Dai grattacieli di Wall Street al centro storico di Asti, passando per Amsterdam, Mosca e Roma.
E’ il percorso che ha portato a vivere nella nostra città Joseph Di Virgilio. Noto gestore di hedge funds, pioniere della finanza sostenibile con oltre 25 anni di esperienza nel distretto finanziario di New York, si è trasferito lo scorso luglio con la famiglia.
Quali sono le sue origini?
Sono nato nel 1970 a Philadelphia da genitori italiani originari del Beneventano. Alcuni anni dopo la morte di mio padre, mancato nel 1973, la mamma ha scelto di tornare a vivere in provincia di Roma, dove si è risposata. Dopo il diploma, mi sono arruolato nei Carabinieri, svolgendo servizio in diverse città del Nord Italia. Ma una sera, guardando il noto film “Wall Street” di Oliver Stone, mi sono domandato: “Che ci faccio qui?”. Una domanda lecita, considerando che la vita militare non faceva per me, avevo la cittadinanza americana ed ero appassionato di economia e finanza. Così nel 1994 sono tornato negli Stati Uniti con l’obiettivo di fare carriera a Wall Street. Mi sono messo a studiare e sono riuscito ad ottenere, mentre già lavoravo, una laurea al Mit (Massachusetts institute of technology).
La carriera
Non sarà stato semplice conquistarsi un posto a Wall Street…
Bisogna fare molta gavetta. La mia prima esperienza è stata alla Goldman Sachs, che ho lasciato dopo pochi mesi, poi alla Deutsche Bank, dove dopo alcuni anni sono diventato vice presidente del gruppo per l’America, alla guida di fusioni e acquisizioni di società quotate in borsa nel settore energetico. Un periodo molto stressante: dormivo tre ore a notte per seguire i mercati di tutto il mondo e, spesso, non andavo nemmeno a casa, ma mi coricavo sul divano in ufficio. Nota a margine, l’11 settembre 2001 ero al settimo piano della Torre gemella Sud, di fronte alla quale c’era la sede della Deutsche Bank. Un ricordo rimasto indelebile nella mia memoria.
Terminata l’esperienza nella banca tedesca, ho deciso di accettare un’offerta di lavoro alla Prudential global investment management, dove ho imparato a costruire i portafogli di investitori istituzionali (banche, fondi sovrani, fondi pensione). Quindi la svolta.
Quale?
Dopo un paio di anni ho lanciato il mio fondo, il primo incentrato sulla sostenibilità. Ai tempi si parlava di Sri (Socially responsible investing), antesignano dell’Esg (Environmental, social and corporate governance).
Come mai ha puntato su questi asset?
Lavorando in Deutsche Bank avevo avuto a che fare con società legate al settore degli idrocarburi e, al contempo, provenendo dall’Italia, e quindi colpito dalle abitudini “energivore” degli americani, capivo che lo sfruttamento di quelle risorse non poteva durare a lungo con costi sostenibili. Così ho cominciato a focalizzarmi su fotovoltaico ed eolico, suscitando l’incredulità di molti colleghi, considerando che allora in America la benzina costava 1.50 dollari al gallone (che corrisponde a 4 litri).
Ho quindi lanciato un fondo sulla sostenibilità, denominato Jme Capital (nome successivamente modificato in Romulus Asset Management), con alcuni soci. Abbiamo investito il nostro capitale iniziale – in totale 8 milioni di dollari – e l’abbiamo fatto crescere. Poi, dopo otto mesi, abbiamo attirato l’attenzione della Bear Stearns, allora la quarta banca di investimento più grande al mondo, che ci ha dato 50 milioni di dollari per avere il 25% della società. Questo ingresso ci ha portati a raggiungere 900 milioni a meno di un anno e mezzo dal lancio, fino ad arrivare al picco di 3 miliardi gestiti. Così, nel 2006, ci siamo trovati alla porta la Principles for responsible investing, divisione dell’Onu interessata a portare la nostra strategia a livello internazionale, in modo che i requisiti di investimento che applicavamo potessero essere estesi anche ad altre società di investimento. Per fare un esempio, noi trattavamo con l’investitore che non voleva avere nel portafoglio società che producono tabacco perché provoca danni alla salute. Ma già allora non ci fermavamo a quel livello (Sri), anticipando un concetto successivamente identificato con l’acronimo Esg (ad esempio, non solo evitando nel portafoglio società che non producono tabacco, ma investendo in società che producono cibo con una filiera rispettosa dell’ecologia, dei diritti del lavoratori e della parità di genere).
Negli anni successivi ho preso in mano il fondo da solo, dato che i miei soci avevano avuto dei disguidi, chiamando come amministratore delegato Leonardo Maugeri, mio caro amico che era stato ai vertici dell’Eni. Ma, dopo che è morto nel 2017, ho deciso di liquidare tutto e di tornare in Europa.
Il ritorno in Europa
Per quali ragioni?
Per una serie di motivi: avevo vissuto 25 anni di forte stress, avevo divorziato da mia moglie e, nel frattempo, era diventato presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che non apprezzo per diversi motivi. Tra questi, per il fatto che ho perso milioni di dollari investiti nelle obbligazioni che aveva emesso per finanziare un palazzo a Columbus Circle, per poi dichiarare fallimento, tanto che gli avevo fatto causa.
Intanto mio figlio era cresciuto e, mentre frequentava l’università, aveva deciso di intraprendere una carriera nella Polizia di New York. D’accordo con lui, siccome si era reso conto che non volevo più vivere in America, nel 2019 sono tornato in Europa.
Dove è andato a lavorare?
Ho accettato una proposta interessante ad Amsterdam, una città che amo, da un amico che era ai vertici della Sustainalytics, la più rinomata società di Esg rating al mondo.
Nella capitale olandese ho anche conosciuto quella che poi è diventata la mia seconda moglie. Russa, mamma di due bambini, con lei ho vissuto prima a Mosca e poi a Roma, lavorando sempre per società internazionali nel mio campo di specializzazione, tra le difficoltà legate al lockdown e alla guerra tra Russia e Ucraina.
Negli ultimi anni, in Italia, ho anche aperto una Accademia di investimenti on line per i clienti “retail”, ovvero i comuni risparmiatori. Un’idea che mi è venuta in mente quando ho visto in rete fantomatici guru della finanza che promettevano guadagni facili in pochissimo tempo. Una vera e propria truffa.
Risparmi e investimenti: la mentalità italiana
Ci spieghi…
In Italia ho riscontrato un vero e proprio analfabetismo finanziario, che tra l’altro mi ha poi convinto a chiudere l’Accademia. C’è molta diffidenza e si tende a tenere il capitale “sotto il materasso” oppure investito quasi esclusivamente in immobili, mettendo un tetto al proprio potenziale. Io invece sostengo l’efficacia di investire nel mercato azionario a lungo termine, ovviamente in rapporto con l’andamento dell’età, per cui quando gli anni avanzano la percentuale investita in obbligazionario deve aumentare. I crolli periodici che si possono verificare a causa di guerre o crisi (pensiamo al 2008, al 2020 e al 2022), visti in un’ottica di lungo periodo, dimostrano di essere piccole oscillazioni in confronto alla crescita progressiva del mercato. Il fatto è che bisogna cominciare per tempo, appena si inizia a lavorare, per esempio con un piano di accumulo, senza andare a guardare continuamente l’andamento dei titoli in cui si investe, consapevoli che alla fine il mercato avanza. Proprio come fanno i giovani americani per assicurarsi una pensione, dato che negli Stati Uniti praticamente non esiste.
Come mai ora vive qui?
Da Roma sono capitato qui con la famiglia per incontrare alcuni amici. Mia moglie si è innamorata della città e, dopo essersi ampiamente informata, mi ha proposto di venire a vivere qui tutti e quattro. Lei è ai vertici di una importante società, mentre io faccio consulenza Esg a multinazionali e sono chief investment officer di un Family office svizzero, che gestisce capitale per famiglie molto ricche.
E poi posso dare sfogo ad una mia passione…
Di Virgilio alla consolle
Quale?
La musica house, che amo fin da quando ero ragazzo. Sono resident dj al Diavolo Rosso, dove sono già stato alla consolle come dj Neo. Il tutto senza dimenticare la prima prima passione, tanto che terrò, sempre nel locale di piazza San Martino, una masterclass di finanza il 14 e 15 novembre.
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