Il vento è cambiato.. E quello che ha cominciato a soffiare nei cieli finanziari dell’economia globale – ora con l’aumento dei tassi deciso dalla Bce a metà settembre, un quarto di punto come si sa, e con l’altro aumento deciso quasi contemporaneamente dalla nuova Fed di Kevin Warsh che non potrà fare quello per cui il presidente Trump l’aveva messo lì al posto dell’“infedele” Jerom Powell, non promette niente di buono.
Detto in poche semplici parole: è finita la stagione del denaro facile, abbondante e a buon mercato cominciata, ricordiamolo, con Alain Greenspan che, all’indomani della crisi dei subprime nel 2008 e il crac della Lehman Brothers aprì i rubinetti del credito e lasciò che un fiume di dollari oleasse i circuiti finanziari del mondo globale proprio nel momento in cui la Cina, da poco ammessa nel Wto, sconvolgeva il commercio mondiale e si consolidava l’idea, illuministica, che dove passavano le merci non sarebbero passati gli eserciti.
Non è andata esattamente così – le guerre in Europa e in Medio Oriente sono ormai lo scenario con cui l’economia mondializzata deve fare i conti – ed oggi il freno tirato dalla Bce e dalla Fed è la prova che nei prossimi anni tutti, investitori, Stati, imprese e risparmiatori, dovranno fare i conti con una realtà che si era dimenticata: il debito ha un prezzo. Una realtà che impatta pesantemente e meccanicamente sui debiti pubblici, sul mercato del credito immobiliare e su quello dei finanziamenti alle imprese.
Ed è proprio sui debiti pubblici, il cui ammontare comincia seriamente ad allarmare il mondo perché ormai gli Stati creano più debito che pil (basti pensare a quello degli Usa arrivato all’impressionante soglia dei 40mila miliardi di dollari), che cresce l’inquietudine al punto che molti economisti, a cominciare da quelli dell’Insee, l’Istat francese, cominciano a parlare di “une nouvelle épreuve pour les démocraties”, di una nuova sfida per le democrazie occidentali già impegnate, come si sa, a contrastare l’attacco di sovranismi e nazionalismi di varia natura (dai rigurgiti neo-nazisti dell’Afd tedesca alle suggestioni dei lepenisti in Francia per non parlare del nostro Vannacci).
Quando i tassi d’interesse erano vicini allo zero, indebitarsi era un’operazione semplice e indolore per gli Stati. Potevano finanziare deficit e debito senza che il peso del cosiddetto “servizio del debito”, cioè l’ammontare degli interessi da pagare ai “prestatori”, diventasse insostenibile nei bilanci.
Il ritorno ai fondamentali – perché il debito ha un prezzo come si insegna al primo anno di economia all’università – è diventato un passaggio pesante e doloroso per tutti gli Stati. Basta guardare i dati. A fine settembre il debito pubblico spagnolo, la “carta” come dicono gli operatori dei mercati obbligazionari, si collocava a un tasso del 3,96%, quello italiano al 4,35%. Pochi giorni dopo questo livello era stato già superato e la “carta” spagnola e quella italiana avevano già superato il 4,5% sul mercato secondario.
Anche il costo del debito francese ha seguito la stessa dinamica: era a quota 3,2% a febbraio, prima della guerra Usa-Iran e della chiusura dello stretto di Hormuz (per le cui conseguenze si rimanda al Globalista del numero di luglio di Economy), oggi viaggia attorno al 3,9%, un livello un po’ più basso di quello italiano anche se il debito francese ha superato i 3.500 miliardi e questo fa temere al ministro dell’economia, Roland Lescure, un balzo del rating deficit/pil al 5% con una crescita del pil 2027 dell’1% mentre non si sa che effetto (negativo) potrebbe avere, tanto per cominciare, la cancellazione della riforma delle pensioni (via dal lavoro a 64 anni contro i 62 di oggi e via all’indicizzazione degli assegni pensionistici più ricchi) che i due candidati favoriti per il post-Macron, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, destra e sinistra radicali, hanno promesso di cancellare.
Non c’è solo il caso francese. Oltre Atlantico il tasso americano sui Treasury Bond a 30 anni è balzato al 5,37%, il più alto dal 2007, e quello a 10 anni al livello “stratosferico” (l’aggettivo è di molti economisti) del 4,95%. A questi livelli come si potrà continuare a finanziare un deficit arrivato, come si diceva prima, a 40mila miliardi di dollari e in continua espansione? Anche perché c’è da considerare, almeno negli Usa, un secondo fenomeno che sta alterando il mercato obbligazionario: la richiesta di finanziamenti sempre più grandi da parte dei colossi tecnologici come OpenAi e Anthropic per i loro investimenti in Intelligenza Artificiale e data center. È qui, infatti, che potrebbero orientarsi i nuovi flussi di credito sottraendo così risorse agli Stati proprio in un momento in cui i bisogni finanziari non sono mai stati così importanti (e strategici).
Pensiamo, per esempio, alle risorse per finanziare la difesa (vale per l’Europa ma anche per gli Usa), agli interventi per fronteggiare il cambiamento climatico (per dire, le tempeste provocate dal Nino potrebbero causare un crollo della produzione agricola mondiale del 14,3% secondo uno studio di Goldman Sachs con un aumento dei prezzi delle derrate alimentari del 15,8% da qui al 2028, aumento che alimenterebbe una crescita dell’inflazione nel periodo di almeno mezzo punto percentuale). Senza contare le altre risorse indispensabili a sostenere il welfare che deve fronteggiare fenomeni epocali come l’invecchiamento della popolazione e l’inverno demografico.
In altre parole, il fabbisogno finanziario degli Stati aumenta proprio nel momento in cui il mercato comincia a interrogarsi sulla sua sostenibilità (un solo esempio: in un solo anno il debito pubblico italiano, oltre 134% del pil, costa all’Erario più di 80miliardi di euro) mentre l’aumento dei tassi deciso dalle banche centrali per tenere sotto controllo l’inflazione rende tutto più difficile. È una trappola che riduce la capacità degli Stati a finanziare i nuovi bisogni (difesa, clima, demografia come detto prima) e rende ancora più complicato e costoso finanziare il debito accumulato negli ultimi decenni.
A tutto questo si aggiunge l’ultima minaccia: l’attivismo degli hedge fund che approfittano della crescita dei tassi e dei vincoli di bilancio imposti alle banche per intervenire con spregiudicatezza sul mercato secondario dei titoli pubblici. “Fino a poco tempo fa gli hedge fund si muovevano ai margini dei mercati obbligazionari, ora sono al centro delle contrattazioni” avverte con preoccupazione Gaston Gelos, economista uruguyano e responsabile dei mercati monetari della Bri la banca dei regolamenti internazionali.
E anche qui bastano i dati a chiarire questo nuovo fenomeno allarmante per la stabilità dei debiti pubblici: oggi gli hedge fundi, i fondi speculativi (quasi tutti americani: Millennium, Exodus, Point, Citadel, Symmetry e così via) gestiscono il 56% degli scambi di obbligazioni sovrane; nel 2018 la percentuale era il 26%. Lo stesso avviene Oltre Atlantico: nel 2023 gli hedge fund gestivano il 4,5% degli scambi sui titoli del Tesoro americano, oggi hanno raddoppiato all’8,5%. “È una spirale infernale” conclude Phillip Monin, matematico ed economista alla Fed (che, a giugno, ha pubblicato una “nota d’allerta”, un “warning” sulle speculazioni degli hedge fund).
Ma tra i tanti “warning” forse il più allarmante è quello che avverte che la crisi dei debiti pubblici è “une nouvelle épreuve pour les démocraties” come ricordano gli economisti dell’Insee francese citati prima. Una sfida a cui non si può sfuggire. Perché i mercati finanziari non dettano l’agenda degli Stati ma si limitano a ricordare che nessuna spesa pubblica è gratuita. E se il vento cambia, come sta cambiando, e il costo del debito sale, allora bisogna correre ai ripari. Perché non solo il welfare ma la stessa democrazia è a rischio.
E anche qui bastano i dati a chiarire questo nuovo fenomeno allarmante per la stabilità dei debiti pubblici: oggi gli hedge fundi, i fondi speculativ (quasi tutti americani: Millennium, Exodus, Point, Citadel, Symmetry e così via) gestiscono il 56% degli scambi di obbligazioni sovrane; nel 2018 la percentuale era il 26%. Lo stesso avviene Oltre Atlantico: nel 2023 gli hedge fund gestivano il 4,5% degli scambi sui titoli del Tesoro americano, oggi hanno raddoppiato all’8,5%. “È una spirale infernale” conclude Phillip Monin, matematico ed economista alla Fed (che, a giugno, ha pubblicato una “nota d’allerta”, un “warning” sulle speculazioni degli hedge fund).
Ma tra i tanti “warning” forse il più allarmante è quello che avverte che la crisi dei debiti pubblici è “une nouvelle épreuve pour les démocraties” come ricordano gli economisti dell’Insee francese citati prima. Una sfida a cui non si può sfuggire. Perché i mercati finanziari non dettano l’agenda degli Stati ma si limitano a ricordare che nessuna spesa pubblica è gratuita. E se il vento cambia, come sta cambiando, e il costo del debito sale, allora bisogna correre ai ripari. Perché non solo il welfare ma la stessa democrazia è a rischio.
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