Si chiudono oggi alle 24 i termini per presentare le offerte volte ad acquisire gli asset di Acciaierie d’Italia (ex Ilva) dall’amministrazione straordinaria. È la terza gara in due anni, la quarta se si include quella del 2016-2017 che vide prevalere la multinazionale ArcelorMittal. Ma stavolta l’azienda si presenta in condizioni decisamente peggiori rispetto alle precedenti. Tutta l’attività è attualmente ferma e l’area a caldo, con altiforni e cokerie, spenta su ordine della magistratura poiché inquinante (il decreto della Corte d’Appello di Milano confermato ultimamente anche dalla Cassazione). Inoltre, è stata chiesta la cassa integrazione straordinaria per 8.622 dipendenti, indotto-appalto a parte. A Taranto ripartirà il 10 l’area a freddo (o di laminazione) con le bramme di acciaio fornite da terzi. Da Marcegaglia anzitutto.
Altri quantitativi arriveranno prossimamente via nave, ma il treno nastri che lavora le bramme, è solo un pezzo di uno stabilimento con 7.865 dipendenti, di cui 6.964 destinati ora alla cassa integrazione. Come dire: non sarà quest’attività di laminazione, per ora garantita sino a gennaio, a risolvere una crisi pesante, che sul fronte dei numeri vede, al primo semestre 2026, un miliardo e 700 milioni di debiti verso i fornitori, un miliardo e 142 milioni di debiti finanziari e 5 miliardi e 494 milioni di debiti concorsuali, riferiti cioè alla procedura di amministrazione straordinaria di Acciaierie apertasi a febbraio 2024 con la defenestrazione di ArcelorMittal.
Il presente è critico e il futuro segnato da incognite. Perché con il fatto che i fondi inizialmente assegnati alla decarbonizzazione del siderurgico, siano stati prima tagliati, poi spostati di ministero, dall’Ambiente alle Imprese, e infine inseriti in un maxi contenitore alla voce transizione green e digitale, non è chiaro se permetteranno di costruire impianti di preridotto e forni elettrici. Quello che dovrebbe forse essere il futuro di Taranto ora che l’area a caldo è uscita di scena dopo 62 anni.
In questi frangenti l’ex Ilva ne ha viste di tutti i colori, compresa l’offerta di un euro avanzata da alcuni potenziali acquirenti. E comune denominatore per quasi tutti quelli che si sono affacciati all’azienda, è stata la richiesta di aiuto allo Stato. O come agevolazione e sostegno all’investimento, o come prestito, vedi l’americano Flacks Group che ha chiesto almeno un miliardo.
I bandi per riportare l’ex Ilva sul mercato sono stati due: a fine luglio 2024 e ai primi di agosto 2025. Il 10 gennaio 2025, in relazione al bando dell’estate precedente con una prima scadenza prorogata, si ebbero complessivamente 10 offerte: 7 per i singoli asset e 3 per il gruppo. Quest’ultimo interessava gli azeri di Baku Steel insieme ad Azerbaijian Investment Company, gli americani di Bedrock Industries Management e gli indiani di Jindal Steel International. Altro giro il 26 settembre 2025. In relazione al bando del mese prima, ci furono 10 offerte totali. Quelle per i singoli asset passarono da 7 a 8 e per l’intero gruppo da 3 a 2. Tra quest’ultimi ancora Bedrock e un altro soggetto statunitense: Flacks Group insieme a Steel Business Europe.
E oggi? Baku Steel non c’è più. Andato via dopo l’estate 2025 perché Taranto non accettò la nave di rigassificazione, che per gli azeri doveva alimentare di gas anche la fabbrica. Via anche Bedrock. Jindal, che si era defilato per cercare di prendere la tedesca ThyssenKrupp, non riuscendoci però, è invece ritornato.
Le previsioni delle ultime ore dicono che quasi certamente Jindal presenterà la sua offerta. L’aveva già rimodulata dopo il decreto di stop della Corte d’Appello di Milano e ora l’aggiornerà. Mesi addietro Jindal parlava di un forno elettrico a Taranto da 2 milioni di tonnellate e di 4 milioni di tonnellate di bramme importate dall’Oman per arrivare a regime alla soglia di 6 milioni autorizzata dall’Aia per Taranto. Gli occupati? Circa 4.500.
Non dovrebbe invece esserci, salvo sorprese, la cordata guidata da Federacciai, che giorni fa ha reputato oneroso e rischioso l’investimento nell’ex Ilva. Gli acciaieri italiani – nella cordata Marcegaglia, Arvedi, Duferco, Acciaierie Venete, Feralpi, Anghileri ed altri – hanno presentato una manifestazione di interesse a metà agosto. Tra settembre e ottobre hanno avuto accesso alla data room di Acciaierie, prendendo contezza dello stato della società e dei relativi dati, e sono stati altresì in delegazione a Taranto e Genova per visitare gli impianti. Strada facendo, però, nella cordata nazionale sono via via emerse molte riserve sulla fattibilità e praticabilità dell’operazione ex Ilva.
E a proposito di italiani, si attende di capire che farà Arvedi, produttore di laminati piani come quelli che faceva Taranto prima dello stop e detentore di una tecnologia innovativa. Arvedi – spesso evocato per l’ex Ilva ma mai apparso in concreto negli ultimi due anni – scese ufficialmente in campo solo nel 2016-2017, quando con la cordata Acciaitalia – dove c’erano anche Jindal e Cassa Depositi e Prestiti – tentò, invano, di battere il concorrente ArcelorMittal a cui poi l’azienda fu assegnata. Se stavolta Arvedi ci sarà, vorrà dire che, pur essendo nella cordata di Federacciai, ha poi condotto una trattativa diretta, forse con Palazzo Chigi, negoziandone le condizioni. Da rilevare che Arvedi gestisce già gli impianti di Cremona e Terni. E sommare eventualmente anche l’ex Ilva, potrebbe eventualmente determinare un esame da parte dell’Antitrust. Invece non sarà della gara la ceca Ce Industries, che ad agosto ha fatto una manifestazione di interesse, mentre non avrebbe chance, secondo gli osservatori, Flacks Group, visto che le garanzie chiestegli dai commissari non sono state presentate.
Infine, continua a soffrire l’indotto-appalto per i mancati pagamenti da AdI. «Ignorare le conseguenze dei mancati pagamenti significa vivere fuori dalla realtà», dichiara Fabio Greco, presidente Confapi Taranto, per il quale è stata avanzata una richiesta «solo ed esclusivamente nell’interesse di aziende ormai allo stremo che chiedono di conoscere quale sarà il loro destino», visto che «si ritrovano a pagare mensilmente oneri finanziari, stipendi, fornitori».
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