Conti correnti e depositi proteggono dalle emergenze, ma decisamente troppi rendono meno dell’inflazione. Una parte del patrimonio potrebbe sostenere innovazione e crescita delle aziende, purché attraverso strumenti trasparenti, diversificati e adeguati ai rischi
L’Italia dispone di una ricchezza privata enorme, ma una parte consistente rimane immobilizzata in strumenti scarsamente remunerativi. Secondo i dati dell’ABI, le famiglie italiane possiedono attività finanziarie per oltre 6.000 miliardi di euro, delle quali circa il 23% sotto forma di depositi. Le rilevazioni di Banca d’Italia citate dalla stampa economica indicavano, nella primavera del 2026, circa 1.163 miliardi sui soli conti correnti delle famiglie.
Mantenere una riserva immediatamente disponibile è necessario. Il problema nasce quando sul conto rimangono somme molto superiori alle spese previste e al fondo destinato alle emergenze. In questo caso la sicurezza è prevalentemente nominale: il saldo non diminuisce, ma il suo potere d’acquisto viene eroso dall’aumento dei prezzi.
Il Sole 24 Ore, analizzando i dati di Bankitalia, ha calcolato che, nonostante la sostanziale stabilità dello stock dei depositi, nell’arco di quattro anni le somme ferme sui conti avrebbero perso circa l’11,6% in termini reali.
Il Corriere della Sera ha aggiunto un altro elemento: il costo medio annuo di un conto corrente tradizionale è salito, nell’arco di dieci anni, da 82,2 a 101,1 euro. Il correntista, dunque, rischia di subire contemporaneamente inflazione, costi di gestione e remunerazioni minime.
Dall’altra parte ci sono le imprese
Il paradosso è che, mentre le famiglie mantengono un’ingente liquidità a breve termine, molte imprese italiane, soprattutto piccole e medie, hanno bisogno di capitale per finanziare digitalizzazione, transizione energetica, internazionalizzazione, ricerca e passaggi generazionali.
Il sistema produttivo continua a dipendere in misura rilevante dal credito bancario, mentre il mercato azionario italiano è relativamente piccolo e il ricorso a obbligazioni, private equity e private debt rimane più limitato rispetto ad altre economie avanzate. Questo riduce la capacità delle aziende di affrontare programmi di investimento lunghi, che richiedono capitale stabile e non soltanto prestiti da restituire nel breve periodo.
Angelo Camilli, vicepresidente di Confindustria per il Credito, la Finanza e il Fisco, ha osservato che, mobilitando verso l’economia nazionale anche solo l’1% dei circa 1.500 miliardi detenuti tra conti e depositi, si potrebbero generare 15 miliardi di risorse per innovazione, occupazione e crescita.
Il rapporto CASMEF-Luiss dedicato al capitale di rischio ha evidenziato, inoltre, una preferenza sempre più marcata delle famiglie per il debito pubblico. Secondo i dati riportati da Milano Finanza, tra il 2018 e il 2024 il risparmio destinato a finanziare lo Stato è aumentato del 47%, mentre quello indirizzato alle imprese è cresciuto soltanto del 20%. Alla Borsa italiana arriverebbe direttamente appena una quota marginale del patrimonio finanziario delle famiglie.
Antonella Massari, segretario generale di AIPB, Associazione Italiana Private Banking, ha richiamato l’esigenza di far incontrare meglio il risparmio privato e il capitale di rischio delle imprese: senza questo collegamento, ha osservato, il sistema produttivo rischia di rimanere «al palo». Il private banking, secondo i dati citati, avrebbe già indirizzato 168 miliardi verso l’economia reale, il 39% in più rispetto al 2018.
Rendimento maggiore significa rischio maggiore
Affermare che le imprese siano disposte a remunerare il denaro più dei conti correnti è generalmente corretto, ma richiede una precisazione essenziale: il rendimento superiore compensa un rischio superiore.
Un deposito bancario, entro i limiti previsti, beneficia della garanzia fino a 100 mila euro per depositante e per banca. Un’obbligazione societaria, un minibond, un fondo di private debt o una partecipazione azionaria possono invece perdere valore; in caso di insolvenza dell’impresa, il capitale può essere recuperato solo parzialmente o non essere recuperato affatto. Gli strumenti non quotati possono inoltre essere difficili da vendere prima della scadenza.
Per questo il trasferimento del risparmio verso le aziende non dovrebbe avvenire soltanto attraverso investimenti diretti e concentrati nella singola Pmi, soprattutto per il pubblico meno esperto. Servono veicoli professionali capaci di selezionare le imprese e distribuire il rischio: fondi comuni, Eltif, fondi di private debt, fondi pensione, Pir, assicurazioni e portafogli diversificati di azioni e obbligazioni societarie.
Anche il presidente di Assogestioni Carlo Trabattoni Gota, intervistato dal Corriere della Sera, ha indicato tre possibili leve: strumenti europei fiscalmente efficienti, maggiore diffusione della previdenza complementare e una gestione del risparmio più orientata agli investimenti produttivi. L’obiettivo, secondo questa impostazione, è trasformare una parte della liquidità in «carburante per il sistema Italia», premiando chi accetta un orizzonte temporale più lungo.
I conti fermi
Non esiste una statistica ufficiale sui conti «fermi», perché le rilevazioni indicano saldo e numero dei rapporti, non quanto denaro sia realmente inutilizzato. Una stima ragionevole, secondo i dati ricavabili da FABI Federazione Autonoma Bancari Italiani, è però questa:
- circa 11 milioni di conti avrebbero più di 12.500 euro;
- circa 3,5-4 milioni supererebbero i 50.000 euro;
- approssimativamente 200.000-250.000 conti avrebbero saldi superiori a 250.000 euro.
Il calcolo parte dai circa 48,1 milioni di conti correnti intestati a famiglie e imprese censiti alla fine del 2024 e dalla distribuzione secondo cui circa il 77% dei rapporti contiene meno di 12.500 euro.
Pertanto, se per «depositi consistenti» intendiamo almeno 50.000 euro, si può parlare indicativamente di quasi quattro milioni di conti capienti. Non è però possibile affermare che l’intero saldo sia improduttivo: una parte può servire per spese aziendali, acquisti programmati o riserve di emergenza. Occorre inoltre distinguere tra conti e titolari: una stessa persona o impresa può possedere più rapporti.
Non svuotare i conti, ma costruire un ponte
La soluzione non consiste quindi nello svuotare indiscriminatamente i conti correnti. Le famiglie devono conservare liquidità sufficiente per le spese correnti, gli imprevisti e gli obiettivi ravvicinati. La parte eccedente, tuttavia, può essere investita gradualmente in base alla situazione personale, alla capacità di sopportare perdite e alla durata dell’investimento.
L’Indagine 2026 di Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi segnala già un cambiamento: diminuisce la preferenza assoluta per la liquidità e cresce l’attenzione verso il risparmio gestito e gli orizzonti di lungo periodo. Solo il 25-30% degli intervistati possiede però strumenti gestiti, contro quote che in numerosi Paesi europei raggiungono il 40-50% della ricchezza finanziaria.
Il vero nodo è costruire un ponte credibile tra famiglie e imprese. Da una parte occorrono educazione finanziaria, trasparenza sui costi e strumenti semplici; dall’altra servono aziende più capitalizzate, bilanci leggibili e regole capaci di proteggere gli investitori. Soltanto così il risparmio degli italiani potrà smettere di essere una ricchezza prevalentemente difensiva e diventare, almeno in parte, capitale produttivo per il Paese.
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