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IL GARGANO BRUCIA DUE VOLTE: NEI BOSCHI E NELLA SUA STRATEGIA

Da Vieste a Pulsano, da Sfinalicchio all’Oasi Lago Salso, le fiamme rivelano la stessa fragilità che attraversa il turismo garganico: un territorio straordinario, ma ancora protetto, promosso e programmato per frammenti. Il Gargano non ha soltanto bisogno di spegnere gli incendi. Deve accendere, finalmente, una politica comune.

In queste ore il Gargano è a fuoco solo nelle immagini dell’emergenza: le fiamme tra la vegetazione, le colonne di fumo viste dalle spiagge, i Canadair nel cielo, le squadre a terra che cercano di tenere il fuoco lontano da case e strutture turistiche. Tutto il resto resta fuori fuoco, la prevenzione, la manutenzione del territorio, il coordinamento tra i Comuni, la strategia turistica, la misurazione dei risultati, perfino l’idea di ciò che il Gargano dovrebbe diventare.

Mercoledì 12 agosto, mentre scrivo, un nuovo incendio è divampato nelle campagne di Vieste: il fumo è visibile dalla spiaggia, alcune abitazioni sono state evacuate per precauzione, e sul posto sono impegnati Vigili del fuoco, Arif, Protezione civile e mezzi aerei. Il quadro è ancora in evoluzione.

Il giorno prima un vasto rogo aveva investito le campagne di Monte Sant’Angelo, lungo la provinciale che porta all’Abbazia di Pulsano: fiamme tra pascoli e macchia mediterranea, chiusura temporanea della strada, un elicottero e due Canadair al lavoro insieme alle squadre a terra. Più a sud, un altro fronte ha raggiunto un canneto vicino all’Oasi Lago Salso, nel territorio di Manfredonia. A Pulsano il fuoco principale è stato domato, ma il paesaggio annerito racconta da solo la portata dell’accaduto.

Il 10 agosto era toccato a Sfinalicchio, tra Peschici e Vieste, dove le fiamme avevano interessato un’area montuosa e richiesto l’intervento di numerosi uomini e due Canadair. E a fine luglio il grande incendio tra Pile Fraballe, Manaccora e baia Zaiana aveva costretto centinaia di turisti e bagnanti ad abbandonare spiagge e campeggi, spesso via mare, mentre il fuoco divorava pini d’Aleppo e macchia mediterranea lungo la costa.

Prima di ogni giudizio politico vanno dette con chiarezza due parole: gratitudine e rispetto. Per i Vigili del fuoco, gli uomini dell’Arif, i volontari della Protezione civile, le forze dell’ordine, la Guardia costiera, gli equipaggi dei mezzi aerei, gli amministratori, gli operatori turistici e i cittadini che, nelle ore più difficili, hanno protetto persone, case e attività.

Ma questo impegno straordinario non può diventare l’alibi di una politica ordinaria insufficiente. Un territorio non può affidare ogni estate la propria salvezza all’eroismo di chi interviene quando il fuoco è già partito: i soccorritori sono l’ultima barriera contro la catastrofe, non la prima e unica forma di tutela.

Gli strumenti, va detto, esistono. La Regione Puglia ha esteso fino al 31 dicembre 2026 il Piano regionale di previsione, prevenzione e lotta attiva contro gli incendi boschivi, ha dichiarato lo stato di grave pericolosità dal 15 giugno al 15 settembre e ha approvato una convenzione da 2,1 milioni di euro con il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco per la campagna antincendio. Non si parte dal nulla, e sarebbe scorretto sostenere che manchino del tutto programmazione, risorse e apparati operativi.

Proprio perché un sistema formale esiste, la sequenza dei roghi impone una verifica pubblica sulla sua applicazione concreta nel Gargano: quali interventi preventivi sono stati realizzati, quali aree sorvegliate, dove sono state fatte le manutenzioni, come sono stati coordinati i piani comunali, quali criticità hanno rallentato le operazioni. Non si tratta di distribuire accuse mentre gli incendi sono ancora attivi, ma di pretendere che, finita l’emergenza, non torni anche questa volta il silenzio.

Il sindaco di Monte Sant’Angelo ha riferito che i focolai lungo la strada per Pulsano sarebbero partiti da più punti, ipotizzando un’azione deliberata: una denuncia grave, che spetterà agli inquirenti verificare prima che diventi una certezza. Ma un’eventuale origine dolosa non attenuerebbe il dovere della prevenzione, lo renderebbe più urgente. Un territorio esposto ad azioni criminali, negligenza o comportamenti irresponsabili va controllato di più, non semplicemente soccorso più in fretta.

Gli incendi boschivi riducono la biodiversità, espongono il suolo all’erosione, peggiorano la qualità dell’aria e dell’acqua, mettono a rischio gli insediamenti umani. Sul Gargano producono anche un danno economico e reputazionale, perché colpiscono il bene da cui dipende gran parte dell’economia locale: la foresta, le pinete, i laghi, le zone umide e la macchia mediterranea non sono lo sfondo di una campagna pubblicitaria, sono la prima infrastruttura produttiva del territorio. Quando brucia un ettaro di bosco non scompaiono solo alberi e habitat: si indebolisce la sicurezza del suolo, si ferisce il paesaggio, si incrina la fiducia dei visitatori, si mette in difficoltà chi vive di ricettività, ristorazione, escursioni, agricoltura e servizi. Il danno ambientale e quello turistico non sono due strade separate, ma due facce della stessa perdita.

È qui che l’emergenza degli incendi incontra la discussione sul futuro turistico. Il fuoco non conosce i confini comunali. Il turista nemmeno. Eppure, il Gargano continua a proteggersi, promuoversi e organizzarsi come se quei confini fossero muri.

Un titolo de L’Attacco ha colto uno dei nodi della stagione: «Il Gargano ha imparato a fare gli eventi… ognuno per conto proprio». Difficile trovare una sintesi più efficace. I Comuni garganici hanno maturato una vera capacità organizzativa, festival, concerti, rassegne culturali, appuntamenti enogastronomici, feste popolari capaci di richiamare migliaia di persone. Le piazze piene raccontano vitalità e spesso buona amministrazione. Ma il successo di una serata non coincide automaticamente con il successo di una destinazione.

Ogni amministrazione presenta il proprio cartellone, ogni associazione difende la propria manifestazione, ogni organizzatore comunica per conto proprio. Gli eventi vengono annunciati a volte a stagione già iniziata, si sovrappongono, finiscono per contendersi lo stesso pubblico locale. Nel frattempo, resta debole il collegamento tra evento e pernottamento, tra spettacolo e commercio, tra piazza e patrimonio culturale, tra costa ed entroterra.

Chi arriva a Vieste per un concerto dovrebbe poter programmare con facilità una giornata nella Foresta Umbra, una tappa a Monte Sant’Angelo, una visita tra Siponto e Manfredonia, un’esperienza nell’area dei laghi, non attraverso decine di siti comunali diversi, ma grazie a un solo sistema di informazione, prenotazione e mobilità.

Una manifestazione frequentata soprattutto da residenti e visitatori dei paesi vicini può essere una bella festa collettiva. Ma non è, di per sé, una politica turistica: per generare sviluppo deve portare persone nuove, produrre permanenze, coinvolgere le imprese, lasciare sul territorio un valore misurabile anche a palco smontato.

Un segnale incoraggiante arriva dal festival itinerante “Gargano Vivo – Radici in cammino”, promosso dal Parco nazionale con 49 appuntamenti in 18 Comuni tra il 1° agosto e il 10 ottobre: un tentativo di collegare borghi, natura, musica, cammini, degustazioni e cultura. Ma il suo risultato più importante non dovrebbe essere il numero degli appuntamenti, bensì la prova che una programmazione sovracomunale è possibile, e può diventare un metodo stabile, non l’eccezione legata a un singolo progetto.

Poi ci sono i dati turistici, che non vanno né trasformati in una condanna definitiva né respinti come un’offesa al territorio.

Secondo le rilevazioni del DMS della Regione Puglia riprese da Assoturismo Capitanata, nel primo semestre 2026 le presenze sono calate del 7,54% nel Gargano balneare, del 22,83% nell’area dei laghi e del 13,37% nel comparto religioso. Sono dati che riguardano solo i primi sei mesi dell’anno, non comprendono luglio e agosto e non permettono ancora un bilancio definitivo della stagione, ma restano un segnale che merita una risposta seria.

La rilevazione ufficiale Istat, gestita in Puglia attraverso il sistema regionale, quantifica ogni mese arrivi e presenze negli esercizi alberghieri ed extra-alberghieri: misura dunque un fenomeno preciso, il movimento nelle strutture ricettive, ma per definizione non rappresenta l’intera economia di chi frequenta il territorio, perché esclude chi soggiorna in seconda casa, chi vive a lungo in un’abitazione propria o chi visita il Gargano in giornata.

Un’analisi di EnjoyMag ha avuto il merito di richiamare l’attenzione proprio su questa differenza, invitando ad allargare lo sguardo alle nuove forme di permanenza e ai cittadini temporanei. Un’obiezione utile, purché non diventi un anestetico: un indicatore parziale non è per questo un indicatore inutile. Se le presenze negli alberghi calano, le imprese che vivono di quei pernottamenti affrontano una difficoltà reale, che non si cancella citando altri dati più favorevoli.

Tra i segnali favorevoli c’è la crescita dell’interesse immobiliare internazionale: secondo Gate-away.com, nel primo semestre 2026 le richieste straniere per il Gargano sarebbero aumentate del 49,18% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, arrivando a pesare per il 18,61% della domanda estera complessiva in Puglia. Un dato interessante, perché segnala attenzione verso borghi, case al mare e soggiorni più lunghi. Ma una richiesta pubblicata su un portale non è una compravendita conclusa, e una casa acquistata non equivale a un albergo pieno, a un ristorante che lavora o a un posto di lavoro in più.

C’è infine una visibilità internazionale che sarebbe sbagliato sottovalutare: a giugno 2026 Travel + Leisure ha presentato il Gargano come una costa italiana ancora poco conosciuta, capace di offrire borghi, insenature e paesaggi senza la pressione di mete più affollate; qualche mese prima il Guardian aveva inserito le sue baie tra i luoghi italiani da scoprire per chi cerca un rapporto più diretto con il paesaggio. Questi articoli dimostrano che la domanda potenziale esiste e che il Gargano conserva una riconoscibilità straordinaria. Ma una pagina su una testata internazionale non è una prenotazione, una richiesta immobiliare non è un piano di sviluppo, una fotografia affollata non è un bilancio economico.

Il punto non è stabilire se il Gargano sia ancora desiderato: lo è. Il punto è capire se sia organizzato per accogliere quel desiderio, trasformarlo in permanenza e distribuirne il valore tra le comunità.

Oggi nessuno sembra avere la responsabilità, politica e tecnica, di allungare la durata complessiva del soggiorno sull’intero promontorio. Ogni Comune può misurare la riuscita del proprio evento, ma manca un soggetto capace di valutare il percorso del visitatore nel suo insieme: dove arriva, quanto resta, quali località raggiunge, quali servizi usa, quanto spende, perché decide di tornare o di non tornare.

È lo stesso vuoto di regia che accomuna gestione turistica e tutela ambientale. Nelle ore dell’emergenza, uomini e mezzi sono costretti a cooperare perché il fuoco non lascia alternative. Nei giorni ordinari tornano a prevalere competenze separate, bilanci comunali, promozioni isolate, priorità locali.

Non serve confondere ruoli e responsabilità: la lotta agli incendi resta compito degli organismi competenti, la promozione turistica richiede professionalità diverse. Ma entrambe devono nascere da una visione comune del territorio.

Al Gargano serve una struttura permanente per la gestione della destinazione, partecipata da Comuni, Parco nazionale, Regione, Pugliapromozione e operatori economici, non un organismo ornamentale, né l’ennesimo tavolo convocato dopo Ferragosto, ma un ufficio tecnico con risorse, continuità e obiettivi verificabili, capace di programmare con anticipo, coordinare gli eventi, integrare i collegamenti e misurare le ricadute.

Sul fronte ambientale serve, allo stesso modo, un coordinamento territoriale permanente che renda visibili gli interventi preventivi, le aree più esposte, le manutenzioni fatte e le criticità emerse a ogni incendio. Prefettura, Protezione civile, Vigili del fuoco, Arif, Parco e Comuni continueranno a esercitare le proprie competenze, ma il cittadino deve poter sapere cosa è stato fatto prima dell’estate e cosa non ha funzionato dopo ogni emergenza. Non servono altri slogan: servono responsabilità riconoscibili e risultati pubblici.

In questo disegno, Manfredonia non può essere considerata una località esterna al racconto garganico. L’incendio che ha raggiunto il canneto vicino all’Oasi Lago Salso dimostra ancora una volta che il confine meridionale del promontorio è parte integrante del suo sistema ambientale: l’Oasi è una zona umida di grande valore naturalistico, compresa nel Parco nazionale e in aree di tutela europea.

Manfredonia ha inoltre il porto, il golfo, il Museo archeologico nazionale nel Castello, il Parco archeologico di Siponto: può essere il punto meridionale di accesso, orientamento e collegamento verso Monte Sant’Angelo, Mattinata, la Foresta Umbra e il resto del Gargano. Ma non basta chiamarla “porta del Gargano”, una porta esiste solo se conduce da qualche parte. Servono collegamenti reali, informazioni condivise, itinerari acquistabili, una collaborazione stabile con gli altri centri del promontorio. Allo stesso modo, non basta definire Lago Salso un patrimonio naturalistico se la sua tutela viene ricordata solo quando le fiamme raggiungono il canneto.

Il Gargano che brucia è quello che tutti vedono: spettacolare, drammatico, immediato. Produce immagini, titoli, dichiarazioni, promesse.

Il Gargano che non brucia è molto meno visibile: è quello della manutenzione invernale, della sorveglianza, della programmazione anticipata, dei collegamenti quotidiani, dei dati raccolti con serietà, degli amministratori capaci di rinunciare a una piccola convenienza locale per costruire un risultato territoriale più grande. Ed è proprio questo secondo Gargano, lontano dalle telecamere e dalle sirene, a decidere il destino del primo.

Il promontorio non può essere difeso solo quando il cielo si oscura, né promosso solo quando si accendono le luci di un palco. Va governato ogni giorno, soprattutto quando non succede nulla di spettacolare. Ed è nei giorni ordinari, non nelle immagini dei Canadair, non nelle fotografie delle piazze affollate, che si decide se la prossima estate sarà ancora una corsa contro le fiamme, o l’inizio, finalmente, di una politica comune.

Angelo Riccardi


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