Il record del turismo di Occhiuto è una sòla (pazzesca!)



Il record del turismo di Occhiuto è una sòla. La Calabria dei record, dei miliardi annunciati e dei quattro aerei che diventano sviluppo

C’è qualcosa di irresistibilmente comico nel modo in cui ormai viene narrato il turismo calabrese. Basta mettere in fila qualche numero, convocare un presidente di Regione, un amministratore delegato, un ridicolo assessore e qualche decina di slide e il miracolo è compiuto: la Calabria è diventata una potenza turistica. Non importa che alcuni numeri siano previsioni, che altri misurino la spesa anziché la ricchezza prodotta e che altri ancora abbiano bisogno di qualche spiegazione supplementare. Una volta messi tutti insieme, fanno già figura di risultato.

Il 2026 sarebbe infatti l’anno del record: 2,3 milioni di arrivi, 9,8 milioni di presenze, 3,1 miliardi di euro di spesa turistica, pari, ci viene detto, al 7,6% del Pil regionale. Il tutto mentre la Regione ricorda con orgoglio i 47 milioni di euro investiti nella promozione.

Peccato che i 3,1 miliardi non siano il Pil prodotto dal turismo, ma la spesa turistica stimata. E che quel 7,6% non misuri dunque la quota di ricchezza prodotta dal turismo, ma il rapporto fra la spesa dei turisti e il Pil regionale. Una differenza piuttosto importante, se si vuole parlare di economia invece che di una presentazione aziendale. Ma nelle slide, si sa, le differenze hanno il brutto vizio di complicare i miracoli.

Poi arrivano gli aerei. Ryanair ha annunciato quattro aeromobili basati in Calabria, due a Lamezia e due a Reggio, e li ha presentati come un investimento complessivo di 400 milioni di dollari nella regione. Quattro aerei diventano così 400 milioni di dollari di investimento calabrese. È una concezione assai innovativa dell’investimento territoriale: basta che un aereo di proprietà di una compagnia straniera venga basato per qualche tempo in un aeroporto calabrese e, voilà, eccolo trasformato in capitale investito nella regione.

A questo punto potremmo rivalutare anche il concetto di patrimonio immobiliare. Se un aereo che può essere spostato domani viene conteggiato come investimento territoriale, forse basterebbe parcheggiare qualche nave nel porto di Gioia Tauro per poter annunciare un nuovo miracolo industriale.

Naturalmente gli aerei sono un investimento per Ryanair. La compagnia li acquista, li impiega e cerca di ricavarne un rendimento. Ma non sono 400 milioni investiti nella Calabria nel senso in cui lo sarebbero una fabbrica, un’impresa calabrese, un centro di ricerca o un’infrastruttura produttiva che rimane qui. Sono aerei. E gli aerei, soprattutto, hanno la singolare caratteristica di poter prendere il volo.

È però proprio questa la grammatica della nuova economia turistica calabrese: un flusso diventa ricchezza, una spesa diventa Pil, un aereo diventa investimento territoriale e una previsione diventa un risultato. Basta trovare la slide giusta.

Il capolavoro arriva con i 47 milioni spesi in promozione. Secondo TEHA, gli investimenti regionali nel destination marketing avrebbero prodotto nel triennio un impatto economico di 5,8 miliardi. La Regione presenta il dato come una dimostrazione dell’efficacia della propria politica.

Il ragionamento ha una semplicità ammirevole: la Regione spende per attirare turisti; i turisti arrivano; TEHA calcola l’impatto della strategia; l’impatto dimostra che la strategia ha funzionato. È una specie di macchina del moto perpetuo: il successo della politica diventa la prova del successo della politica.

E mentre si celebrano i miliardi della spesa turistica, sarebbe interessante fare una domanda molto meno spettacolare: quanto di quei miliardi rimane effettivamente in Calabria?

Non quanti soldi entrano, ma quanti restano. Non quanti passeggeri arrivano, ma quale ricchezza producono per chi vive qui. Non quanti letti vengono occupati, ma quale lavoro producono e per quanto tempo.

Perché, appena si passa dai turisti ai lavoratori, il miracolo perde un po’ della sua luminosità. Banca d’Italia, infatti, rileva che in Calabria il 70% degli addetti con contratti stagionali è occupato nell’ospitalità e che nel 2024 la retribuzione giornaliera del settore era inferiore di oltre il 30% rispetto alla media del privato non agricolo. La Regione stessa ha dovuto mettere a disposizione 4,5 milioni di euro per incentivare le imprese turistiche ad assumere con contratti regolari e più duraturi, indicando fra gli obiettivi il contrasto al lavoro nero e l’allungamento della durata dei contratti.

Insomma, mentre nelle “slide” gli arrivi battono i record, nella realtà bisogna finanziare le imprese perché il lavoro duri un po’ più della stagione. E non è soltanto una questione statistica. Basta parlare con chi lavora nei bar, nei ristoranti, nei lidi e negli alberghi per sapere che cosa significhi concretamente occupazione quando la parola viene pronunciata in una conferenza sul turismo: mesi di lavoro, mesi senza lavoro, contratti stagionali, part-time sulla carta e giornate interminabili, molto meno part-time nella realtà. Un’inchiesta del luglio scorso ha raccolto testimonianze di turni fino a dodici ore, paghe di tre o quattro euro l’ora, lavoro nero e contratti che non corrispondono alle ore effettivamente lavorate.

Naturalmente il turismo crea lavoro. La domanda, molto meno elegante da mettere in una slide è: quale lavoro?

Perché chiamare sviluppo un’economia nella quale una parte consistente dell’occupazione turistica è stagionale, le retribuzioni sono inferiori alla media e la Regione deve spendere per incentivare contratti più lunghi significa avere un’idea piuttosto particolare dello sviluppo. Se questo è il grande futuro economico della Calabria, bisognerà almeno spiegare ai giovani che il nuovo modello consiste nel lavorare durante la stagione e aspettare con fiducia il prossimo record di arrivi.

Poi ci sono i mai abbastanza propagandati 110 milioni per alberghi e B&B. Anche qui il miracolo numerico merita di essere osservato con attenzione. Nelle carte regionali i milioni di contributo pubblico sono 50: 40 per le strutture alberghiere e 10 per quelle extralberghiere. I 40 milioni della linea alberghiera risultano già esauriti, mentre quella da 10 milioni per l’extralberghiero è rimasta aperta. I 110 milioni sono invece un’altra cosa: sono gli investimenti complessivi che i 50 milioni pubblici dovrebbero contribuire ad attivare.

Ma nella narrazione il passaggio è sorprendentemente breve: 50 milioni diventano 110 milioni di investimenti; poi i 110 milioni diventano «110 milioni destinati» alle strutture. Il denaro pubblico e il denaro privato fanno così amicizia nelle slide e finiscono per presentarsi insieme alla conferenza stampa.

Resta però una piccola domanda, forse poco adatta alla celebrazione: dove sono, nelle carte, i 60 milioni che trasformano i 50 pubblici in 110 di investimento?

Perché 110 milioni di investimenti che si prevede possano essere attivati non sono 110 milioni di soldi pubblici già disponibili. E un investimento complessivo atteso non è una dotazione finanziaria. Sono due cose diverse. Persino fuori da una facoltà di economia.

Nel frattempo Occhiuto rimprovera al mercato locale di non rispondere abbastanza rapidamente. Ma prima di accusare il privato di essere lento sarebbe forse utile dire con precisione quali siano le risorse disponibili, quali siano già state impegnate, quali siano i bandi aperti, quali gli investimenti approvati e quali, invece, esistano ancora soltanto nella forma più liquida possibile: quella dell’annuncio.

Altrimenti il meccanismo è perfetto: si annuncia una cifra, si mette insieme il contributo pubblico con l’investimento privato che dovrebbe essere attivato, e si presenta in pompa magna insieme ad CEO di una “grande impresa milanese” il totale di 110 milioni come risorsa messa a disposizione dalla Regione di Occhiuto e poi si rimproverano le imprese perché non hanno ancora prodotto il miracolo.

È difficile immaginare una macchina della propaganda più efficiente. E, infine, ci sono gli investimenti per i borghi perché questi investimenti dovrebbero contribuire anche alla loro ricettività. Nei documenti regionali, però, non ci sono comunità da rafforzare, paesi da ripopolare, servizi da mantenere, scuole da salvare, attività economiche da consolidare. Ci sono imprese, strutture ricettive, investimenti e contributi in conto capitale. La regione reale, con i suoi abitanti, i suoi servizi e la sua economia quotidiana, è un’altra cosa. Ma nella nuova narrazione turistica anche quello può diventare facilmente un prodotto: qualche casa ristrutturata, un’insegna restaurata, un B&B, una fotografia al tramonto e il paese è pronto per essere valorizzato.

A quel punto il miracolo è completo: il borgo diventa destinazione, la destinazione diventa flusso, il flusso diventa spesa, la spesa diventa Pil e quattro aerei diventano 400 milioni di investimenti. Manca soltanto il dato più difficile da trovare: quanto di tutto questo rimane ai calabresi?


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