Prima sentenza contro l’ex presidente deposto. La pena capitale anche per il fratello Maher e il cugino Atef Najib. Damasco ordina la caccia internazionale, ma l’estradizione dalla Russia appare lontana

Damasco pronuncia la sentenza che oltre mezzo secolo di potere dinastico aveva reso impensabile: Bashar al-Assad è stato condannato a morte. La Quarta Corte penale della capitale siriana ha giudicato l’ex presidente in contumacia, riconoscendolo colpevole di omicidi, torture, detenzioni arbitrarie, crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi durante il conflitto che, dal 2011, ha provocato circa mezzo milione di morti e costretto milioni di siriani alla fuga. È la prima condanna pronunciata dalla giustizia siriana contro Assad dopo il crollo del regime, avvenuto nel dicembre 2024 sotto l’urto della rapida offensiva delle forze ribelli guidate dall’attuale presidente Ahmed al-Sharaa.

Assad condannato

A leggere il verdetto, trasmesso in diretta dalla televisione di Stato, è stato il giudice Fakhr al-Din al-Aryan. «L’imputato latitante Bashar al-Assad, figlio di Hafez al-Assad e Anisa, nato nel 1965, è condannato per il reato di omicidio doloso; l’uccisione deliberata di più di una persona; l’uccisione deliberata di minori di quindici anni; l’uccisione deliberata accompagnata da atti di tortura ed estrema brutalità; e l’istigazione all’omicidio doloso e a ripetute uccisioni deliberate, che costituiscono crimini contro l’umanità e crimini di guerra».

L’ex capo dello Stato è stato riconosciuto responsabile anche di «tortura, tortura con esito mortale e molteplici atti di privazione della libertà». Secondo la corte, Assad «ha utilizzato gli apparati statali per commettere crimini di guerra e crimini contro l’umanità». Quindi la conclusione, senza formule intermedie: «Per questi reati, è condannato a morte». Il tribunale ha inoltre disposto che sia perseguito a livello internazionale.

Alla sbarra la famiglia

La stessa pena è stata inflitta in contumacia al fratello Maher al-Assad, già comandante della Quarta divisione corazzata, uno dei reparti più temuti dell’esercito e pilastro militare del vecchio potere. A differenza dei due fratelli, Atef Najib — cugino materno di Bashar ed ex responsabile della sicurezza politica a Daraa, arrestato nel gennaio 2025 — ha ascoltato il verdetto dalla gabbia degli imputati.

Il processo, aperto il 26 aprile e durato quasi quattro mesi, è partito proprio dalla repressione di Daraa. Nel marzo 2011 più di una dozzina di adolescenti vennero arrestati e torturati per avere scritto slogan contro il governo sul muro di una scuola. La protesta delle famiglie fu soffocata con la forza, accendendo la rivolta destinata a trasformarsi nella guerra civile. Najib rappresentava il collegamento più diretto tra quegli abusi e la catena di comando del regime.

Alla lettura della sentenza, gruppi di siriani si sono radunati davanti al tribunale di Damasco e nelle strade di Daraa, mostrando le fotografie degli uccisi e degli scomparsi. Per le nuove autorità il verdetto costituisce il primo grande atto della giustizia di transizione. Resta però aperta la domanda decisiva: se e quando la condanna potrà essere eseguita.

Assad sotto la protezione di Putin

Bashar e Maher al-Assad si trovano infatti in Russia, dove arrivarono con le rispettive famiglie dopo la caduta di Damasco l’8 dicembre 2024. Il presidente Vladimir Putin ha concesso loro asilo per «ragioni umanitarie». L’ex presidente vive a Mosca sotto stretta supervisione russa, lontano dalla politica e dalle apparizioni pubbliche; la sua residenza esatta non è stata comunicata ufficialmente. Damasco ne ha chiesto la consegna, ma il Cremlino non ha mostrato alcuna intenzione di privarlo della propria protezione.

La pena capitale rischia anzi di complicare ulteriormente ogni trattativa. «C’è un problema enorme. Nessuno consegnerà un criminale a un Paese che emette una condanna a morte», ha osservato il giurista siriano Anwar al-Bunni, definendo il verdetto «giustizia performativa, non giustizia di transizione». Mosca può ora invocare anche il rischio per la vita del ricercato per respingere l’estradizione.

I mandati francesi: Assad era ricercato

Un punto va precisato: prima del verdetto di Damasco, nessun tribunale straniero aveva condannato personalmente Bashar al-Assad. La Francia aveva però emesso tre mandati d’arresto. Il primo, nel novembre 2023, riguardava gli attacchi chimici del 2013 nella Ghouta; confermato in appello nel giugno 2024, è stato annullato dalla Cassazione francese nel luglio 2025 per l’immunità di cui Assad godeva quando era ancora presidente.

Un secondo provvedimento, emesso il 21 gennaio 2025, lo accusa di complicità nel bombardamento con barili esplosivi che nel 2017 uccise a Daraa il cittadino franco-siriano Salah Abu Nabut. Il terzo, annunciato nel settembre 2025, riguarda l’attacco deliberato contro il centro stampa di Homs del 22 febbraio 2012, nel quale morirono la giornalista americana Marie Colvin e il fotografo francese Rémi Ochlik.

I tribunali di Germania e Francia avevano poi già condannato all’ergastolo alcuni uomini dell’apparato siriano, ma mai il vertice politico. Ora quel vuoto è stato colmato dalla giustizia di Damasco. La sentenza possiede un peso storico e, per il momento, soprattutto simbolico: Assad non governa più la Siria, ma resta al riparo nella capitale del suo più potente alleato moscovita.




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 Alice Carrazza

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