Nella notte italiana, a Springfield, Mike D’Antoni è diventato ufficialmente membro della NBA Hall Of Fame, nella sezione “Contributors”. Un onore riconosciuto in virtù dei diversi ruoli ricoperti nel corso della sua carriera, prima in ambito internazionale ed a seguire da allenatore NBA, nella sezione “North American”.

Laddove internazionale va integralmente tradotto con “italiano”, da giocatore ed allenatore dell’Olimpia Milano, e successivamente da allenatore a Treviso. Con un passaggio anche in azzurro, vestendone la maglia agli Europei del 1989.

Una traiettoria fatta da ventuno stagioni consecutive nel nostro Paese, dal 1977 al 1998 (per poi tornare ad allenare Treviso nel 2001, per una stagione).

L’ITALIA: MILANO – Nato a Mullens (West Virginia) nel 1951, prodotto della Marshall University, scelto da Kansas City al secondo giro (numero 20 del Draft 1973), ha giocato 180 partite tra NBA e ABA. Arriva in Italia nel 1977, per l’Olimpia Milano. Ci resterà per tredici, inattese, stagioni. La sua vita in NBA era dura, tanto che aveva iniziato a lavorare nel ristorante di famiglia. Poi arriva l’offerta dell’Olimpia, si presenta pure fuori forma, gli organizzano a tradimento un’amichevole. Andò ugualmente bene se gli offrono un biennale. Ed i due anni si allungano fino al 1990, quando si ritira. Dopo aver contribuito a cinque scudetti, due successi in Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa Korac e due volte la Coppa Italia.

In campo è “il” playmaker: di acume finissimo e gestione, leader elegante ma duro, se serve, l’abilità nel recuperare palloni gli vale il soprannome di Arsenio Lupin (ladro gentiluomo della letteratura di fantasia francese); non un realizzatore ma capace del tiro della vittoria, pure se l’indole era crearlo per i grandi compagni in maglia dell’Olimpia.

La sua, con l’8, è stata inevitabilmente ritirata.

Con D’Antoni salgono a cinque le leggende dell’Olimpia Milano introdotte nella “Naismith Hall of Fame”, dopo Bill Bradley, Bob McAdoo, Cesare Rubini, Sandro Gamba e Dino Meneghin.

Per ruolo in campo, e visione del gioco, fu naturale il passaggio alla panchina, pure se lui si scherniva dicendo “…non so fare nulla, non ho mai lavorato”.

Resterà sulla panchina Olimpia per quattro stagioni, vincendo una Coppa Korac.

L’ITALIA: TREVISO – Nel 1994 è Maurizio Gherardini, ai tempi general manager alla Benetton, a volerlo a Treviso. Per un ciclo di quattro stagioni, cui va aggiunta quella del ritorno nel 2001-2002. Ed è il più vincente da allenatore: due scudetti (1997, 2002), una Coppa Europa (1995), una Coppa Italia (1995) ed una Supercoppa (2001). Più una Final Four di Eurolega, nel 2002.

“Ho avuto il privilegio di conoscerlo agli esordi come giocatore in Italia, e quello di lavorarci insieme nelle quattro stagioni a Treviso. Avevo studiato il suo basket a Milano, mi aveva incuriosito, decisi che era il tecnico giusto per la Benetton di quegli anni – dice Gherardini, oggi presidente LBA – Conoscendolo sempre meglio ne ho apprezzato la persona, Mike è divenuto un amico. C’è voluto un po’ di tempo perché il mondo del basket valutasse pienamente l’impatto che il suo credo cestistico ha avuto sul gioco, prima in Italia e poi in NBA. Il suo basket in “7 secondi” è stata una vera rivoluzione, che ha cambiato il modo di interpretare il gioco. Entrare nella Hall of Fame degli “immortali” è il giusto riconoscimento ad una persona speciale, che tanto ha fatto anche per il basket italiano”.

AZZURRO E DINTORNI – Passaportato grazie a radici di famiglia a Nocera Umbra (PG), con la Nazionale disputò gli Europei del 1989 a Zagabria, dove l’Italia chiuse quarta l’edizione vinta dalla Jugoslavia che aveva in Drazen Petrovic e Dino Radja le stelle più luminose. In un torneo che vide in campo anche Sabonis e Marciulionis per l’URSS e Galis e Yannakis per la Grecia. È stato per anni assistente della Nazionale USA, vincendo due volte l’oro olimpico a Pechino 2008 e Londra 2012. Mentre Euroleague lo ha inserito tra i 50 più grandi della storia della massima competizione europea (vinta con Milano nel 1987 e 1988). Sposato con Laurel, americana ma conosciuta a Milano, hanno un figlio, Michael Jr.

LA NBA – Ha guidato Denver, Phoenix, New York, Los Angeles Lakers e Houston. Per due volte vive il grandissimo prestigio di essere nominato allenatore dell’anno (2005 e 2017), ha chiuso la carriera NBA con 1215 presenze, 680 partite vinte in regular season (56%) e 55 nei playoff (50%). Miglior risultato, le tre finali di Conference, due con Phoenix e una con Houston. Per dieci volte nominato allenatore del mese. Da rivoluzionario.

LA SUA FILOSOFIA INNOVATIVA – Il suo è stato un approccio innovativo basato su ritmi elevati (“7 seconds or less”), valorizzando la circolazione di palla, allargare il campo, tirare da tre punti o attaccare il ferro, schierando i cinque migliori giocatori, a prescindere dalla loro taglia fisica. “Non abbiamo un centro dominante? Giochiamo cinque fuori”. Nel 2003-2004, sua prima stagione completa a Phoenix (Nash, Stoudemire, Marion, Johnson e Richardson le prime punte) i Suns partono con un bilancio di 31 vittorie e 4 sconfitte, chiudono la stagione regolare con 62-20, guidando la NBA per punti segnati a partita (110.4), efficienza offensiva (114.5 punti ogni 100 possessi), primi per triple realizzate (9.7 a partita), tentativi da tre punti (24.7) e percentuale di realizzazione dall’arco (39.3%). “Non ero certo che il mio sistema offensivo sperimentato in Italia avrebbe potuto funzionare anche in NBA. In Italia mi conoscevano ed i giocatori avevano fiducia in me. In America no. Ma ho avuto la fortuna di trovare Steve Nash e altri giocatori che hanno capito la idea di basket. Ed oltre ai giocatori è stato decisivo l’aver avuto al fianco le persone giuste, lo staff, il general manager, fino alla proprietà” fu il commento di D’Antoni.

Nuovo Hall Of Fame NBA, classe 2026, portandoci dentro un pezzo d’Italia, come ricordato da lui stesso nel discorso di questa notte che lo ha introdotto nell’Olimpo del basket mondiale, ringraziando proprio Milano e Treviso come tappe fondamentali nella sua gloriosa carriera.


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