Dissesto idrogeologico, il richiamo della Corte dei Conti: solo un cantiere su quattro è finito


Oltre 28 mila interventi censiti, ma soltanto uno su quattro è concluso. Non solo. Tra le opere già finanziate è stato speso appena il 41,3% dei soldi messi a disposizione. Il problema italiano del dissesto idrogeologico non sembra essere soltanto la disponibilità di denaro. È soprattutto la difficoltà di trasformare le risorse stanziate in interventi realizzati sul territorio. È questo uno dei messaggi più significativi del “Referto sulla gestione territoriale della prevenzione, mitigazione e contrasto del dissesto idrogeologico”, approvato dalla Corte dei Conti e trasmesso al Parlamento. Il documento di 276 pagine è una vera e propria fotografia scattata dai magistrati da nord a sud e che mette in evidenza il divario tra le risorse messe in campo e la capacità di trasformarle rapidamente in cantieri conclusi. Per la prima volta l’analisi delle risorse e dei progetti s’incrocia con i dati messi a disposizione dagli esperti di Ispra, IdroGeo, ReNDIS (Il Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo) e BDAP-MOP, la banca dati che permette di seguire l’avanzamento finanziario degli investimenti. In questo modo la magistratura contabile ha seguito sia il percorso degli indicatori di rischio sia l’andamento dei progetti.

La mappa dell’esposizione al rischio

La Corte dei Conti è chiara: negli anni sono aumentati gli strumenti normativi e le risorse disponibili sia dai fondi Pnrr che dal programma ProteggItalia, ma non altrettanto la capacità del sistema pubblico di programmare i cantieri nelle zone più a rischio. Rimane infatti un divario tra risorse mobilitate, spesa effettivamente sostenute e opere portate a termine. In molti casi i cantieri (finanziati) non sono stati nemmeno aperti, rimangono nelle fasi preliminari.

Il rapporto parte dalla geografia del rischio elaborata utilizzando i dati della piattaforma IdroGEO e del Rapporto Ispra 2024. Ne emerge un territorio nel quale il dissesto non rappresenta un fenomeno circoscritto a poche aree fragili. Oltre la metà dei Comuni italiani presenta sia condizioni di rischio idraulico e da frana. Il rischio idraulico interessa soprattutto pianure e territori attraversati dai principali sistemi fluviali; quello da frana si concentra nelle aree montane alpine e appenniniche. Nel Centro e in buona parte del Mezzogiorno le due condizioni tendono invece a sovrapporsi.

La Corte introduce però una distinzione importante: non basta sapere che un territorio è interessato da un rischio. Per programmare correttamente gli investimenti occorre valutarne l’intensità e soprattutto l’esposizione di popolazione, edifici, attività economiche e patrimonio culturale. Non più quindi una semplice mappa della pericolosità, ma una valutazione dell’esposizione del rischio che dovrebbe diventare uno dei criteri centrali per stabilire dove concentrare gli investimenti pubblici.

28 mila interventi, ma solo il 27% è concluso

La fotografia degli interventi arriva soprattutto da ReNDiS, il Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo. La banca dati contiene 28.276 interventi o lotti.

La distribuzione geografica mostra una prevalenza del Nord, dove si concentra circa il 46% dei progetti e il 40% dei finanziamenti, soprattutto in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna. Seguono il Sud con il 31% delle risorse, il Centro con il 16% e le Isole con il 13%.

Per 9.161 interventi, pari al 27% del totale, la tipologia di dissesto risulta infatti “non definita”. Inoltre circa il 32% delle opere è ancora da avviare oppure non risulta monitorato, mentre soltanto il 27% è classificato come concluso.

Su 3,17 miliardi speso il 41%

Il problema emerge ancora più chiaramente quando si passa all’analisi dei dati finanziari. L’incrocio con la banca dati BDAP-MOP ha permesso di osservare l’andamento di 5.463 interventi, per un finanziamento complessivo di 3,174 miliardi di euro. Di tutte queste risorse i pagamenti effettuati raggiungono circa 1,312 miliardi: il 41,32%. E non è solo una questione contabile. Perché se si guarda le due categorie che rappresentano il cuore delle politiche di prevenzione, si nota che per gli interventi contro le alluvioni risultano finanziati circa 1,138 miliardi, ma l’avanzamento si ferma al 38,62%. Per le frane, a fronte di quasi 788 milioni, la realizzazione finanziaria è intorno al 40,05%. Insieme, alluvioni e frane assorbono oltre il 60% delle risorse analizzate. I ritardi proprio in queste due categorie finiscono quindi per condizionare l’efficacia complessiva della politica nazionale contro il dissesto.

I soldi stanziati dal Pnrr

Anche il Pnrr emerge un quadro nel quale l’avanzamento finanziario non coincide con quello della spesa effettiva, La corte ha esaminato 1.350 progetti per un valore di 1,9 miliardi di euro. Gli impegni di spesa hanno raggiunto il 79% delle risorse, mentre i pagamenti realmente effettuati verso le ditte per i lavori si fermano al 44%. Il Mezzogiorno concentra poco meno del 44% dei progetti ma oltre il 58% del loro valore complessivo, superiore a 1,3 miliardi. Gli enti attuatori hanno inoltre anticipato circa 298 milioni di risorse proprie.

La frammentazione istituzionale

La questione fondamentale però non è solo contabile è anche istituzionale. La Corte segnala infatti tra le criticità anche la frammentazione delle competenze che porta alla mancata completezza dei dati e la difficoltà di di ricostruire in maniera unitaria il ciclo di vita degli investimenti, La politica contro il dissesto coinvolge infatti una pluralità di soggetti: Ministero dell’Ambiente, Ministero dell’Interno, Ministero dell’Agricoltura, Regioni, Presidenti regionali nella veste commissariale, Autorità di bacino ed enti locali. A questi si aggiungono Conferenze Stato-Regioni, Stato-Città, strutture delle Autorità di bacino, commissari e ulteriori sedi di concertazione. Il risultato è un sistema nel quale molti soggetti hanno competenze, risorse e poteri decisionali autonomi, mentre gli strumenti di coordinamento faticano a ricondurre il processo a una direzione unitaria.

La frammentazione istituzionale si accompagna secondo i magistrati anche ad altri problemi che accomunano molte politiche pubbliche locali, soprattutto quelle più piccole: la carenza di personale qualificato che incide sulla qualità dei progetti, sulla possibilità di renderli rapidamente cantierabili e quindi sulla capacità di spendere le risorse nei tempi previsti. La presenza di finanziamenti, da sola, non garantisce dunque la sicurezza del territorio. Servono amministrazioni capaci di progettare, affidare, dirigere e monitorare gli interventi.

Ma perché è così difficile programmare

Su un punto non ci sono dubbi: la prevenzione dovrebbe rappresentare il cuore della politica contro il dissesto tramite la manutenzione del territorio e dei corsi d’acqua, il consolidamento dei versanti, la riduzione dell’esposizione, la creazione di infrastrutture verdi, la pianificazione urbanistica coerente con le mappe del rischio e adattamento ai cambiamenti climatici. Ma la Corte nel dossier inviato al Parlamento descrive un sistema nel quale il susseguirsi delle emergenze tende a interrompere continuamente il normale ciclo della programmazione. L’urgenza finisce così per sostituire la pianificazione e le calamità diventano uno dei principali fattori attraverso i quali vengono deviate le risorse. Si determina quindi un circolo difficile da spezzare: si investe dopo gli eventi mentre si fatica a costruire una politica ordinaria e continuativa di prevenzione.

Secondo la Corte dei Conti dunque le risorse da sole non bastano serve un rafforzamento del coordinamento istituzionale, la semplificazione dei processi decisionali, il potenziamento delle competenze tecniche delle amministrazioni territoriali e una maggiore interoperabilità delle banche dati. Una linea consigliata è quella di aprire i cantieri in base alla priorità. Grazie ai dati Ispra e ReNDiS siamo in grado di mettere insieme pericolosità territoriale ed esposizione di popolazione, edifici, imprese e beni culturali: il rischio è il criterio con cui decidere quali interventi finanziare per primi e dove realizzarli. È una questione di sicurezza delle persone.


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