Nel Fondo nazionale di riequilibrio da 50 milioni di euro una quota vincolata di 15 milioni per le professioni della riabilitazione. E una battaglia che deve riguardare anche chi lavora nei centri privati, negli ambulatori e nelle strutture accreditate.
C’è un pezzo importante della Sanità italiana che lavora ogni giorno, spesso lontano dai riflettori, ma che troppo raramente trova spazio quando si parla di riconoscimenti economici, indennità e valorizzazione professionale: la riabilitazione.
È arrivato il momento di dirlo senza giri di parole: non basta ricordarsi delle professioni della riabilitazione quando si parla di integrazione sociosanitaria, assistenza territoriale, cronicità e presa in carico della persona. Bisogna ricordarsene anche quando si distribuiscono le risorse.
Il lavoro di un fisioterapista, di un logopedista, di un TNPEE, di un terapista occupazionale, di un tecnico della riabilitazione psichiatrica, di un educatore professionale, di un ortottista o di un podologo non può essere considerato indispensabile soltanto nei documenti programmatici. Deve esserlo anche nelle scelte economiche e contrattuali.
Il SIAPS intende assumersi una responsabilità precisa su questo terreno.
Cinquanta milioni per riequilibrare, quindici destinati alla riabilitazione
In un emendamento alla Legge di Bilancio abbiamo portato la dotazione del Fondo nazionale di riequilibrio economico a 50 milioni di euro annui, per complessivi 150 milioni nel triennio 2027-2029.
All’interno di questo stanziamento proponiamo di riservare 15 milioni di euro ogni anno alle professioni della riabilitazione, pari al 30% del Fondo.
È una scelta che vogliamo tradurre in una previsione finanziaria precisa, con una quota identificabile e vincolata.
La proposta nasce da una convinzione: non può esistere un Fondo di riequilibrio che non riequilibri anche le condizioni di chi lavora nella riabilitazione, e non sarebbe sufficiente inserire queste professioni in un elenco generale, lasciando poi che le risorse vengano assorbite da altre priorità.
La quota dedicata serve proprio a evitare questo rischio
Il lavoro riabilitativo non è una prestazione accessoria, chi lavora nella riabilitazione conosce bene la realtà dei servizi.
Ci sono bambini con patologie complesse e disturbi del neurosviluppo che hanno bisogno di percorsi lunghi e continuativi, ci sono famiglie che attendono mesi, talvolta anni, per accedere a una presa in carico, ci sono adolescenti con fragilità psichiche e comportamentali, adulti che devono recuperare funzioni dopo un ictus o un trauma, anziani che cercano di conservare la propria autonomia e persone con malattie neurodegenerative per le quali ogni miglioramento e ogni funzione mantenuta rappresentano un risultato importante.
La riabilitazione accompagna la persona nel tempo, non si limita a intervenire su un singolo episodio di malattia: lavora sul recupero, sul mantenimento delle capacità, sulla comunicazione, sul movimento, sulla partecipazione alla vita quotidiana e sull’autonomia.
È un’attività che richiede preparazione, responsabilità continuità e un rapporto spesso molto stretto con il paziente e con la sua famiglia, eppure, troppo spesso, questo impegno non trova un riconoscimento economico proporzionato.
Il privato non può continuare a essere il grande dimenticato
C’è poi una questione che merita un capitolo a parte: il lavoro nella sanità privata, nei centri di riabilitazione, negli ambulatori e nelle strutture private accreditate.
Una parte consistente dell’attività riabilitativa si svolge fuori dalle aziende sanitarie pubbliche. Migliaia di professionisti lavorano in queste realtà, garantendo prestazioni essenziali e assicurando continuità a percorsi assistenziali che il sistema pubblico, da solo, non riuscirebbe sempre a sostenere.
Ma il riconoscimento del loro lavoro non può essere considerato un problema secondario.
Molti professionisti del settore privato lavorano con retribuzioni che dipendono quasi esclusivamente dallo stipendio base, senza quelle indennità che in alcuni contesti ospedalieri possono contribuire a migliorare il trattamento economico. Nei centri e negli ambulatori si affrontano carichi di lavoro, responsabilità, situazioni complesse e rischi professionali che non scompaiono semplicemente perché la struttura non è pubblica.
La natura privata del datore di lavoro non rende meno qualificata la prestazione, meno importante il paziente o meno impegnativo il lavoro del professionista.
Per questo il SIAPS ritiene che la valorizzazione debba riguardare anche i lavoratori dei centri privati accreditati e convenzionati. Non possiamo proclamare l’universalità del diritto alla salute e poi accettare che chi contribuisce a garantirlo sia lasciato fuori da ogni ragionamento sul riconoscimento professionale.
Occorre aprire un confronto sulla contrattazione, sulle tariffe, sugli standard di personale e sulle risorse destinate ai servizi accreditati. Se il sistema pubblico acquista prestazioni dal privato, deve anche interrogarsi sulle condizioni di lavoro di chi quelle prestazioni le eroga.
Chiediamo che i professionisti della riabilitazione non siano penalizzati proprio perché lavorano nel privato, e soprattutto chiediamo che la quota di 15 milioni proposta per il Fondo non venga presentata come una soluzione già estesa automaticamente a tutti i lavoratori privati e ai liberi professionisti.
Per raggiungere anche loro serviranno strumenti normativi, contrattuali e finanziari specifici. È un impegno che va assunto con chiarezza, non una promessa da lasciare sulla carta.
Quattro ambiti nei quali riconoscere il lavoro e i rischi
La proposta del SIAPS vuole aprire anche una riflessione sulle condizioni concrete nelle quali operano i professionisti della riabilitazione.
Ci sono almeno quattro ambiti che meritano un riconoscimento specifico:
- Aggressioni e movimentazione dei pazienti: professionisti che lavorano quotidianamente a stretto contatto con persone fragili, con disturbi comportamentali o con importanti limitazioni motorie possono essere esposti a episodi di aggressione e a carichi fisici rilevanti.
- Area critica: la riabilitazione nei contesti ospedalieri ad alta intensità assistenziale richiede competenze specifiche, responsabilità e un impegno che deve trovare adeguata considerazione.
- Attività territoriale e domiciliare: raggiungere il paziente a casa, lavorare in contesti spesso complessi e garantire continuità assistenziale comporta responsabilità e condizioni operative differenti da quelle ambulatoriali.
- Servizi ad alto carico assistenziale: neuropsichiatria infantile, disabilità complesse, strutture residenziali e percorsi di salute mentale richiedono continuità, competenze e un forte coinvolgimento professionale ed emotivo.
Questi ambiti devono diventare oggetto di una valutazione concreta, con criteri chiari e risorse adeguate. Non vogliamo inventare indennità indistinte, ma costruire un sistema che riconosca le condizioni effettive di lavoro e le responsabilità assunte.
Il SIAPS vuole aprire una nuova stagione di confronto
Questa iniziativa è anche un messaggio rivolto alle professioni della riabilitazione e ai loro organismi di rappresentanza.
Il SIAPS non intende parlare al loro posto, né sostituirsi alle sedi istituzionali e ordinistiche.
Vuole però portare le loro istanze dentro una proposta sindacale concreta e aprire un confronto con le Commissioni di albo nazionali, gli Ordini, le rappresentanze dei lavoratori e le organizzazioni che operano nel settore.
Le professioni della riabilitazione devono poter contribuire alla definizione delle misure che le riguardano. Servono dati aggiornati, una ricognizione delle condizioni economiche e contrattuali nel pubblico e nel privato, un’analisi dei rischi e una proposta condivisa sulle priorità.
Il Fondo da 50 milioni, con 15 milioni riservati alla riabilitazione, è un primo passo. Non risolve da solo tutte le disparità e non esaurisce le rivendicazioni di un’area professionale tanto articolata, ma introduce un principio che riteniamo essenziale: le risorse destinate al riequilibrio devono arrivare anche a chi, fino a oggi, ha avuto meno spazio nelle politiche di riconoscimento.
Non vogliamo più professioni dimenticate
Il sindacato deve servire a questo: dare voce a chi non riesce a far arrivare le proprie istanze nei luoghi in cui si decidono le condizioni di lavoro e la distribuzione delle risorse.
Non abbiamo interesse a costruire classifiche tra professioni, né a mettere una categoria contro un’altra, ma l’unità non può significare silenzio sulle disuguaglianze, e la multiprofessionalità non può diventare una parola buona per i convegni e dimenticata quando si scrivono le norme.
Ai professionisti della riabilitazione diciamo che le loro osservazioni sono state ascoltate e che intendiamo trasformarle in un confronto concreto, mentre ai colleghi che lavorano nel privato diciamo che non possono essere considerati una componente di serie B del sistema sanitario.
La battaglia per la valorizzazione non deve fermarsi davanti ai cancelli di un ospedale pubblico, ma deve raggiungere i centri di riabilitazione, gli ambulatori, le strutture accreditate, il territorio e il domicilio delle persone assistite.
Il SIAPS vuole portare queste istanze dentro la Legge di Bilancio e nel confronto con le istituzioni, perché la riabilitazione non è un settore marginale della Sanità, é una parte essenziale del diritto alla salute, e chi la garantisce ogni giorno merita di essere riconosciuto, non soltanto ringraziato.
Michele Placentino
Segretario Generale del SIAPS
Correzione bozze, foto, grafici e video realizzati con AI.
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