Versamento pubblico alla nascita, contributi volontari delle famiglie e un capitale destinato ad accompagnare il bambino fino alla pensione. Il progetto allo studio per la manovra 2027 apre una prospettiva interessante, ma anche interrogativi decisivi: chi gestirà il denaro, quanto renderà, quando potrà essere utilizzato e soprattutto può davvero compensare carriere discontinue e salari bassi?
ROMA, 26 settembre 2026 – Una pensione che comincia dalla culla.
È questa, in estrema sintesi, l’idea che sta alimentando uno dei dibattiti più interessanti in vista della legge di Bilancio 2027.
Il cosiddetto “salvadanaio previdenziale” prevederebbe la costituzione, fin dalla nascita, di una posizione finanziaria individuale destinata ad accompagnare ogni bambino per una parte molto lunga della propria vita.
Lo Stato fornirebbe una prima dotazione. Successivamente genitori, nonni e altri familiari potrebbero incrementarla con versamenti volontari, potenzialmente incentivati fiscalmente.
Il capitale verrebbe investito nel lungo periodo per trasformarsi, decenni dopo, in una risorsa previdenziale.
La ministra del Lavoro Marina Calderone ha confermato che il governo sta valutando la fattibilità di un fondo previdenziale alla nascita, prospettando una gestione affidata all’INPS e una vigilanza della COVIP. Ma architettura, importi e regole definitive devono ancora essere stabiliti. (Sky TG24)
Ed è proprio qui che comincia la parte più interessante della discussione.
L’IDEA DI FONDO È POTENTE: UTILIZZARE IL TEMPO
Il principale patrimonio di un bambino appena nato non è finanziario.
È il tempo.
Un investimento previdenziale iniziato alla nascita dispone teoricamente di sessanta o settant’anni per accumulare rendimenti.
È il principio della capitalizzazione composta: non conta soltanto quanto viene versato, ma per quanto tempo il capitale rimane investito e quale rendimento netto riesce a produrre.
È questa la vera forza economica del progetto.
Anziché tentare di costruire una pensione integrativa quando una persona ha già 40 o 50 anni, si comincerebbe molto prima.
Il sistema previdenziale italiano introdurrebbe così un concetto culturalmente nuovo:
la pensione non comincia quando si avvicina la vecchiaia; comincia quando si costruisce il futuro.
MA NON CONFONDIAMO RISPARMIO E PREVIDENZA
Qui emerge il primo grande interrogativo.
Che cosa sarebbe realmente questo strumento?
Un fondo pensione?
Un libretto di risparmio?
Una posizione individuale presso l’INPS?
Un fondo di investimento pubblico?
Una nuova forma di previdenza complementare?
Non sono differenze terminologiche.
Sono differenze sostanziali.
Se si tratta di previdenza, bisogna stabilire regole di investimento, fiscalità, trasferibilità, riscatti, rendite, garanzie, costi e vigilanza.
Se invece si tratta di un semplice strumento di risparmio vincolato, il problema cambia completamente.
Prima di giudicare definitivamente il progetto occorrerà quindi conoscere la sua architettura normativa.
IL VERO PROBLEMA È LA PENSIONE DEI GIOVANI
Il “salvadanaio” nasce però da una questione molto più profonda.
Una parte delle nuove generazioni entra tardi nel mercato del lavoro e attraversa carriere frammentate.
Periodi di formazione.
Stage.
Collaborazioni.
Contratti brevi.
Disoccupazione.
Lavoro autonomo discontinuo.
Salari iniziali modesti.
Ogni anno senza contribuzione o con contribuzione ridotta può incidere sulla futura pensione in un sistema fortemente contributivo.
Il rischio non riguarda soltanto quando si andrà in pensione.
Riguarda soprattutto con quanto.
Ed è qui che il salvadanaio previdenziale assume un significato politico ed economico molto più ampio.
UN SALVADANAIO NON PUÒ SOSTITUIRE IL LAVORO
C’è però un limite che dovrebbe essere dichiarato immediatamente.
Nessun fondo aperto alla nascita può sostituire una carriera lavorativa stabile e adeguatamente retribuita.
Il primo pilastro previdenziale rimane il lavoro.
Per garantire pensioni dignitose alle generazioni future servono innanzitutto:
occupazione, salari adeguati, continuità contributiva, produttività e crescita economica.
Un capitale accumulato dalla nascita può integrare tutto questo.
Non può sostituirlo.
Se un giovane comincia a versare contributi previdenziali consistenti molto tardi, attraversa lunghi periodi di inattività e percepisce per decenni retribuzioni insufficienti, nessun piccolo deposito iniziale dello Stato potrà risolvere da solo il problema.
Questa è probabilmente la principale “ombra” del progetto.
LA QUESTIONE DEI MILLE EURO
Tra le ipotesi circolate nel dibattito c’è anche quella di una dotazione pubblica nell’ordine dei 1.000 euro.
Ma questo importo non va ancora considerato una misura definitivamente approvata: il progetto è in fase di definizione e le caratteristiche finanziarie dovranno essere stabilite nella manovra e nei relativi provvedimenti attuativi.
Il punto, comunque, non è soltanto quanto versa inizialmente lo Stato.
Conta soprattutto quello che succede dopo.
Se il fondo ricevesse esclusivamente il contributo iniziale e rimanesse sostanzialmente fermo, avrebbe un significato.
Se invece fosse alimentato periodicamente dalle famiglie e successivamente dallo stesso beneficiario, potrebbe diventare uno strumento molto più importante.
IL RISCHIO DI AUMENTARE LE DISUGUAGLIANZE
Ed eccoci al secondo grande problema.
Immaginiamo due bambini.
Entrambi ricevono la stessa dotazione iniziale dello Stato.
La famiglia del primo può versare ogni anno somme consistenti.
La famiglia del secondo non può permetterselo.
Dopo venti, trenta o sessant’anni la distanza tra i due patrimoni potrebbe essere enorme.
Uno strumento pensato per proteggere le nuove generazioni rischierebbe quindi, paradossalmente, di fotografare e amplificare le differenze economiche esistenti tra le famiglie.
Per questo la costruzione del sistema fiscale sarà decisiva.
Gli incentivi non dovrebbero trasformarsi semplicemente in un vantaggio maggiore per chi possiede già una forte capacità di risparmio.
CHI GESTISCE I SOLDI?
La seconda questione cruciale riguarda la gestione.
Se il capitale viene investito per sessant’anni, anche piccole differenze nel rendimento medio e nei costi di gestione producono risultati molto differenti alla fine del periodo.
Occorrerà quindi conoscere:
- la politica d’investimento;
- il livello di rischio;
- i costi;
- le garanzie;
- le modalità di scelta degli strumenti finanziari;
- la trasparenza della gestione;
- il ruolo dell’INPS;
- quello della COVIP;
- l’eventuale rapporto con i fondi pensione già esistenti.
La ministra Calderone ha indicato come ipotesi la gestione INPS sotto vigilanza COVIP. (Sky TG24)
È una scelta che aprirebbe inevitabilmente anche un confronto con l’industria della previdenza complementare.
UN PATRIMONIO ENORME NEL LUNGO PERIODO
La questione non è marginale.
Se ogni anno venissero aperte centinaia di migliaia di nuove posizioni e il sistema proseguisse per decenni, il patrimonio complessivamente amministrato potrebbe diventare molto rilevante.
Non stiamo quindi discutendo soltanto di un bonus per neonati.
Potenzialmente stiamo discutendo della nascita di un nuovo grande investitore previdenziale di lungo periodo.
E a quel punto emergerebbe un’altra domanda.
Dove verrebbero investiti quei capitali?
Titoli di Stato?
Obbligazioni?
Azioni?
Fondi?
Economia italiana?
Mercati internazionali?
Infrastrutture?
La risposta avrebbe conseguenze non soltanto previdenziali, ma anche finanziarie e industriali.
E SE I SOLDI SERVISSERO PRIMA?
Altro interrogativo fondamentale: il capitale dovrebbe essere intoccabile fino alla pensione?
Oppure potrebbero essere previste alcune finestre di utilizzo?
Università.
Formazione.
Prima casa.
Avvio di un’impresa.
Gravi necessità familiari.
Una proposta emendativa già presentata in Parlamento su un fondo per i nuovi nati ha previsto, in un’impostazione diversa da quella attualmente discussa, la possibilità di utilizzare le somme dal diciottesimo anno per università, formazione professionale o avvio di un’attività imprenditoriale o autonoma. Ciò dimostra quanto sia ancora aperta la discussione sulla finalità stessa di strumenti di questo tipo. (Senato della Repubblica)
È una scelta decisiva.
Se il denaro è riscattabile a 18 anni, siamo molto vicini a un fondo per l’emancipazione giovanile.
Se rimane vincolato fino alla vecchiaia, siamo davanti a un vero strumento previdenziale.
Sono due politiche profondamente diverse.
IL NODO DELLA DENATALITÀ
Dietro la proposta c’è infine la crisi demografica.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha collegato pubblicamente la riflessione sui fondi pensione per i nuovi nati al problema del declino demografico. (Fanpage)
La questione è particolarmente importante per un sistema pensionistico a ripartizione.
Le pensioni correnti vengono finanziate principalmente dai contributi versati da chi lavora oggi.
Se diminuiscono i lavoratori e aumenta la popolazione anziana, l’equilibrio diventa progressivamente più difficile.
Il salvadanaio previdenziale tenta quindi di introdurre una componente di accumulazione individuale di lunghissimo periodo accanto alla previdenza obbligatoria.
UNA BUONA IDEA, A UNA CONDIZIONE
Il principio merita attenzione.
Cominciare a costruire una posizione previdenziale fin dalla nascita può favorire cultura del risparmio, responsabilità intergenerazionale e accumulazione di lungo periodo.
Ma il successo dipenderà interamente dalle regole.
Servono costi bassissimi.
Gestione trasparente.
Rendimenti verificabili.
Portabilità.
Fiscalità semplice.
Protezione delle famiglie economicamente più deboli.
Regole chiare sui riscatti.
E soprattutto deve essere chiarito che il nuovo strumento rappresenta un’integrazione della pensione futura e non la risposta alla precarietà del mercato del lavoro.
Perché la migliore politica previdenziale per un ventenne continuerà ad essere permettergli di avere un buon lavoro.
DALLA CULLA ALLA PENSIONE: UNA RIFORMA CULTURALE
Se costruito bene, tuttavia, il progetto potrebbe avere un effetto che va oltre il suo valore finanziario.
Potrebbe cambiare il rapporto degli italiani con la previdenza.
Oggi molti giovani cominciano a pensare alla pensione troppo tardi.
Con una posizione individuale aperta alla nascita, ogni cittadino crescerebbe sapendo di possedere un capitale destinato al proprio futuro.
Potrebbe controllarlo.
Vederlo crescere.
Comprendere il funzionamento dell’interesse composto.
E quando comincerà a lavorare, continuare ad alimentarlo.
Questa sarebbe forse la vera innovazione.
Non soltanto creare un salvadanaio.
Ma creare una cultura previdenziale che accompagni una persona per tutta la vita.
L’idea, dunque, ha indubbiamente delle luci.
Ma anche ombre che non possono essere ignorate.
La legge di Bilancio 2027 dovrà trasformare un’intuizione suggestiva in un meccanismo concreto.
Ed è proprio dai dettagli — contributo pubblico, rendimenti, gestione, fiscalità, riscatti, garanzie ed equità sociale — che capiremo se il salvadanaio previdenziale sarà semplicemente un nuovo bonus oppure l’inizio di una vera riforma della previdenza delle nuove generazioni.
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