Il riciclo rischia il fuorigioco


«Occorre riciclare ma non basta, bisogna creare le condizioni perché le materie riciclate vengano effettivamente utilizzate. In alcune filiere esiste oggi un problema di mercato: abbiamo materiali selezionati e disponibili, ma una domanda insufficiente o condizioni economiche che rendono più conveniente, per alcune applicazioni, utilizzare materia prima vergine. La situazione è emersa con particolare evidenza nella filiera delle plastiche nell’ultimo anno. Non parlerei però di un problema indistinto di “troppa plastica da riciclare”: è un problema più complesso, legato alla domanda, ai prezzi della materia vergine, agli sbocchi industriali e alla competitività delle nostre filiere».

Fabio Costarella, 53 anni, laurea in Economia aziendale, è vice direttore di Conai, Consorzio nazionale imballaggi, a cui aderiscono un milione di imprese produttrici e utilizzatrici di imballaggi, che vengono raccolti, riciclati e riutilizzati. Si tratta di 10,9 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio recuperate lo scorso anno in Italia, il 77,3 per cento dei rifiuti messi in commercio. L’Italia è il Paese dell’Unione europea che ricicla la maggiore quantità di rifiuti di imballaggio per abitante. È quindi, almeno in questo campo, sul trono più alto.

 

Domanda. Qual è l’impatto della contrazione dei consumi?

Risposta. Può provocare una minore quantità di imballaggi immessi sul mercato, e quindi anche minori quantità da raccogliere e riciclare. Ma il tema più delicato, oggi, è la qualità della domanda di materia prima seconda: se l’industria non utilizza i quantitativi di materiali che raccogliamo, il circuito rischia di incepparsi proprio nella fase di riciclo.

D. Meglio il riciclo o il riutilizzo?

R. Va evitata una contrapposizione ideologica tra riciclo e riutilizzo. Sono strumenti diversi ed entrambi importanti. Lo scorso anno sono state dichiarate al Conai quasi 1,3 milioni di tonnellate di imballaggi riutilizzabili, oltre 100mila tonnellate in più rispetto al 2024. Ma il riutilizzo dev’essere progettato: servono sistemi di restituzione, lavaggio o rigenerazione, logistica inversa e, soprattutto, un numero sufficiente di rotazioni per non vanificarne i benefici. Attraverso Ecopack, il nostro bando per l’ecodesign, premiamo le imprese che hanno rivisto i loro imballaggi in chiave green.

D. Quali le richieste alla politica?

R. Dare certezza e continuità alle regole: gli investimenti nel riciclo hanno tempi lunghi e non possono essere programmati in un quadro normativo continuamente variabile. Naturalmente, poi, è importante dare concreta attuazione al Green public procurement (strumento di politica ambientale con cui le pubbliche amministrazioni integrano i criteri ecologici in tutte le fasi del processo di acquisto di beni, servizi e lavori) utilizzando la leva della domanda pubblica per creare sbocchi alle materie prime seconde. Se chiediamo alle imprese di investire nel riciclo, dobbiamo anche creare condizioni perché i materiali riciclati possano essere effettivamente utilizzati, il che significa costruire una politica industriale per le materie riciclate.

D. L’Europa cosa dovrebbe fare?

R. L’economia circolare deve diventare una componente della politica industriale europea. Uno studio che abbiamo appena realizzato con Teha Group indica che la filiera europea del riciclo genera 555 miliardi di euro di impatto economico annuo, 222 miliardi di valore aggiunto e oltre 3 milioni di occupati. L’ulteriore sviluppo richiede tre provvedimenti: la creazione di una domanda stabile per le materie prime seconde, la riduzione della frammentazione del mercato unico garantendo regole comuni, un incentivo agli investimenti, perché senza impianti, tecnologia, energia a costi competitivi e capacità industriale non è possibile trasformare gli obiettivi ambientali in risultati concreti.

D. Dal primo maggio è in vigore l’Accordo di programma firmato innanzi tutto da Anci (l’Associazione dei Comuni) e Conai. Con quali obiettivi?

R. Nel sistema nazionale di gestione dei rifiuti da imballaggio, pubblico e privato hanno responsabilità diverse ma complementari, e il nuovo accordo consolida questa collaborazione fino al 2029. L’obiettivo è soprattutto accompagnare l’evoluzione del sistema, migliorando progressivamente la qualità della raccolta e l’effettivo avvio a riciclo dei materiali. Tra l’altro nei prossimi anni il sistema dovrà confrontarsi con obiettivi europei sempre più ambiziosi e con l’applicazione del nuovo regolamento sugli imballaggi. Per questo abbiamo bisogno di un quadro stabile, ma anche sufficientemente flessibile da poter accompagnare l’innovazione.

D. Ci sarebbe necessità di più impianti per il riciclo?
R.
Il problema non è uniforme sul territorio nazionale e non credo sia corretto ridurlo a un semplice conteggio degli impianti che mancano. È soprattutto una questione di distribuzione territoriale e di adeguatezza dell’impiantistica rispetto ai flussi prodotti in ogni regione. Le criticità sono storicamente più marcate nel Mezzogiorno ma si fanno passi avanti e abbiamo supportato, insieme all’Anci, progetti di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia finanziati col Pnrr per 115 milioni. Ma per realizzare un impianto servono anche programmazione territoriale, autorizzazioni, tempi certi, disponibilità delle aree, capacità gestionale e accettazione da parte delle comunità.

D. Come sta procedendo l’innovazione tecnologica?

R. Abbiamo sviluppato negli anni un ottimo sistema di trattamento delle frazioni provenienti dalla raccolta differenziata, anche grazie al lavoro e al sostegno dei Consorzi di filiera. Penso alla capacità di gestire materiali complessi e imballaggi compositi nel settore cartario. Il riciclo meccanico resterà centrale ma dobbiamo guardare anche alle tecnologie complementari, compreso il riciclo chimico.

D. In che modo l’intelligenza artificiale rafforzerà il riciclo?

R. Potrebbe permettere di analizzare in tempo reale i flussi che transitano negli impianti, riconoscere materiali e impurità, migliorare la selezione e ridurre la quantità di materiale recuperabile che finisce negli scarti. In Italia ci sono già sperimentazioni concrete, alcuni impianti stanno sperimentando sistemi di computer vision e realtà aumentata. Ma penso che i risultati dipenderanno dalla capacità di integrare l’intelligenza artificiale con impianti adeguati, dati affidabili e competenze professionali.


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