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Enzo Renato: “Non c’è due senza tre. I fallimenti di Manfredonia in ambito industriale”

Non c’è due senza tre, un disastro preannunciato

A Manfredonia il fallimento non è soltanto una sequenza di occasioni perdute: è il risultato di una politica dello sviluppo priva di continuità, controlli e visione. Dopo il disastro ambientale del petrolchimico e il declino del Contratto d’Area, la città rischia oggi un terzo errore: consumare il suo principale patrimonio, il fronte mare, in nome di una crescita edilizia non accompagnata da infrastrutture, servizi e tutela ambientale.

Il primo fallimento: l’industria

La storia del petrolchimico comincia tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, quando nell’area di Macchia, nel territorio di Monte Sant’Angelo ma a pochi chilometri da Manfredonia, viene insediato lo stabilimento ANIC, poi diventato Enichem. La promessa è quella consueta dell’industrializzazione del Mezzogiorno: occupazione, modernizzazione e riscatto economico. Gli impianti producono fertilizzanti, ammoniaca, urea e caprolattame.

Il 26 settembre 1976, però, un’esplosione nell’impianto ammoniaca-urea provoca la dispersione nell’ambiente di arsenico e suoi composti. Le stime sulla quantità rilasciata variano nelle ricostruzioni disponibili; una relazione ambientale parla di circa dieci tonnellate, mentre altre fonti riportano quantitativi superiori. È quindi necessario distinguere i dati documentati dalle ricostruzioni giornalistiche e memorialistiche.

L’incidente diventa il simbolo di una “catastrofe continuata”, fatta non solo di un singolo episodio ma anche di fughe, incendi, sversamenti e contaminazione di suoli e falde. Il sito è stato successivamente inserito tra i Siti di interesse nazionale da bonificare; nel 2019 Stato, Regione, Comune di Manfredonia e Comune di Monte Sant’Angelo hanno sottoscritto un accordo per la messa in sicurezza, la bonifica e il recupero delle aree inquinate.

La ferita è stata anche istituzionale. Nel caso Guerra e altri contro Italia, deciso dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel 1998, l’Italia è stata ritenuta responsabile di non avere fornito alla popolazione informazioni adeguate sui rischi dell’impianto chimico e sulle procedure da seguire in caso di incidente.

Salute e responsabilità

Sul piano sanitario, il tema deve essere affrontato con rigore. Alcune indagini epidemiologiche hanno segnalato un eccesso di mortalità per tumore rispetto alla media regionale e altri indicatori critici, tra cui patologie cardiovascolari e malformazioni congenite; tuttavia, l’interpretazione del nesso causale tra esposizione e singole malattie resta materia scientifica e giudiziaria, non una conclusione da dare per scontata.

Nel procedimento penale celebrato a Manfredonia, dodici imputati — dieci ex dirigenti ANIC e due medici — erano accusati, a vario titolo, di disastro colposo, omicidio colposo, lesioni e omissione di controllo. Nel 2007 il tribunale assolse gli imputati, ritenendo non provato il rapporto causale tra esposizione all’arsenico e tumori.

La vicenda dei lavoratori deceduti, compresi gli operai indicati nelle denunce e nelle iniziative dei familiari, resta dunque una parte dolorosa della memoria collettiva. Ma un articolo giornalistico responsabile deve evitare di presentare come definitivamente accertati numeri, cause e responsabilità che non risultino confermati da sentenze o da studi epidemiologici consolidati.

Il secondo fallimento

Dopo la chiusura e il ridimensionamento del polo chimico, Manfredonia viene indicata come area di crisi. Il Contratto d’Area, firmato nel 1998 e riferito anche ai territori di Monte Sant’Angelo e Mattinata, nasce con obiettivi ambiziosi: bonificare e riconvertire l’area industriale, creare nuovi insediamenti produttivi non inquinanti e ricollocare il maggior numero possibile di lavoratori espulsi dal processo di deindustrializzazione.

I numeri ufficiali restituiscono però una distanza significativa tra programma e risultati. Il piano prevedeva 81 interventi, dei quali 53 risultavano realizzati o avviati, e un obiettivo occupazionale di 4.604 unità; alla chiusura del programma, nel 2003, l’occupazione registrata era di 1.583 unità, con una forte presenza di contratti di formazione e lavoro.

Il problema non fu soltanto quantitativo. Secondo le ricostruzioni sulla vicenda, molte aziende sostenute dagli incentivi non riuscirono a consolidarsi, mentre le aree industriali rimasero segnate da carenze di viabilità, acqua, servizi e manutenzione. Il risultato fu un paesaggio di capannoni vuoti, imprese ridimensionate e infrastrutture incomplete: l’opposto di quella piattaforma produttiva stabile promessa alla città.

Il nodo ambientale

La contraddizione più grave fu programmare nuovi insediamenti in un territorio ancora segnato dalla contaminazione e, in parte, sovrapposto a sistemi di tutela ambientale. I documenti regionali ricordano la presenza nel territorio di Manfredonia di numerosi SIC e ZPS, oltre al Parco nazionale del Gargano e alle zone umide della Capitanata.

Il Documento programmatico preliminare della VAS segnala inoltre che l’individuazione di aree industriali, in particolare connesse al Contratto d’Area, all’interno del SIC “Valloni e steppe pedegarganiche” comportò una riduzione di circa 400 ettari e una procedura d’infrazione europea nei confronti dello Stato italiano.

Qui emerge una lezione decisiva: la riconversione non può limitarsi a sostituire un’industria con un’altra. Prima vengono la caratterizzazione dei suoli, la bonifica, la sicurezza delle falde, la valutazione d’incidenza sulle aree protette e un sistema indipendente di monitoraggio. Senza queste condizioni, anche un insediamento formalmente “non inquinante” rischia di nascere su basi fragili.

Il terzo fallimento

Oggi la città sembra trovarsi davanti a un’altra scelta strategica. Da una parte c’è la vocazione turistica, fondata sul mare, sul paesaggio, sul patrimonio storico e sulla posizione di porta meridionale del Gargano; dall’altra, il rischio di trasformare il fronte costiero in una nuova occasione di rendita fondiaria.

Il dibattito sul progetto denominato “Frontemare” mostra già una frattura politica e culturale. I comitati contrari parlano di una possibile cementificazione della riviera ovest, chiedendo invece riqualificazione urbana, mobilità sostenibile, servizi pubblici, spazi per lo sport e tutela del collegamento ferroviario. Queste posizioni sono riportate da fonti locali e rappresentano, allo stato, il punto di vista dei promotori della contestazione; la valutazione definitiva spetta agli atti urbanistici, alle procedure ambientali e al confronto pubblico.

Il pericolo non è soltanto costruire troppo. È costruire senza domandarsi quale città si vuole lasciare tra venti o trent’anni. Una fascia costiera occupata da nuove abitazioni ma priva di trasporto pubblico efficiente, parcheggi di interscambio, reti ciclabili, depurazione adeguata, servizi turistici e spazi verdi potrebbe aumentare il valore di pochi immobili senza aumentare il benessere della comunità.

La scelta possibile

Manfredonia non ha bisogno di un altro ciclo fondato sull’annuncio, sull’incentivo pubblico e sulla trasformazione irreversibile del territorio. Ha bisogno di una strategia integrata che tenga insieme bonifiche, turismo, pesca, agricoltura, porto, mobilità e tutela delle zone umide.

Una rotta diversa potrebbe partire da cinque priorità:

completare la bonifica del SIN e rendere pubblici, in forma comprensibile, i dati su suoli, falda, aria e catena alimentare;

istituire un osservatorio epidemiologico permanente, con università, ASL, ARPA, lavoratori e cittadini;

recuperare le aree industriali esistenti prima di autorizzare nuovo consumo di suolo;

trasformare il lungomare in un’infrastruttura pubblica paesaggistica, con verde, percorsi ciclabili, servizi, accessibilità e spazi culturali;

approvare ogni intervento urbanistico attraverso una valutazione trasparente di costi, benefici, impatti climatici e ricadute occupazionali.

Il titolo “Non c’è due senza tre” non deve diventare una profezia. Può essere, al contrario, un avvertimento: il terzo fallimento non è ancora inevitabile, ma lo diventerebbe se la città confondesse la crescita con il cemento e la programmazione con la semplice localizzazione di nuovi edifici. Manfredonia ha già pagato un prezzo altissimo per avere sacrificato ambiente, salute e futuro a promesse industriali non mantenute; non può permettersi di consegnare anche il mare alla stessa logica.

Enzo Renato

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