Mondiali, Llorens racconta Messi: “Lo vedo ancora bambino”


Il primo allenatore blaugrana di Leo ha ripercorso con noi gli anni dell’arrivo a Barcellona, la timidezza, la fame di migliorarsi e il talento di quel ragazzino che sarebbe diventato una leggenda del calcio mondiale.

Cinque gol in due partite, il sorpasso a Miroslav Klose e il nuovo record nella storia dei Mondiali. Lionel Messi continua ad aggiungere pagine a una storia che ormai sembrava non avere più spazio per nuovi capitoli.

Eppure, per capire davvero il fuoriclasse che oggi guida l’Argentina alla ricerca di un altro trionfo mondiale, bisogna tornare indietro di oltre venticinque anni, quando Leo era ancora Lio e non il capitano della selección albiceleste, non aveva Palloni d’Oro da esibire né trofei in bacheca. Era soltanto un bambino di 13 anni arrivato da Rosario con un sogno enorme e un ostacolo altrettanto grande.

Messi in testa alla classifica marcatoriOpta by StatsPerform // IMAGN IMAGES via Reuters/Denny Medley

A Barcellona, quella piccola pulce che poi sarebbe diventata la Pulga arrivò nel 2000, accompagnato dalla famiglia.

La sua storia è diventata leggenda anche per quel contratto improvvisato firmato su un tovagliolo del ristorante dove si stava celebrando quella prima riunione (tovagliolo che, nel 2024, è stato venduto all’asta per 890 mila euro). Non c’era tempo da perdere. Si capiva già che speciale.

Il tovagliolo con il primo contratto di Messi è stato venduto all'asta per 890 mila euro
Il tovagliolo con il primo contratto di Messi è stato venduto all’asta per 890 mila euroWIKTOR SZYMANOWICZ / NURPHOTO / NURPHOTO VIA AFP

————————————————–

TUTTI I MONDIALI CON UN RACCONTO UNICO. OVUNQUE TU SIA.

Attiva DAZN da 19,99€ e guarda tutte le partite dei Mondiali 2026, live e on demand.

————————————————–

Dietro quel gesto simbolico, però, c’era una decisione molto più profonda: il Barça non gli offriva soltanto la possibilità di giocare a calcio, ma si assumeva anche la responsabilità delle cure di cui aveva bisogno per completare il suo sviluppo. Per diventare il calciatore che sognava di essere, Messi doveva restare lì.

Il primo allenatore

La scelta, però, non fu semplice. L’adattamento della famiglia alla nuova vita catalana fu difficile, tanto che a un certo punto la famiglia tornò in Argentina. Lio invece decise di rimanere. Rimase con il padre Jorge, una presenza fondamentale nella sua crescita personale e sportiva. Una scelta che avrebbe cambiato per sempre la sua storia e quella del calcio.

A La Masia, ad accogliere quel ragazzino riservato e lontano da casa, c’era Xavi Llorens, il primo allenatore blaugrana del bambino che, da uomo, sarebbe diventato uno dei migliori calciatori della storia. Per alcuni, il migliore. 

Xavi Llorens: una vita al Barça
Xavi Llorens: una vita al BarçaPetter Arvidson / Bildbyran Photo Agency / Profimedia

La prima cosa che mi colpì di Leo fu la concentrazione con cui giocava e si allenava: su ogni pallone, in ogni momento, era sempre concentratissimo e attentissimo a tutto”, racconta l’attuale ct della nazionale femminile catalana. Una qualità che, vista oggi, sembra quasi il primo indizio di quello che sarebbe diventato.

Llorens, scopritore di talenti

Ma nemmeno chi lo allenava da vicino poteva immaginare una parabola simile: “Sinceramente non ho mai pensato che sarebbe arrivato a fare tutto ciò che ha fatto. Otto Palloni d’Oro, quasi mille gol, tutti quei titoli…”, ammette con estrema franchezza Llorens, uno che di talento se ne intende, considerato che da allenatore del Barça femminile ha riportato Alexia Putellas a casa e fatto debuttare Aitana Bonmatí in prima squadra.  

Alexia abbraccia Xavi Llorens nel giorno del suo addio al Barça
Alexia abbraccia Xavi Llorens nel giorno del suo addio al BarçaREUTERS/Albert Gea

Quel bambino aveva però già alcune caratteristiche che lo avrebbero accompagnato per tutta la carriera. Fuori dal terreno di gioco era molto diverso dal giocatore che avrebbe incantato il mondo. Era schivo, introverso, con un mondo molto piccolo attorno a sé: “Fuori dal campo, era un ragazzo molto timido e con pochissimi amici. Aveva un legame speciale con Diong Mendy, ma il suo giro di amicizie era piuttosto ristretto”, ricorda Llorens.

Leo, Diong e papà Jorge

Diong Mendy era un altro giovane campioncino arrivato da lontano (Senegal), con cui Messi aveva costruito un rapporto speciale. Due ragazzi stranieri che, nella solitudine di un ambiente nuovo, avevano trovato un punto di riferimento reciproco. Fuori, ma anche e soprattutto dentro il terreno di gioco: Leo creava, Diong segnava.

La loro storia parallela, però, a un certo punto prese strade diverse. Mendy, nonostante fosse il goleador di quella squadra e il compagno di reparto di Messi in attacco, dovette affrontare un destino più difficile: a 17 anni perse il padre e fu costretto a dedicarsi maggiormente alla famiglia, sacrificando parte del percorso che avrebbe potuto portarlo più in alto.

Con papà Jorge
Con papà JorgeJEAN CATUFFE / JEAN CATUFFE / DPPI VIA AFP

Messi, invece, ebbe sempre al suo fianco papà Jorge, una figura decisiva che gli permise di concentrarsi sul calcio e continuare quel percorso iniziato alla Masia: “L’arrivo a Barcellona non fu semplice. La sua famiglia ebbe difficoltà ad adattarsi alla nuova vita e ci furono dubbi sul fatto di restare o meno in città. A un certo punto, infatti, decisero di tornare a Rosario. Leo, però, voleva rimanere e restò con suo padre” conferma Llorens.

L’inconformista

Il talento, però, da solo non sarebbe bastato e, secondo il tecnico catalano, ciò che ha fatto la differenza è stato il suo non volersi mai accontentare: “Una delle sue qualità fondamentali è quella di essere inconformista. Vuole essere perfetto in tutto quello che fa. Esige sempre da sé stesso il 200%”.

Una mentalità che lo ha accompagnato fino ai giorni nostri, trasformando il baby fenomeno della Masia nel giocatore che ha conquistato otto Palloni d’Oro, una Coppa del Mondo e praticamente ogni trofeo possibile e immaginabile. 

Davanti a una carriera così irripetibile, anche il suo primo allenatore non può nascondere una certa meraviglia: “Le aspettative erano alte, ma non di arrivare dove è arrivato. Nemmeno nei suoi sogni migliori avrebbe potuto immaginare una cosa del genere”.

L’unico, vero erede di Diego

E già, perché Messi è arrivato talmente in alto da essere l’unico calciatore a non sfigurare nel paragone con Diego Armando Maradona. Due argentini, due epoche diverse, due leggende passate da Barcellona.

Sono simili in moltissime cose – spiega Llorens – . Maradona si muoveva in più zone del campo e faceva tutto in modo perfetto nonostante giocasse in un calcio molto più duro, con molti più tackle. Messi, invece, ha una posizione più definita, parte spesso da destra per accentrarsi. Ma quello che li accomuna è la facilità di decidere bene negli ultimi metri, la capacità di fare la differenza quando e dove la partita si decide”.

L'unico, vero erede di Diego
L’unico, vero erede di DiegoAnne-Christine POUJOULAT / AFP / AFP / Profimedia

Oggi Leo continua a stupire, continua a segnare e continua a far sognare un intero paese, l’Argentina e i suoi tifosi sparsi in ogni angolo del mondo. Tuttavia, agli occhi di chi lo ha conosciuto prima che diventasse Messi, c’è ancora qualcosa di quel ragazzino arrivato a Barcellona più di venticinque anni fa: “Io continuo a vederlo come un bambino. Nella mia testa non è mai cresciuto e di anni ne sono passati un bel po’… Eppure, ancora oggi, quando penso a lui, la prima immagine che mi viene è sempre quella di un bambino“.

Probabilmente, però, ha ragione Llorens e, per capire tutto quello che è successo dopo, non bisogna dimenticare mai quella timidezza, quella capacità di restare concentrato su ogni pallone e quella fame di migliorarsi ogni giorno. È lì che si trova la spiegazione di una carriera irripetibile: “Dobbiamo essergli tutti grati“.

.
..


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 

Source link

Di