sensibilmente superiori a quelli dei nativi. Tra le donne provenienti da Paesi non appartenenti all’Unione europea, nel 2025 la disoccupazione media ha raggiunto il 22,3%. (Employment, Social Affairs and Inclusion)
Questo significa che una politica basata sull’ingresso continuo di nuova forza lavoro non elimina automaticamente gli squilibri. Può, al contrario, creare un bacino crescente di persone occupate in maniera discontinua, sottoccupate o escluse dal mercato, aumentando la domanda di trasferimenti, servizi sociali, sanità, scuola, trasporti e abitazioni. Ed è proprio la casa il punto nel quale le contraddizioni del modello sono già esplose. La popolazione spagnola ha superato i 49,6 milioni di abitanti e continua a crescere quasi esclusivamente grazie ai flussi dall’estero. Nel solo primo trimestre del 2026 l’aumento è stato di circa 97 mila residenti. (INE) Ma l’offerta abitativa non è cresciuta allo stesso ritmo.
Fragilità economica e finanziaria
Secondo le stime riportate nel dibattito economico spagnolo, negli ultimi dieci anni si sarebbe accumulato un deficit di circa 700 mila abitazioni rispetto alla domanda. (Financial Times) Il Banco de España descrive un mercato caratterizzato da domanda in forte aumento e prezzi crescenti, soprattutto nelle grandi città, nelle aree turistiche e nelle regioni che ricevono più immigrati. (Banco de España) Il risultato è che una parte della crescita prodotta dall’aumento della popolazione viene assorbita dall’incremento degli affitti, dal sovraffollamento, dalla riduzione degli spazi disponibili e dalla pressione sui servizi pubblici. Il Pil aumenta, ma anche il costo della vita. La domanda cresce più rapidamente dell’offerta e trasferisce ricchezza verso chi possiede immobili, mentre penalizza giovani, lavoratori a basso reddito e nuovi arrivati.
A questa fragilità economica si aggiunge quella finanziaria. Il debito pubblico spagnolo era ancora pari al 100,7% del Pil alla fine del 2025. La Commissione europea prevede una discesa sotto il 100%, ma il miglioramento dipende in parte dal mantenimento di una crescita nominale robusta, dall’inflazione e dall’impiego dei fondi europei del Recovery Fund. (Economy and Finance)
Il sistema previdenziale subisce una pressione crescente
Il sistema previdenziale resta inoltre sottoposto a una pressione crescente. L’immigrazione può rallentare l’invecchiamento e aumentare temporaneamente il numero dei contributori, ma non risolve automaticamente il problema pensionistico. Gli immigrati diventano a loro volta anziani e maturano diritti previdenziali. La stessa autorità fiscale indipendente spagnola, AIReF, ha avvertito che il rispetto formale della regola sulla spesa pensionistica non garantisce la sostenibilità del sistema nel lungo periodo. (Airef) Il vero elemento di insostenibilità è però la dipendenza del modello da flussi che Madrid non controlla integralmente. Se una quota rilevante della crescita, dell’occupazione e dei contributi sociali dipende dall’ingresso continuativo di centinaia di migliaia di persone, la frontiera diventa una componente della politica economica.
Ma una politica economica affidata alla stabilità dei rapporti con il Marocco, alle rotte dei trafficanti, alle crisi africane e alle aspettative generate dalle regolarizzazioni è per definizione esposta a shock esogeni. La crisi di Ceuta lo ha dimostrato con una brutalità difficilmente contestabile. Tra il 30 e il 31 luglio 2026 almeno 50 mila persone hanno attraversato in poche ore il confine tra il Marocco e l’enclave spagnola; le autorità locali hanno stimato fino a 60 mila ingressi, equivalenti a circa il 70% dell’intera popolazione di Ceuta. Il governo ha ammesso di non avere previsto l’evento e ha dovuto dispiegare esercito, Guardia Civil e dispositivi straordinari. (Reuters)
Il tema della sanatoria dei migranti
Non si tratta di confondere il lavoratore immigrato regolarmente inserito con chi attraversa illegalmente una frontiera. Si tratta di riconoscere che una politica fondata sulla necessità permanente di nuova manodopera genera inevitabilmente un segnale di attrazione, alimenta aspettative e rende più difficile distinguere tra immigrazione selezionata, ricongiungimenti, richieste di protezione e movimenti irregolari di massa.
La recente regolarizzazione straordinaria ha ricevuto oltre un milione di domande, il doppio delle stime iniziali del governo. (Le Monde.fr) Anche supponendo che la sanatoria faccia emergere lavoro già esistente, il divario tra previsioni e richieste mostra quanto poco lo Stato conosca realmente la consistenza della popolazione irregolare e quanto sia complesso governare un sistema di queste dimensioni. Il modello spagnolo non è quindi un miracolo, ma una scommessa. Funziona finché arrivano lavoratori, turisti, capitali, fondi europei ed energia a prezzi sostenibili; finché il Marocco collabora nel controllo delle frontiere; finché le città riescono ad assorbire nuovi residenti e finché la crescita del Pil copre l’aumento della spesa sociale e del debito.
I punti deboli dell’economia spagnola sono ben chiari
Ma un’economia davvero solida dovrebbe crescere aumentando produttività, innovazione, salari reali, capitale umano e offerta abitativa. Utilizzare l’immigrazione per compensare la denatalità e alimentare i consumi può produrre risultati immediati. Trasformarla nel principale combustibile della crescita significa invece costruire un sistema che ha bisogno di espandersi continuamente per non mostrare le proprie debolezze.
Ceuta ha ricordato che i flussi migratori non sono una variabile docile di un modello econometrico. Possono cambiare improvvisamente per una crisi diplomatica, una guerra, una carestia, una decisione di Rabat o una notizia diffusa sui social network. Quando questo accade, la crescita celebrata come modello europeo rivela la propria natura: non una struttura autosufficiente, ma un equilibrio precario, dipendente da fattori che la Spagna non è in grado di controllare.
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Villy De Luca
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