Il decreto sugli imballaggi può sembrare un provvedimento molto tecnico. In realtà pone una questione molto più ampia: quale modello industriale vogliamo costruire in Italia nei prossimi anni?
È da questa domanda che, a mio avviso, bisogna partire per valutare le deroghe introdotte per gli imballaggi. Le esigenze della filiera sono reali e devono essere ascoltate. Esistono prodotti delicati, esigenze di conservazione e trasporto, necessità di mantenere determinate condizioni di umidità e di proteggere gli alimenti. L’imballaggio ha una funzione importante anche per garantire sicurezza, qualità e riduzione dello spreco alimentare. Esiste poi una questione economica che non può essere ignorata. Cambiare un imballaggio non significa semplicemente sostituire una vaschetta con un’altra. Può voler dire cambiare fornitori, modificare processi produttivi, adeguare macchinari, intervenire sulle linee di confezionamento, verificare la conservazione del prodotto e sostenere nuovi investimenti. Sono costi reali per le imprese.
Ma proprio per questo considero sbagliato pensare che la soluzione sia semplicemente concedere più tempo continuando a utilizzare plastica convenzionale monouso. Perché una deroga sposta il problema. Non lo risolve.
La competitività non si costruisce rinviando l’innovazione. Dobbiamo porci una domanda che riguarda direttamente il futuro dell’industria italiana. Che cosa succederà quando la deroga terminerà? Se nel frattempo non avremo investito in ricerca, nuovi materiali, tecnologie e riconversione delle linee produttive, le nostre imprese si ritroveranno davanti allo stesso problema che affrontiamo oggi. Avremo guadagnato tempo sul calendario, ma rischieremo di aver perso tempo sul terreno dell’innovazione. Ed è questo l’aspetto che dovrebbe preoccuparci maggiormente.
Il mondo produttivo sta cambiando. La pressione per ridurre l’utilizzo delle risorse, gli imballaggi non necessari e la produzione di rifiuti sta orientando ricerca, investimenti e strategie industriali. In questo scenario la capacità di produrre utilizzando meno materia, sviluppare materiali innovativi, recuperare risorse e progettare prodotti e imballaggi pensando già alla loro gestione a fine vita diventa sempre più un elemento della competitività industriale.
E i numeri spiegano la dimensione della sfida. Secondo l’OCSE, la produzione mondiale di plastica è passata da 234 milioni di tonnellate nel 2000 a 460 milioni nel 2019, mentre nello stesso periodo i rifiuti plastici sono aumentati da 156 a 353 milioni di tonnellate. Soltanto il 9% dei rifiuti plastici prodotti nel mondo nel 2019 è stato effettivamente riciclato. Ancora più significativo per il tema degli imballaggi è che circa il 40% dei rifiuti plastici globali proviene proprio dal packaging.
Se altri sistemi produttivi investono e innovano mentre noi utilizziamo le deroghe semplicemente per mantenere più a lungo le tecnologie esistenti, non stiamo proteggendo le nostre imprese. Rischiamo di farle arrivare più tardi al cambiamento. Rischiamo anche che in una gara all’estero i nostri prodotti vengano scartati perché non conformi alle regole per il loro imballaggio. Rischiamo anche di andare in infrazione con l’ Europa.
E il quadro europeo sta già cambiando. Il Regolamento (UE) 2025/40 sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio stabilisce nuove prescrizioni e dedica espressamente l’articolo 9 agli imballaggi compostabili. Per alcune tipologie prevede, entro il 12 febbraio 2028, la compatibilità con gli standard di compostaggio in condizioni industrialmente controllate. È quindi evidente quanto sia importante offrire alle imprese italiane certezza normativa e una prospettiva industriale coerente con l’evoluzione europea, anziché costringerle a rincorrere successivamente regole e mercati.
La vera politica industriale dovrebbe fare esattamente il contrario: utilizzare il periodo transitorio per accelerare ricerca e innovazione e, soprattutto, abbattere il costo della trasformazione per le aziende. Le imprese non possono essere lasciate sole davanti a questa sfida, e intendo tutte le imprese del settore sia chi produce monouso ancora in plastica non biodegradabile e compostabile che chi utilizza questi imballi.
Il costo dell’innovazione non può essere semplicemente trasferito sull’impresa. Ma neppure il costo della mancata innovazione può essere trasferito al futuro.
In questa trasformazione l’Italia non parte da zero. Abbiamo sviluppato negli anni una filiera delle bioplastiche biodegradabili e compostabili che comprende industria, ricerca, competenze tecnologiche, sistemi di raccolta e trattamento. È un patrimonio industriale e di conoscenze che deve essere valorizzato.
È una filiera industriale concreta. I dati più recenti di Assobioplastiche, elaborati da Plastic Consult, indicano che nel 2025 il comparto italiano ha prodotto circa 119.100 tonnellate, con 2.838 addetti dedicati e un fatturato di circa 656 milioni di euro. Sono numeri che mostrano l’esistenza di competenze e capacità produttive nazionali, ma anche una fase di difficoltà: rispetto al 2024 il fatturato è diminuito del 6,8%, la produzione del 2% e gli addetti del 2,6%. Proprio per questo questa filiera non va considerata marginale, ma accompagnata nella ricerca, nell’innovazione e nella competizione internazionale.
Questo non significa affermare che una bioplastica compostabile possa automaticamente sostituire qualsiasi imballaggio tradizionale in qualsiasi applicazione. Le caratteristiche richieste a un imballaggio possono essere molto diverse: resistenza, permeabilità, conservazione, protezione dall’umidità, durata e sicurezza del prodotto. Ed è esattamente per questo che serve ricerca. Dove oggi una soluzione compostabile non garantisce ancora le prestazioni necessarie, la risposta dovrebbe essere investire affinché domani possa farlo, oppure sviluppare altre alternative capaci di rispondere alle esigenze specifiche di quella filiera.
Anche i dati sul fine vita mostrano che in Italia esiste già un sistema dedicato alle bioplastiche compostabili. ISPRA rileva una copertura delle convenzioni per la raccolta della bioplastica che, a fine 2024, raggiungeva circa il 93% della popolazione al Nord, l’82% al Centro e il 76% al Sud. Non partiamo quindi da una pagina bianca: esiste un’infrastruttura che può essere migliorata, estesa e resa sempre più efficiente.
È qui che industria, agricoltura, università, ricerca e settore del packaging dovrebbero lavorare insieme. Il periodo transitorio dovrebbe diventare un grande laboratorio di innovazione. Perché dietro una nuova generazione di imballaggi può nascere anche una nuova generazione di imprese, tecnologie, competenze professionali e posti di lavoro. L’Italia, invece di inseguire questa trasformazione, potrebbe contribuire a guidarla.
C’è poi un’altra ragione per cui continuare semplicemente a rinviare non può essere la risposta. La plastica che immettiamo sul mercato oggi non scompare. Diventa il materiale che domani dovremo raccogliere, trasportare, selezionare, riciclare o comunque gestire. E questo avviene mentre la filiera italiana del riciclo della plastica sta attraversando una fase di forte difficoltà.
È importante ricordare che l’Italia ha raggiunto risultati significativi: secondo ISPRA, nel 2024 il tasso di riciclo degli imballaggi in plastica ha raggiunto il 51,1%, superando per la prima volta l’obiettivo europeo del 50% fissato per il 2025. Ma proprio questo risultato dimostra quanto sia importante tutelare una filiera sulla quale il Paese ha investito: raggiungere un buon tasso di riciclo non significa automaticamente garantire uno sbocco economico alla materia riciclata.
Per anni abbiamo chiesto giustamente ai cittadini di separare gli imballaggi. I cittadini fanno la raccolta differenziata, i Comuni organizzano i servizi, i materiali vengono raccolti e selezionati e le imprese hanno investito negli impianti. Ma l’economia circolare non termina davanti al cassonetto. E non termina neppure quando possiamo affermare che un materiale è stato avviato al riciclo. Il vero passaggio decisivo arriva dopo: qualcuno deve utilizzare la materia ottenuta dal riciclo. Se la materia prima seconda non trova un mercato, il circuito non si chiude. Le imprese del riciclo devono poter vendere ciò che producono. Ma il materiale riciclato italiano si confronta con la materia prima vergine e con materiali provenienti da mercati extraeuropei, spesso in condizioni economiche molto difficili da sostenere.
Anche l’OCSE insiste proprio su questo punto: le plastiche secondarie provenienti dal riciclo rappresentavano appena il 6% delle materie prime plastiche utilizzate a livello globale nel 2019. Tra le leve indicate per rendere davvero circolare il sistema c’è quindi lo sviluppo del mercato delle plastiche riciclate attraverso politiche capaci di agire sia sull’offerta sia sulla domanda. In altre parole: riciclare non basta se poi nessuno compra il materiale riciclato.
Quando il mercato non assorbe abbastanza materiale riciclato, le conseguenze percorrono a ritroso tutta la filiera. Aumentano le giacenze, cresce la pressione sugli stoccaggi, entrano in difficoltà gli operatori e le criticità possono arrivare fino ai sistemi di raccolta. E alla fine i costi ricadono anche sui Comuni e sui cittadini.
Non possiamo quindi pensare di risolvere questa situazione semplicemente aumentando gli spazi nei quali conservare temporaneamente il materiale. Né tantomeno possiamo restar inermi nel vedere una serie di roghi che continuano a svilupparsi negli impianti del trattamento della frazione di rifiuto in plastica. Occorre intervenire, ma con saggezza valutando tutto il sistema.
C’è infine una dimensione che non possiamo dimenticare: l’inquinamento. Più plastica convenzionale monouso immettiamo sul mercato, maggiore sarà la quantità che successivamente dovremo raccogliere e gestire e che a volte resta anche nel nostro ambiente per dispersone.
Su questo i numeri della comunità internazionale sono impressionanti. L’UNEP stima che ogni anno tra 19 e 23 milioni di tonnellate di rifiuti plastici finiscano negli ecosistemi acquatici, contaminando fiumi, laghi e mari. Senza interventi significativi, le emissioni di rifiuti plastici negli ecosistemi acquatici potrebbero quasi triplicare entro il 2040.
L’OCSE stima inoltre che nel solo 2019 circa 22 milioni di tonnellate di plastica siano finite nell’ambiente. E c’è un altro dato che dovrebbe farci riflettere: il ciclo di vita della plastica è stato responsabile nello stesso anno di circa 1,8 miliardi di tonnellate di emissioni di gas serra, pari al 3,4% delle emissioni globali, con circa il 90% riconducibile alla produzione e alla trasformazione a partire da fonti fossili.
Una deroga può apparire nel breve periodo come una tutela delle imprese, ma il resto del mondo non aspetta le nostre deroghe. Materiali, tecnologie, processi produttivi e mercati continueranno a cambiare, a migliorare. Noi resteremo indietro, ci stiamo facendo l’abitudine purtroppo.
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