Il bilancio numerico dice 20 medaglie, 6 ori, 8 argenti e 6 bronzi, ma racconta soltanto una parte dell’Europeo italiano di Parigi. Il dato più interessante, guardando oltre il medagliere, è la distanza crescente fra alcuni settori che sembrano già proiettati verso il prossimo biennio olimpico e altri nei quali la profondità che aveva rappresentato uno dei grandi punti di forza dell’Italia negli ultimi anni si è assottigliata. Ci sono certezze assolute come Quadarella e Martinenghi, un fenomeno ormai conclamato come Curtis, conferme importanti come Ceccon e Razzetti, ma anche specialità nelle quali Parigi ha acceso più di un campanello d’allarme.

VELOCITÀ – D’Ambrosio non basta: il problema maschile esiste

Parlare di crisi della velocità maschile italiana non appare più esagerato, almeno se per crisi si intende la fine di quella profondità che per diversi anni aveva permesso alla Nazionale di presentarsi con quattro uomini affidabili quasi indipendentemente dalla formazione scelta. Il crollo della 4×100 stile libero nelle batterie è il dato più evidente: 3’15”59, undicesimo posto e finale mancata con Frigo da 49”38, Miressi da 49”13, Ballarati da 48”64 e Deplano da 48”44. Una staffetta abituata a frequentare stabilmente i podi olimpici e mondiali non può considerare quell’eliminazione un incidente completamente isolato.

Il problema non è soltanto avere lasciato fuori al mattino Ceccon e D’Ambrosio. Quella scelta ha semplicemente messo a nudo quanto sia diminuito il margine. Miressi non è più, almeno oggi, il riferimento cronometrico che era stato negli anni migliori; Frigo ha vissuto un Europeo complicato; Deplano non ha trovato lo spunto necessario e Ballarati, pur mostrando segnali interessanti nei 50 con il primo sub-22 della carriera e 21”81 in semifinale, è ancora nella fase della costruzione. Giovanni Guatti rappresenta una buona notizia nei 50: 21”72 di personale e finale europea, chiusa poi all’ottavo posto. Ma essere competitivi nei 50 non significa automaticamente costruire una 4×100 da medaglia mondiale.

In questo quadro Carlos D’Ambrosio è insieme la soluzione e il problema. La soluzione perché a 19 anni ha nuotato 1’44”72 in apertura della 4×200, primo italiano sotto 1’45”, 47”58 nella finale dei 100 e 47”01 lanciato nella 4×100 mista dell’ultima giornata. Il problema perché, alle sue spalle, manca ancora un secondo giovane capace di avvicinarlo nel giro di una vasca. La domanda su D’Ambrosio è un’altra: campione o outsider di lusso nei 100 e nei 200? Parigi non dà ancora una risposta definitiva, ma sposta decisamente l’asticella. Nei 100 ha chiuso settimo in 47”58, a tredici centesimi dal record italiano; nei 200 ha saputo trasformare un 1’47”16 quasi da eliminazione in batteria nell’1’45”38 della semifinale e poi in una finale di altissimo livello. Soprattutto, l’1’44”72 della staffetta dice che il potenziale per frequentare stabilmente il vertice internazionale esiste.

Per diventare qualcosa di più di un outsider, però, dovrà rendere ripetibile il picco, soprattutto nei 200. Il suo Europeo mostra ancora oscillazioni molto ampie tra un turno e l’altro. Il talento è evidente, così come la capacità di esaltarsi quando conta, ma il passaggio successivo sarà portare l’1’45 basso e il 47 basso dentro una normalità prestativa. Se accadrà, l’Italia avrà trovato non soltanto il nuovo leader della velocità, ma un atleta con una doppia dimensione 100-200 realmente internazionale.

Al femminile il giudizio è diverso. Sara Curtis ha trascinato tutto il settore, ma dietro di lei le risposte sono state intermittenti. Menicucci è arrivata in semifinale nei 100 con 54”10 e ha poi offerto frazioni utili nelle staffette; Tarantino ha nuotato 53”68 lanciato nell’argento della 4×100; Mao è passata dal 55”05 individuale al notevole 53”37 lanciato della finale. Sono segnali incoraggianti, ma anche la dimostrazione di quanto Curtis faccia ancora una differenza enorme rispetto al resto del gruppo.

Il 3’33”19 della 4×100, record italiano e argento europeo, dimostra che il materiale per costruire una staffetta di livello c’è. Ma bisognerà trasformare la qualità delle frazioni lanciate in prestazioni individuali più stabili attorno al 53 basso, perché Los Angeles non permetterà di dipendere quasi interamente da una fuoriclasse.

MEZZOFONDO – Quadarella non è soltanto eterna: forse è più forte di prima

Simona Quadarella è probabilmente la migliore Quadarella di sempre. Non necessariamente perché ogni tempo di Parigi rappresenti il suo massimo assoluto, ma perché oggi possiede qualcosa che qualche stagione fa non aveva con questa continuità: una velocità finale capace di cambiare completamente il modo in cui può affrontare le gare.

Negli 800 vince in 8’15”55, staccando Gose negli ultimi 200 e chiudendo l’ultima vasca in 30”35. Nei 400 completa la tripletta con un formidabile 4’01”34, oltre due secondi meglio del precedente personale e migliore prestazione italiana in tessuto, con un ultimo 50 da 29”28. A questi si aggiunge il titolo nei 1500. Tre distanze, tre ori, tre modi diversi di costruire il successo. Questo è il vero salto di qualità degli ultimi due anni: Quadarella non deve più necessariamente demolire le avversarie con un ritmo continuo. Può aspettare, leggere, accelerare e perfino vincere in volata lunga. È diventata meno prevedibile e quindi più difficile da battere. Il 4’01”34, soprattutto, apre uno scenario nuovo perché riduce quella distanza tra mezzofondista pura e quattrocentista che in passato sembrava più marcata.

Il problema del mezzofondo italiano è che dietro di lei il settore maschile non ha ancora trovato un nuovo punto di riferimento equivalente. Luca De Tullio arriva quinto nei 1500 in 14’54”78, mentre nei 400 dell’ultima giornata è il migliore degli azzurri ma soltanto quattordicesimo in 3’48”13. Negli 800 aveva centrato la finale dopo il 7’47”42 delle batterie.

Il dilemma per De Tullio è quindi evidente: continuare a coprire 400, 800 e 1500 oppure restringere il campo? A Parigi la versatilità gli ha garantito presenza, ma non un vero avvicinamento al podio. Soprattutto, il modo di interpretare le gare merita una riflessione. Nel nuovo mezzofondo mondiale, come dimostra il 14’26”79 di Liebmann nei 1500, stare semplicemente agganciati e aspettare non basta più.

De Tullio potrebbe avere bisogno di una maggiore specializzazione e di una condotta più coraggiosa, scegliendo la distanza sulla quale costruire veramente un’identità internazionale. Fare tutto consente di essere utile e competitivo; concentrarsi su una distanza potrebbe consentirgli di avvicinare quel salto cronometrico necessario per smettere di essere un buon finalista e diventare un possibile medagliato. E poi c’è Alessandro Ragaini, che a Parigi non ha raccolto risultati all’altezza delle aspettative: 1’48”62 nei 200 e 3’49”11 nei 400. Ma proprio il suo profilo può essere interessante per il futuro.

La domanda è se possa allungare progressivamente la gittata. Non necessariamente trasformandosi subito in ottocentista puro, ma lavorando su una dimensione 200-400 che, con il tempo, possa dare ossigeno anche alla fascia successiva. L’Italia ha bisogno di ampliare la base tra 400 e 800, perché oggi tra la velocità di D’Ambrosio e le distanze lunghe di De Tullio c’è ancora troppo poco.

DORSO – Ceccon ha dimostrato che i 200 sono veri. Adesso deve scegliere

Parigi ha risolto un dubbio e ne ha creato un altro. Thomas Ceccon può essere un grande duecentista del dorso. L’1’53”96 della finale, record italiano e bronzo europeo, non lascia spazio a interpretazioni: quella distanza non è più un esperimento o una curiosità tecnica. È una gara nella quale può puntare alle medaglie ai massimi livelli. Poi arriva l’argento nei 100 in 52”28, perso per un centesimo contro Christou. Anche qui Ceccon rimane pienamente dentro l’élite.

Proprio per questo fare tutto non sembra più sostenibile. A Parigi ha inserito anche 50 farfalla, 50 dorso e staffette, pagando sovrapposizioni e recuperi strettissimi. La quarta posizione nei 50 farfalla, seguita venti minuti dopo dalla semifinale dei 200 dorso, è il simbolo di un programma che rischia di togliere qualcosa alle gare realmente strategiche.

La scelta più logica sembra oggi 100-200 dorso, perché il salto nei 200 è stato troppo importante per essere ignorato. L’alternativa 50-100 conserverebbe maggiore esplosività e probabilmente renderebbe più semplice la gestione delle staffette, ma significherebbe rinunciare a una distanza nella quale Ceccon ha appena nuotato 1’53”96 e si è avvicinato a meno di un secondo da Kos. La decisione non deve essere immediata, ma entro il biennio olimpico servirà stabilire una gerarchia.

Dietro di lui Michele Lamberti continua invece a non esplodere completamente. Arrivava all’Europeo con il record italiano dei 50 dorso, ma si è fermato al decimo posto in semifinale con 24”57; nei 100 non è andato oltre 54”58 e nei 50 farfalla ha migliorato il personale a 23”50 senza avvicinare il turno successivo. Sembrava potesse essere l’anno della definitiva consacrazione in vasca lunga, ma il passaggio non è arrivato. Non è necessario ridimensionarne il potenziale, però bisogna capire se la velocità che possiede può finalmente diventare competitività internazionale stabile.

Daniele Del Signore va invece aspettato. Nei 200 ha chiuso in 1’58”71, nei 100 in 55”17 e nei 50 in 25”73: Parigi non è stato l’Europeo dell’esplosione, ma il suo percorso resta da leggere in prospettiva e senza pretendere immediatamente ciò che oggi offre Ceccon.

E poi c’è l’enorme variabile Sara Curtis. Due record mondiali nei 50 dorso, prima 26”63 e poi 26”56, quindi il record italiano dei 100 in apertura di staffetta: 58”75 al mattino e addirittura 58”43 in finale. Non è più corretto chiedersi se il dorso possa essere il suo futuro: è già il suo presente. Il vero problema sarà scegliere. Curtis ha chiuso l’Europeo con bronzo nei 100 stile in 52”72, bronzo nei 50 stile con record italiano di 23”99, oro e record mondiale nei 50 dorso, oltre alle staffette.

Con 58”43 nei 100 dorso, una specialità nemmeno preparata come obiettivo principale dell’Europeo, diventa impossibile ignorare quella strada. Verso Los Angeles la gestione dovrà essere chirurgica: 50 stile, 100 stile, 50 dorso e 100 dorso sono quattro gare potenzialmente internazionali, ma pensare di affrontarle tutte al massimo livello rischia di riproporre lo stesso problema di Ceccon.

RANA – Il settore maschile resta il riferimento dell’Italia

Qui il bilancio è quasi opposto a quello della velocità. La rana maschile italiana continua a essere una potenza europea. Martinenghi vince i 100 in 58”58 e i 50 in 26”57, mostrando ancora una volta la capacità di trasformarsi nei grandi appuntamenti. Dal 2021 è sempre sul podio dei 100 nelle grandi manifestazioni in vasca lunga: un livello di continuità ormai straordinario.

Simone Cerasuolo completa il quadro con il bronzo nei 100 in 58”90 e soprattutto l’argento nei 50. Ma proprio quei 50 lasciano il rimpianto più grande dell’intero settore. Dopo 26”20 in batteria e 26”23 in semifinale, crono da secondo performer di sempre, presentarsi in finale e fermarsi a 26”62 significa aver perso un’occasione enorme. Martinenghi è stato magnifico nel coglierla; Cerasuolo dovrà capire perché il suo massimo è arrivato prima della gara decisiva.

Il terzo uomo avrebbe dovuto essere Ludovico Blu Art Viberti, ma praticamente nulla ha funzionato. Nei 100 il 59”75 lo ha lasciato fuori soltanto per la regola dei due italiani, però successivamente è arrivata la squalifica della mista per una gambata irregolare nella sua frazione. Il giudizio va però inserito in un anno condizionato dall’infortunio. Viberti va recuperato anche psicologicamente, perché il potenziale non è sparito e avere un terzo ranista di livello dietro Martinenghi e Cerasuolo rappresenta un lusso che l’Italia non dovrebbe disperdere. Tra le notizie positive, invece, c’è la crescita esponenziale di Christian Mantegazza nei 200 rana. Il lombardo ha conquistato un posto in finale e se l’è pure giocata alla pari con i più forti. Un ragazzo da tenere d’occhio con determinazione e idee chiarissime.

Più articolato il quadro femminile. Benedetta Pilato continua a essere una garanzia assoluta di presenza nelle grandi finali, ma Parigi conferma anche il limite che ormai accompagna questa fase della carriera. Bronzo nei 100 in 1’05”89, argento nei 50 in 29”83, a un solo centesimo da Meilutyte.

È sempre lì, ma il salto di qualità cronometrico definitivo non arriva. Nei 100 il muro dell’1’05 continua a restare davanti, mentre nei 50 la storia con Meilutyte si ripete: Pilato può battere quasi tutte, ma quando la lituana porta la gara sul suo terreno migliore resta ancora qualcosa da colmare.

Dietro di lei il bilancio è meno positivo. Lisa Angiolini raggiunge la finale dei 100 ma chiude ottava in 1’06”73, poi resta prima esclusa dalla finale dei 200 in 2’24”68 e dai 50 per appena tre centesimi. Anita Bottazzo, finalista mondiale nel 2025, è invece fuori già nelle batterie dei 100 in 1’07”73 e tredicesima in semifinale nei 50 con 30”65. Il passo indietro di Bottazzo è quello più evidente.

FARFALLA – Razzetti cambia la geografia del settore, Gastaldi e Borrelli allargano la base

Il dato più importante arriva da Alberto Razzetti. La sua trasformazione nella farfalla è ormai completa: 1’54”23 nei 200, record italiano, e quarto posto europeo per dieci centesimi. Il dato interessante non è soltanto aver cancellato il primato di Burdisso, ma esserci arrivato attraverso un miglioramento della velocità di base.

Razzetti non è diventato un farfallista puro: ha semplicemente aggiunto una dimensione ulteriore al proprio repertorio. Ed è proprio questo che rende la sua crescita preziosa. Il problema è che Federico Burdisso non riesce contemporaneamente a tornare sui livelli che lo avevano portato al record italiano. Nelle batterie Razzetti fa 1’54”64, Camozzi 1’55”95 e Burdisso 1’56”08: la regola dei due per nazione lo elimina nonostante il settimo tempo complessivo.

Il cronometro non è disastroso, ma la gerarchia interna dice molto: Burdisso, che fino a poco tempo fa era il riferimento assoluto italiano della specialità, oggi si ritrova dietro Razzetti e Andrea Camozzi, nome nuovo da seguire con attenzione. Per Camozzi l’Europeo rappresenta un primo ingresso vero nel panorama che conta: manca ancora il salto conclusivo, ma l’1’55 alto in batteria è una base importante.

Al femminile Parigi offre forse una delle indicazioni più incoraggianti. Anita Gastaldi scende a 57”92 nei 100, manca la finale per sei centesimi e poi offre un 57”07 lanciato nella 4×100 mista. Paola Borrelli è ancora più sorprendente sui 200: seconda nelle batterie in 2’08”69, sesta in semifinale e infine sesta europea in 2’08”23 alla prima finale internazionale della carriera. È un risultato che può cambiare le prospettive del settore.

Giada Alzetta resta da rivedere nella farfalla pura, ma il 2’10”36 di personale in semifinale è comunque un segnale positivo. E soprattutto il suo Europeo non può essere giudicato soltanto da questa gara, perché nei misti ha mostrato una versatilità preziosa.

MISTI – Razzetti è la certezza, Gastaldi la scoperta più preziosa

Nei misti Razzetti continua a essere il riferimento italiano, anche quando non arriva la medaglia. Argento nei 400 in 4’10”40, quinto nei 200 in 1’56”60, dentro una finale velocissima che, peraltro, non aveva al via Marchand.

Non è stato il suo miglior Europeo in termini di metalli, ma resta impressionante la capacità di essere competitivo su 200 e 400 misti e contemporaneamente stabilire il record italiano dei 200 farfalla. È uno di quegli atleti che alzano da soli il livello di più settori.

Dietro di lui Jacopo Barbotti è una bella scoperta. Nei 200 misti nuota 1’58”79 in batteria e 1’58”60 in semifinale, restando fuori dalla finale per soli 27 centesimi. Non è ancora un risultato da vertice, ma rappresenta un prospetto concreto in una specialità nella quale serviva allargare la base.

La medaglia più inattesa dell’intero Europeo, però, arriva probabilmente da Anita Gastaldi. L’argento nei 200 misti in 2’10”07, con 90 centesimi di miglioramento personale e soltanto 26 centesimi dall’oro, cambia il suo status. Non è più soltanto un’atleta utile su più fronti: a Parigi ha dimostrato di poter diventare una vera finalista internazionale.

È particolarmente importante perché Gastaldi porta valore contemporaneamente nei misti, nella farfalla e nelle staffette. È il tipo di atleta che aumenta la profondità generale della squadra e offre più soluzioni tecniche senza necessariamente chiedere di costruire tutto attorno a lei.

STAFFETTE – Le medaglie ci sono, ma Parigi manda un avvertimento sulla profondità

È probabilmente il settore nel quale il risultato complessivo rischia maggiormente di nascondere i problemi. La 4×100 stile libero maschile eliminata in batteria è il campanello più rumoroso, ma non è l’unico. La 4×200 maschile, pur con il clamoroso 1’44”72 iniziale di D’Ambrosio, chiude quarta in 7’02”82, a meno di sei decimi dal bronzo: Megli, De Tullio e Barbotti fanno il loro, ma ancora una volta emerge la distanza tra il leader e il resto del gruppo.

Male anche la 4×200 stile libero mista, soltanto ottava in 7’35”70. Qui pesa soprattutto una scelta discutibile: utilizzare Barbotti poco dopo la semifinale dei 200 misti significa inevitabilmente presentarlo alla staffetta con energie ridotte. Il 7’24”13 della Gran Bretagna vincitrice rende ancora più evidente quanto fosse distante l’Italia. Da dimenticare anche la 4×100 mista mixed, squalificata già nelle batterie per l’irregolarità nella frazione a rana di Viberti. Non è una bocciatura tecnica del quartetto, ma resta un’occasione persa in una gara nella quale l’Italia avrebbe potuto misurarsi con le migliori.

Molto meglio la 4×200 femminile, quinta con un gruppo giovane, anche se ancora distante dal podio. Il 7’54”25 con Mao, Quadarella, Biagiotti e Nannucci non autorizza sogni immediati, ma offre almeno una base sulla quale costruire. La 4×100 stile libero femminile è invece una delle grandi promozioni dell’Europeo: argento e record italiano di 3’33”19. Curtis è il valore aggiunto, ma Tarantino, Menicucci e soprattutto la giovanissima Mao dimostrano che qui il progetto può avere un futuro concreto. Buona anche la 4×100 stile libero mista, capace di salire sul podio all’imdomani del disastro della 4×10 stile libero maschile.

Le notizie migliori arrivano però dalle due 4×100 miste tradizionali. La femminile torna sul podio con uno straordinario argento e record italiano di 3’53”60, spinta dal 58”43 di Curtis, dal 1’04”53 di Pilato, dal 57”07 di Gastaldi e dal 53”57 di Menicucci. La maschile è anch’essa d’argento in 3’28”86, a soli 19 centesimi dalla Russia, con Ceccon 52”27, Martinenghi 58”00, Razzetti 51”13 e D’Ambrosio 47”01.

Ed è forse proprio qui che si trova la sintesi dell’intero Europeo italiano: quando l’Italia può schierare i migliori, resta una squadra fortissima; quando deve pescare nella seconda linea, il margine si riduce drasticamente. Parigi lascia quindi una Nazionale di alto livello, ancora seconda nel medagliere con 20 podi, ma davanti a un passaggio generazionale che non può più essere rinviato. Il problema non è sostituire Quadarella, Martinenghi, Ceccon o Razzetti: loro sono ancora pienamente competitivi e alcuni stanno addirittura migliorando. La questione è costruire ciò che viene dietro.

Curtis, D’Ambrosio e Gastaldi dimostrano che il ricambio può produrre immediatamente risultati enormi. Camozzi, Borrelli, Barbotti e altri giovani offrono materiale interessante. Ma la profondità non si misura dal numero di convocati o di semifinalisti: si misura dalla capacità di mantenere alto il livello quando manca una stella, quando bisogna affrontare una batteria di staffetta o quando tre italiani si giocano due posti. È qui che Parigi manda il messaggio più importante verso Los Angeles 2028. L’Italia ha ancora moltissime punte, ma deve tornare ad avere anche una base larga. E probabilmente il prossimo biennio si giocherà proprio su questo equilibrio: proteggere e finalizzare meglio i campioni già affermati, a cominciare dalla scelta delle gare di Ceccon e Curtis, e contemporaneamente creare abbastanza qualità dietro di loro perché una staffetta non dipenda dalla presenza obbligatoria di due o tre fuoriclasse.


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 Enrico Spada

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