L’economia italiana vista al contrario


Nove convinzioni errate che ci impediscono di capire qual è il vero potenziale del Paese (e come sbloccarlo).

Da trent’anni, l’Italia ha un problema economico che precede quasi tutti gli altri: fatica a guardarsi allo specchio. Ci raccontiamo storie rassicuranti. Siamo il Paese più bello del mondo, una superpotenza dell’export, la patria delle piccole imprese che tutti ci invidiano. Se cresciamo poco, è colpa della burocrazia, dell’evasione, delle tasse, dell’Europa, della mancanza di investimenti o dei salari troppo bassi. C’è sempre una spiegazione. E quasi sempre ci impedisce di capire i veri cambiamenti necessari. Il problema è che dietro queste mezze verità si nascondono proprio le nostre maggiori opportunità. Le bugie che ci raccontiamo non nascondono soltanto i problemi, nascondono le leve della crescita: eccone nove.

1. Siamo una superpotenza del turismo

Ma quanto valore riusciamo davvero a estrarne? L’Italia è uno dei Paesi più desiderati e visitati del mondo. Ma possedere una straordinaria ricchezza turistica non significa automaticamente riuscire a trasformarla in altrettanta ricchezza economica. La classifica che conta non è soltanto quella degli arrivi, ma quella delle entrate generate dai visitatori stranieri. Ed è qui che emerge un dato sorprendente per molti. Nel 2024 l’Italia, nonostante i suoi record turistici, era solamente quinta al mondo per entrate turistiche internazionali. Nel 2025 è stata raggiunta e superata persino dal Giappone: circa 64 miliardi di dollari di entrate da visitatori internazionali contro 61,4 miliardi dell’Italia, che ci ha fatto scendere al sesto posto. Davanti a noi ci sono Stati Uniti, Spagna, Regno Unito, Francia e ora, quindi, anche il Giappone. Ma il confronto più impressionante resta quello con la Spagna. Nel 2025 la Spagna ha incassato circa 114 miliardi di dollari dal turismo internazionale, contro i 61 miliardi dell’Italia: quasi il doppio. E la Francia ha raggiunto circa 84 miliardi.

Non stiamo dunque parlando di un Paese che deve scoprire il turismo. Stiamo parlando di uno dei Paesi turisticamente più forti del pianeta che non riesce a trasformare la propria attrattività in valore economico come i suoi concorrenti. E questa sarebbe una vera miniera di valore ‘a cielo aperto’. Non necessariamente più turisti, ma più valore per turista: permanenze più lunghe, maggiore spesa, offerta di fascia alta, servizi, esperienze, cultura meglio monetizzata, destinazioni meno congestionate e più diffuse sul territorio, maggiore destagionalizzazione. Il problema italiano non è attirare il mondo. Il mondo è già attirato dall’Italia. Il problema è quanto valore riusciamo a creare e trattenere quando il mondo arriva qui. E c’è un’ulteriore conseguenza che spesso dimentichiamo: la spesa dei turisti stranieri in Italia viene contabilizzata come esportazione di servizi. Migliorare la capacità di monetizzare il turismo significa quindi anche migliorare direttamente la nostra debole posizione nell’export mondiale di servizi.

2. Siamo una superpotenza dell’export

Vero. Ma solamente nelle merci. L’Italia sa esportare. E molto bene. Nel 2025, si conferma al quinto posto mondiale nell’export di merci. Ma quando passiamo ai servizi, il quadro cambia radicalmente: con circa 167 miliardi di dollari di esportazioni, l’Italia si colloca soltanto al 14° posto mondiale. Un dato che sembra quasi impossibile per un Paese come il nostro, soprattutto considerando che in questa classifica è già compreso il turismo internazionale: la spesa dei visitatori stranieri in Italia viene infatti contabilizzata come esportazione di servizi e nel 2025 la voce travel rappresenta addirittura circa il 39% di tutto il nostro export di servizi commerciali. Nonostante il contributo enorme del turismo, dunque, nei servizi restiamo soltanto quattordicesimi al mondo. Il confronto con le merci rende evidente la nostra anomalia: siamo ai vertici mondiali quando esportiamo macchinari, farmaci, alimentare, moda, arredamento e componentistica, ma perdiamo molte posizioni quando il valore assume la forma di software, dati, progettazione, consulenza, servizi finanziari e professionali, proprietà intellettuale e altri servizi avanzati. Considerando insieme merci e servizi, l’Italia può essere stimata attorno alla decima posizione mondiale. In sintesi, tre numeri raccontano bene la struttura del nostro export: circa 5ª nelle merci, circa 10ª nel totale merci più servizi, ma soltanto 14ª nei servizi, nonostante questi comprendano già il turismo.

Ed è proprio qui che si nasconde una grande leva di crescita. Non dobbiamo esportare meno prodotti. Dobbiamo esportare più valore attorno ai prodotti che già sappiamo vendere al mondo. Servizi insieme alle macchine, software, dati e manutenzione predittiva insieme agli impianti, progettazione insieme alla produzione, servizi digitali, piattaforme e relazione con il cliente insieme alla produzione. La prossima frontiera dell’export italiano non dovrebbe essere la sostituzione dei prodotti con i servizi, ma saper utilizzare la nostra straordinaria forza manifatturiera come piattaforma per sviluppare ed esportare molti più servizi ad alto valore aggiunto. Non meno Made in Italy, ma molto più valore intorno al Made in Italy.

3. Piccolo è bello

Può esserlo. Ma soltanto se piccolo non significa ‘essere soli’. Il 94% circa delle imprese italiane ha meno di dieci addetti (secondo il Ministero delle Imprese e del Made in Italy). Consideriamo questa struttura un grande valore della nostra economia, e lo è. Sicuramente non è un handicap: alcune delle eccellenze italiane sono nate proprio dalla specializzazione delle piccole imprese . Motor Valley, il packaging emiliano, il biomedicale di Mirandola e molti distretti industriali dimostrano che un’impresa può rimanere relativamente piccola e accedere comunque a capacità enormemente superiori alle proprie dimensioni.

La parola chiave per riuscire a mantenere il valore di questa struttura nella nuova realtà globalizzata e digitalizzata è riuscire a far evolvere tale struttura verso ‘ecosistemi olonici’, superando la vecchia logica del distretto geografico: imprese autonome, specializzate e imprenditoriali che funzionano però come parti di un sistema più grande, condividendo ricerca, tecnologie, competenze, infrastrutture, formazione, dati, mercati e servizi. Il problema italiano non è avere troppe PMI, ma avere troppe PMI isolate. La leva consiste nel dare alle piccole imprese capacità di scala senza obbligarle necessariamente ad aumentare significativamente le loro dimensioni. Reti, piattaforme, competence center, servizi condivisi, filiere digitali e aggregazioni possono consentire a un’impresa di cinquanta persone di accedere a capacità da grande impresa.

4. Il problema dell’Italia è la produttività

Vero. Ma continuiamo a guardare soprattutto l’efficienza. La produttività del lavoro è il rapporto tra ciò che produciamo e le ore necessarie per produrlo. E i dati più recenti non lasciano molto spazio alle interpretazioni: secondo le prime stime dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Ocse), nel 2025 il Pil per ora lavorata in Italia è rimasto sostanzialmente fermo o è diminuito, mentre nell’Unione europea è cresciuto mediamente dell’1,4%. Non è un incidente contingente, è la continuazione di un problema che dura da decenni. Nel 2024 la produttività italiana era già diminuita dell’1,4% sempre secondo Ocse; l’Istat, invece, utilizzando il valore aggiunto per ora lavorata nei settori di mercato, registra una contrazione dell’1,9%. E nel lunghissimo periodo la distanza accumulata rispetto ai principali concorrenti europei è enorme.

Ma il punto decisivo è capire che cosa c’è dentro quella frazione. Quando parliamo di produttività tendiamo quasi automaticamente a guardare il denominatore: ore lavorate, costi, efficienza, automazione, persone necessarie per produrre una determinata quantità di beni. Come fare la stessa cosa più velocemente e con meno risorse. È necessario, ma non basta. Il vero problema italiano è anche, e forse soprattutto, il numeratore: il valore che riusciamo a generare in ogni ora di lavoro. Possiamo rendere una fabbrica molto più efficiente, ma se continuiamo a produrre beni e servizi relativamente poco differenziati, con poco software, pochi servizi, scarso controllo del cliente finale e una posizione debole nelle parti più remunerative della catena del valore, avremo migliorato l’efficienza senza aver cambiato abbastanza il valore prodotto. La produttività non cresce soltanto facendo le stesse cose con meno lavoro. Cresce anche facendo cose che valgono di più: prodotti più sofisticati, servizi avanzati, software, dati, brand, progettazione, assistenza, proprietà intellettuale, nuovi modelli di business e maggiore controllo della relazione con il cliente. È qui che la discussione italiana sulla produttività deve cambiare prospettiva. Non soltanto ridurre il denominatore. Aumentare il numeratore. Non soltanto produrre meglio: produrre più valore.

5. Se eliminassimo l’evasione, avremmo risolto il problema della crescita

No. Avremmo soprattutto un Paese più equo (ma non più Pil). L’evasione è un problema enorme e va combattuta. Ma occorre evitare un equivoco economico. Il valore prodotto dall’economia sommersa viene già stimato dall’Istat ed è già incluso nel Pil: nel 2023 l’economia non osservata valeva circa 217 miliardi, il 10,2% del prodotto nazionale. Far emergere un’attività dal nero non significa quindi aggiungere automaticamente quello stesso valore al Pil: significa soprattutto trasformare reddito nascosto in reddito dichiarato e imponibile. E non possiamo neppure immaginare che tutto il gettito recuperato possa semplicemente aggiungersi alla pressione fiscale esistente.

Nel 2024 entrate fiscali e contributive italiane erano già pari al 42,8% del Pil, contro una media Ocse del 34,1%: il quarto valore più alto fra i 38 Paesi dell’organizzazione. La vera ragione per combattere l’evasione è quindi anche un’altra: equità. Se tutti pagassero ciò che devono, potremmo distribuire diversamente il carico tra lavoro dipendente, imprese, autonomi e contribuenti, riducendolo dove oggi è eccessivo. Recuperare evasione dovrebbe servire soprattutto a pagare tutti meno e più equamente, non a immaginare uno Stato che incassa indefinitamente di più.

6. Per aumentare la produttività occorre investire in automazione e tecnologia

È un modo vecchio di pensare che ci ha impedito di crescere. Industria 4.0 ci ha abituati a pensare al digitale come strumento per automatizzare: stesso prodotto, meno ore; stesso processo, meno costi, più qualità e meno tempi. È utile, ma non è lì che si trova la maggiore opportunità. Digitale e intelligenza artificiale devono servire soprattutto ad aumentare il numeratore della produttività: il valore della nostra offerta. Incorporare software nei prodotti, trasformare macchine in servizi, utilizzare dati per manutenzione predittiva e personalizzazione, costruire piattaforme, offrire servizi digitali ricorrenti, sviluppare nuovi modelli di business.

Una macchina venduta una volta produce un margine. Una macchina con software, dati, assistenza remota, aggiornamenti e servizi può produrre una relazione economica per dieci anni. La domanda decisiva per l’Intelligenza Artificiale (AI) italiana non dovrebbe quindi essere soltanto ‘quante persone possiamo risparmiare?’, ma ‘che cosa possiamo vendere domani che ieri non eravamo in grado di offrire?’. Usare l’AI soltanto per tagliare costi significa utilizzare la tecnologia del futuro per difendere il modello di business del passato.

7. Siamo sottopagati

Sì, rispetto ai tedeschi e ad altri Paesi, ma non rispetto al valore che produciamo. Nel 2025 la retribuzione media annua calcolata dall’Ocse è nell’ordine dei 34.700 euro in Italia, contro circa 54.800 in Germania e 44.300 in Francia. È un divario enorme. Ma anche il valore generato dai nostri posti di lavoro è molto più basso. Nel lungo periodo un salario non può essere separato dal valore aggiunto generato dal posto di lavoro che lo paga. Se un’attività produce poco valore, lo spazio disponibile per dividerlo tra salari, profitti, investimenti e imposte sarà inevitabilmente minore.

Questo spiega un apparente paradosso: rapportati al nostro livello di reddito e di Pil pro capite, i salari italiani sono in proporzione molto simili a quelli di Germania o Francia. Il problema fondamentale non è soltanto come distribuiamo il valore, ma quanto valore abbiamo da distribuire. La leva salariale più potente è quindi creare più posti ad alto valore aggiunto. Se vogliamo salari tedeschi, dobbiamo aumentare il valore di ciò che produciamo in modo di generare lo stesso valore tedesco per occupato. Altrimenti discuteremo per altri vent’anni di come dividere meglio una torta che non cresce.

8. Per ridurre la povertà basta aumentare i salari

No: bisogna aumentare anche il lavoro. La povertà italiana non è soltanto un problema di quanto viene pagato chi lavora. È anche, e in molti casi soprattutto, un problema di quanto poco si lavora all’interno di molte famiglie. I dati più recenti lo mostrano con particolare chiarezza. Nel 2025 circa 3,9 milioni di italiani vivevano in famiglie a bassa intensità di lavoro, cioè nuclei nei quali i componenti in età lavorativa avevano lavorato meno di un quinto del tempo potenzialmente disponibile. La buona notizia è che la loro quota è scesa dal 9,2% del 2024 all’8,2% del 2025. E Istat collega esplicitamente questo miglioramento alla crescita dell’occupazione. È un dato fondamentale perché ci dice che, quando aumenta il numero delle persone che lavorano, non cresce soltanto il Pil: cambia direttamente la condizione economica delle famiglie.

Naturalmente esiste anche la povertà di chi lavora. Nel 2025 il 10,2% degli occupati tra 18 e 64 anni era a rischio di povertà lavorativa. Ma anche qui bisogna leggere bene il dato. La probabilità di essere poveri dipende moltissimo non soltanto dalla retribuzione individuale, ma dalla composizione della famiglia e dal numero di persone che portano a casa un reddito. Nei nuclei con un solo percettore di reddito il rischio di povertà lavorativa raggiunge il 20,4%; in quelli con tre o più percettori scende al 5,7%. Quattro volte meno. È difficile trovare un numero che spieghi meglio la questione. Il salario conta, ma conta enormemente anche quante persone lavorano dentro una famiglia.

Per questo la politica contro la povertà non può essere soltanto redistributiva. Deve essere anche una politica del lavoro: più partecipazione femminile, più giovani occupati, più persone che passano dall’inattività all’occupazione, più possibilità di lavorare nei territori nei quali oggi il lavoro manca. La crescita dell’occupazione degli ultimi anni ci offre già una piccola dimostrazione: nel 2025 la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa al 22,6%, dal 23,1% dell’anno precedente, e Istat attribuisce parte del miglioramento proprio alla riduzione della bassa intensità lavorativa. La leva, dunque, è doppia: far guadagnare di più chi lavora e far lavorare più persone. Se facciamo soltanto la prima cosa, lasciamo inutilizzata una parte enorme della nostra miniera di valore

9. Il salario minimo ridurrebbe la povertà

Sì, ma molto meno di quanto si pensa. È uno degli equivoci più frequenti nel dibattito economico: confondere basso salario individuale e povertà familiare. Sono due fenomeni collegati, ma non sono la stessa cosa. Il dato Istat del 2025 è quasi sorprendente: tra gli occupati a basso reddito, soltanto il 36,6% è a rischio di povertà lavorativa. Significa che quasi due lavoratori a basso reddito su tre non sono poveri secondo l’indicatore familiare. Come è possibile?

Perché la povertà non dipende soltanto dalla paga oraria di una persona, ma dal reddito complessivo e dalla composizione della famiglia. Un giovane che guadagna poco ma vive con due genitori occupati può essere un lavoratore a basso salario senza appartenere a una famiglia povera. Al contrario, una persona con una retribuzione non particolarmente bassa può trovarsi in difficoltà se con quel reddito deve mantenere da sola una famiglia numerosa. Lo stesso fenomeno emerge osservando le donne. Istat rileva che, nonostante abbiano una probabilità maggiore di avere un lavoro a basso reddito, nel 2025 presentavano un rischio di povertà lavorativa dell’8,2%, contro l’11,7% degli uomini. Una delle spiegazioni indicate dall’Istituto è proprio il fatto che frequentemente le donne sono seconde percettrici di reddito all’interno della famiglia. Questo non significa affatto che i bassi salari non siano un problema. Lo sono. Un salario minimo può alzare il pavimento delle retribuzioni, proteggere i lavoratori con minore potere contrattuale e comprimere la parte più bassa della distribuzione salariale. Ma ridurre i bassi salari e ridurre la povertà non sono la stessa politica.

Se aumentiamo la paga di un lavoratore a basso reddito che appartiene a una famiglia non povera, abbiamo migliorato (giustamente) la sua retribuzione, ma non abbiamo ridotto statisticamente la povertà. Se invece una famiglia povera non ha un numero sufficiente di componenti occupati, aumentare il salario minimo può non raggiungerla affatto.. I dati del 2025 ci dicono contemporaneamente che quasi due terzi dei lavoratori a basso reddito non sono a rischio di povertà lavorativa e che quasi 3,9 milioni di persone vivono ancora in famiglie a bassa intensità di lavoro. Sono due numeri che dovrebbero cambiare il modo in cui discutiamo il problema. C’è poi un’altra questione che non possiamo separare dal resto di questo ragionamento: chi paga l’aumento dei salari?

Nel lungo periodo salari più elevati diventano economicamente sostenibili soprattutto quando cresce il valore generato dal lavoro. Se imponiamo una retribuzione superiore al valore che determinate attività riescono a produrre, l’aggiustamento può avvenire attraverso margini più bassi, prezzi più alti, meno ore lavorate, minore occupazione o maggiore irregolarità. Quanto pesi ciascuno di questi effetti dipende naturalmente dal livello a cui viene fissato il minimo, dai settori, dai territori e dalle condizioni del mercato del lavoro. E questo ci riporta al filo rosso di tutto il ragionamento: il numeratore. L’obiettivo non dovrebbe essere scegliere tra salari più alti e maggiore occupazione. Dovrebbe essere creare le condizioni economiche perché possiamo avere entrambe le cose: imprese capaci di generare più valore, lavori a maggiore produttività, salari più elevati e molte più persone occupate. Il salario minimo può quindi essere uno strumento per intervenire sui salari troppo bassi. Ma non può sostituire una politica contro la povertà, perché la povertà dipende anche, e fortemente, dalla quantità di lavoro disponibile all’interno della famiglia. La formula da ricordare è semplice: per ridurre la povertà servono salari migliori, ma servono soprattutto più persone al lavoro e lavori capaci di generare più valore.

Possedere non vuol dire valorizzare

In conclusione, non dobbiamo rinnegare turismo, manifattura, PMI o tecnologia. Dobbiamo smettere di celebrarli come se il semplice fatto di possederli producesse automaticamente ricchezza. Possedere una risorsa non significa saperne estrarre valore. Abbiamo turisti, ma la Spagna ne ricava più del doppio. Abbiamo una grande manifattura, ma siamo molto più indietro nei servizi. Abbiamo milioni di PMI, ma troppe non accedono alle capacità degli ecosistemi migliori. Abbiamo investito in tecnologia, ma troppo spesso per risparmiare lavoro invece che per creare nuove offerte. Abbiamo persone che lavorano molte ore, ma ogni ora genera meno valore. Abbiamo salari bassi perché abbiamo anche troppi posti di lavoro a basso valore. Le bugie che ci raccontiamo non nascondono soltanto i problemi. Nascondono le nostre maggiori miniere di crescita. La ripresa italiana non comincerà quando troveremo l’ennesimo incentivo. Comincerà quando smetteremo di chiederci soltanto come produrre di più con ciò che abbiamo e inizieremo a chiederci come ricavare molto più valore da ciò che sappiamo già fare. Perché il contrario del declino non è l’ottimismo. È la capacità di vedere il valore che abbiamo davanti e che ancora non sappiamo catturare.


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