Con la concorrenza non sempre leale di prodotti extra Ue, il riciclo della plastica dovrebbe avere un sostegno. Invece gli indirizzi europei che dovrebbero promuoverlo finiscono per affossarlo. E così si ferma tutta la filiera, raccolta differenziata compresa.
Plastiche: nel riciclo siamo secondi solo alla Germania
Le politiche europee pensate per sostenere la decarbonizzazione e l’economia circolare finiscono sempre più spesso per penalizzare l’industria europea e beneficiare l’import extra-europeo.
Occorre ripensare le politiche. In un nostro recente lavoro analizziamo il caso della plastica.
Da qualche anno, l’industria europea della plastica e quella del suo riciclo sono sotto pressione: i bassi prezzi dei polimeri vergini, le importazioni extra-Ue e gli alti costi energetici stanno mettendo fuori mercato le produzioni europee. I riciclatori lamentano da tempo anche la concorrenza sleale dei polimeri vergini importati dal Far East e spacciati per riciclati a seconda delle convenienze.
Ormai da diversi anni la produzione di plastiche in Europa è in calo: tra il 2018 e il 2024, la riduzione è del 12 per cento; di converso, a livello mondiale, la produzione è cresciuta del 16 per cento.
In Europa, stiamo perdendo capacità di produzione: l’industria energivora si delocalizza in altre aree del Mondo, come Asia e Medio Oriente.
Oltre a essere un produttore di plastiche, il nostro paese ha anche una specializzazione nel riciclo, in particolare di tipo meccanico: in Europa siamo secondi solo alla Germania, con una quota di mercato del 14,5 per cento.
Occorre un sostegno al reimpiego delle materie prime da riciclo
La localizzazione è spinta dalle politiche europee che hanno indicato decarbonizzazione e sostenibilità ambientale delle produzioni come indirizzi di lungo termine, e dunque non sorprende che la produzione di plastiche vergini soffra. Sorprende invece il fatto che il riciclo della plastica ne segua le sorti. Se infatti fossimo conseguenti agli indirizzi anche nelle azioni, le materie prime da riciclo dovrebbero godere in Europa di un “titolo preferenziale” nel loro reimpiego, rappresentando il principale sostituto alla produzione di nuovi polimeri vergini.
In un contesto di promozione di obiettivi ambientali e di economia circolare, il riciclo della plastica dovrebbe avere un sostegno, mentre finisce per essere affossato proprio da quegli stessi indirizzi europei che dovrebbero promuoverlo.
Perché siamo arrivati a questo punto? La ragione è semplice. Ancora oggi la plastica riciclata non gode di nessun vantaggio nel suo impiego in sostituzione della materia prima vergine. Al contrario, è più costosa e per questo soffre la competizione dei polimeri vergini, gravata da costi maggiori oltre che da proprietà intrinseche dei materiali non equipollenti. Raccogliere, selezionare, lavare e trasformare un rifiuto richiede infatti energia, impianti e trattamenti industriali. E quando il prezzo della plastica vergine scende, anche quella da riciclo vede ridursi il prezzo di mercato. Aggiungiamo poi che, anche quando esistono degli obblighi di contenuto minimo di prodotto riciclato, come nel caso delle bottiglie per bevande, le plastiche importate possono essere dichiarate come riciclate, spiazzando il riciclo interno.
La criticità è più intensa per le plastiche meno pregiate, come quelle miste (plasmix), e in particolare le pellicole utilizzate per confezionare gli alimenti (poliolefine), laddove il valore di mercato non copre i costi del riciclo. E se non esiste un acquirente della plastica riciclata, tutta la filiera si ferma, a partire dalle raccolte differenziate. Come sta accadendo in questi mesi.
L’allarme contagia la raccolta dei rifiuti
Un recente intervento della Conferenza delle regioni denuncia una discontinuità dei ritiri delle plastiche dai centri in cui viene selezionata dalle raccolte differenziate. I casi riportati danno la misura del problema. Nel bacino di Venezia, al 21 agosto si erano accumulate 9.867 tonnellate di plastiche. In Emilia-Romagna nei territori di Rimini e Cesena, si è reso necessario avviare a recupero energetico la plastica differenziata. Nel Lazio, l’autonomia residua era di alcuni giorni. In Sardegna, lo spazio nei magazzini di stoccaggio risultava esaurito. E quando lo spazio per lo stoccaggio si esaurisce, non resta che fermare le raccolte.
Al momento, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica segnala una perdita di capacità di trattamento: in altre parole gli impianti di riciclaggio stanno chiudendo. E da novembre 2026, un divieto europeo restringerà la possibilità di esportare i rifiuti in plastica verso paesi non Ocse.
L’economia circolare si ferma di fronte alla globalizzazione di un mercato senza regole.
Quali interventi sono necessari?
Il regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, entrato in vigore ad agosto 2026, ha introdotto obblighi di contenuto minimo di plastica riciclata nella produzione di nuovi beni. Ma decorrono dal 2030.
In prospettiva, proprio in virtù dei nuovi obblighi, la domanda di plastiche riciclate è destinata a crescere. Ma cosa ci garantisce che quando saranno cogenti avremo ancora gli impianti per lavorare le plastiche che oggi non vuole nessuno?
Servono allora interventi che rendano subito obbligatorio e conveniente utilizzare le plastiche da riciclo, con una preferenza per quelle derivanti da circuiti di raccolta-selezione-riciclaggio-produzione europei, oltre a controlli per verificare l’origine dei prodotti importati. Occorrono verifiche sull’origine del materiale dichiarato come riciclato: oggi, infatti, non esistono codici doganali distinti tra polimeri vergini e riciclati.
Altrimenti gli obblighi europei finiranno per sostenere le importazioni extra-Ue proprio mentre la regolamentazione europea e i maggiori costi dell’energia ci mettono fuori mercato.
Urge dunque un sostegno mirato alla domanda di plastiche riciclate e un contributo pubblico alle plastiche più difficili da riciclare, come le poliolefine miste. Gli obblighi di incorporazione di materiali riciclati nella produzione di nuovi beni e acquisti pubblici devono essere anticipati.
Meritevole di attenzione è l’iniziativa della Francia che, dal gennaio 2026, ha introdotto un sostegno economico per gli utilizzatori di plastica riciclata post-consumo. Sono previsti trasferimenti agli utilizzatori di plastica da riciclo da 450 a 1.000 euro/ton in base al polimero utilizzato, coperti dai contributi versati dai produttori, dunque senza costi aggiuntivi per la finanza pubblica. Per ottenere il sostegno, l’intero ciclo che parte dalla raccolta urbana alla produzione del nuovo bene deve realizzarsi in un raggio di 1.500 chilometri dal baricentro della Francia.
Senza un sostegno alle plastiche da riciclo in Europa, le giuste ambizioni di decarbonizzazione europee finiscono per danneggiare i riciclatori europei, sostenendo delocalizzazione e importazioni.
La regolamentazione europea non può essere la palla al piede del sistema industriale, deve diventare la leva con cui il sistema produttivo europeo viene protetto dal resto del mondo che lavora con standard ambientali e sociali non equipollenti.
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