I recenti conflitti hanno riportato al centro il tema della sicurezza energetica. Quali sono oggi i principali rischi per i mercati?
«All’inizio dell’anno avevamo elaborato i nostri scenari ipotizzando una crescita moderata dell’economia mondiale, senza prevedere né una forte accelerazione né una recessione. Lo shock energetico legato al petrolio ha in parte modificato questo quadro, ma con effetti molto diversi a seconda delle aree geografiche.
Negli Stati Uniti continuiamo a osservare un’economia resiliente, capace di assorbire gli shock meglio di altre regioni del mondo. Le prospettive di crescita sono state leggermente riviste al ribasso, ma restano positive. Diversa è la situazione in Europa, dove il tema energetico pesa maggiormente e dove gli investimenti nella difesa e nelle infrastrutture richiederanno tempo prima di tradursi in un effettivo impulso alla crescita.
In sintesi, il petrolio rappresenta certamente un fattore di rischio, ma non riteniamo che possa provocare una crisi paragonabile a quelle del passato. Per questo continuiamo a guardare con fiducia all’economia mondiale, pur mantenendo un approccio improntato alla prudenza».
Quanto durerà questa fase di tensione sul mercato dell’energia?
«È difficile formulare previsioni precise. Nelle prime fasi di una crisi i mercati tendono a reagire in modo emotivo, per poi ricalibrare progressivamente le proprie aspettative.
Per quanto riguarda il petrolio, occorre considerare sia l’offerta sia la domanda. Diversi Paesi produttori dispongono ancora di capacità produttive inutilizzate, mentre la domanda mondiale appare meno dinamica rispetto al passato. La Cina, ad esempio, sta riducendo gradualmente la propria dipendenza dal petrolio grazie all’elettrificazione dei trasporti e ad altre politiche energetiche.
Per queste ragioni riteniamo che il rischio di una carenza strutturale sia limitato. Più che una crisi di approvvigionamento, stiamo attraversando una fase di forte volatilità che potrebbe protrarsi ancora per qualche tempo».
Nonostante l’inflazione e le tensioni geopolitiche, l’economia americana continua a sorprendere. Quali sono le ragioni di questa resilienza?
«Da anni gli economisti tendono a sottovalutare la forza dell’economia americana e, soprattutto, la straordinaria capacità di adattamento dei consumatori statunitensi.
Una quota significativa delle famiglie possiede investimenti finanziari e beneficia direttamente della crescita dei mercati. Questo genera un effetto ricchezza che sostiene i consumi. Inoltre, il mercato del lavoro rimane solido e negli ultimi anni i salari reali hanno ripreso a crescere. È la combinazione di questi fattori a spiegare perché l’economia americana continui a dimostrare una capacità di tenuta superiore alle aspettative e perché i consumi restino il principale motore della crescita».
Perché la vostra visione sugli Stati Uniti resta più favorevole rispetto a quella sull’Europa?
«Negli Stati Uniti osserviamo una maggiore capacità di adattamento, politiche economiche più reattive e un ecosistema dell’innovazione che continua ad attrarre capitali da tutto il mondo.
Non abbiamo una visione negativa dell’Europa, ma, a parità di condizioni, riteniamo che gli Stati Uniti offrano oggi una combinazione più favorevole di crescita, innovazione e rapidità nel trasformare le opportunità in risultati concreti. Per modificare questa valutazione sarebbe necessaria un’accelerazione del processo di integrazione europea e una maggiore capacità di tradurre rapidamente le decisioni politiche in interventi efficaci».
I mercati asiatici sembrano assumere un ruolo sempre più importante. Dove individuate le opportunità più interessanti?
«Uno degli errori più frequenti degli ultimi anni è stato sottovalutare la capacità di innovazione dell’Asia e, in particolare, della Cina. Il cuore della competizione tra Stati Uniti e Cina è rappresentato dalla tecnologia. Pechino ha sviluppato competenze di altissimo livello in settori strategici, dalla robotica ai veicoli elettrici, fino a numerosi comparti della filiera dei semiconduttori.
In questo contesto Taiwan occupa una posizione centrale. I semiconduttori rappresentano una delle infrastrutture essenziali dell’economia moderna e il controllo delle tecnologie più avanzate costituisce un elemento decisivo per l’autonomia strategica dei Paesi. Per questo manteniamo una visione positiva sui mercati asiatici e sulle aziende più innovative del continente».
L’intelligenza artificiale rischia di alimentare l’inflazione oppure sarà un fattore di crescita?
«Nel breve periodo richiede investimenti enormi in infrastrutture, data center, energia e competenze. Tutto questo può produrre effetti temporaneamente inflazionistici.
Nel medio e lungo termine, però, lo scenario cambia radicalmente. Una volta completata la fase degli investimenti, l’intelligenza artificiale consentirà significativi incrementi di produttività, riducendo i costi e migliorando l’efficienza dei processi. È proprio qui che vediamo il vero potenziale di questa rivoluzione tecnologica: inizialmente può generare pressioni inflazionistiche, ma nel tempo diventerà un potente fattore di disinflazione».
Secondo le valutazioni e l’approccio di Indosuez Wealth Management, quali principi dovrebbero oggi guidare la costruzione di un portafoglio equilibrato?
«La prima regola è non lasciarsi guidare dalle emozioni. Negli ultimi anni abbiamo vissuto una successione quasi continua di shock e chi ha reagito emotivamente ai mercati ha spesso commesso errori.
Occorre mantenere l’attenzione sui fondamentali dell’economia e rivedere alcuni schemi tradizionali. Anche i titoli di Stato non rappresentano più automaticamente il principale elemento di stabilità di un portafoglio. Per questo riteniamo fondamentale diversificare maggiormente le fonti di rendimento e adottare una gestione del rischio più dinamica»
Quale ruolo attribuite oggi alle obbligazioni e alle valute?
«Le obbligazioni restano una componente importante, ma devono essere selezionate con maggiore attenzione. In alcuni segmenti il rapporto rischio-rendimento delle obbligazioni societarie appare oggi più interessante rispetto a quello offerto da parte del debito sovrano.
Anche la gestione del rischio valutario è diventata un elemento essenziale. In un contesto geopolitico complesso, coprire almeno una parte dell’esposizione ai cambi può contribuire a ridurre la volatilità complessiva del portafoglio».
Quali saranno i grandi trend d’investimento dei prossimi anni?
«Il tema dominante sarà quello dell’autonomia strategica. Gli eventi degli ultimi anni hanno dimostrato quanto le dipendenze energetiche, tecnologiche e industriali possano trasformarsi in fattori di vulnerabilità. Per questo prevediamo una forte accelerazione degli investimenti nelle infrastrutture, nell’energia, nella difesa, nelle tecnologie critiche e nella sicurezza informatica. Sono tendenze destinate ad accompagnarci per molti anni e che offriranno importanti opportunità d’investimento».
Come si prendono decisioni in un contesto tanto incerto?
«L’elemento fondamentale è il confronto. Nessuna decisione importante dovrebbe dipendere da una sola persona.
Nel nostro comitato investimenti ogni scelta viene discussa collegialmente e sottoposta a un rigoroso processo di valutazione. Naturalmente è possibile sbagliare: ciò che conta è riconoscere rapidamente gli errori e adattarsi ai cambiamenti. L’umiltà intellettuale resta una delle qualità più importanti per chi opera nel mondo degli investimenti».
Un’ultima domanda sulla sua visione delle criptovalute…
«Manteniamo un approccio prudente. Non le consideriamo un elemento centrale nelle strategie patrimoniali dei nostri clienti.
Diverso è il discorso relativo alla blockchain, una tecnologia che offre applicazioni estremamente interessanti nei sistemi di pagamento e nella digitalizzazione dei processi finanziari. Siamo molto più interessati al potenziale della tecnologia sottostante che alla componente altamente speculativa delle criptovalute».
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