Sottozone, rese e “Riserva” del Montepulciano d’Abruzzo. L’enologo Taraborrelli: “Un patrimonio cancellato” – Virtù Quotidiane


Cronaca 21 Set 2026 09:25

foto Confraternita del Grappolo

PESCARA – Dalle nuove sottozone alla qualifica Riserva per il Montepulciano d’Abruzzo passando per la riduzione delle rese. Sulle politiche di gestione della viticoltura regionale e le scelte compiute negli anni interviene l’enologo Romeo Taraborrelli, che in un lungo contributo (pubblicato integralmente sotto) parla di “patrimonio cancellato”.

Ricordando quanto accaduto alla fine degli anni ’70, con “più di 300 cantine private, piccole, medie e grandi che abbandonarono l’attività”, Taraborrelli punta l’indice innanzitutto contro l’eliminazione della “Riserva”: “Pensare che il valore e il fatturato oggi collegati alla qualifica Riserva possano essere recuperati automaticamente attraverso le nuove sottozone significa non considerare i tempi necessari per costruire una reputazione sul mercato” afferma.

Rispetto alla riduzione delle rese, poi, secondo l’enologo “bisognerebbe prima chiedersi quali conseguenze economiche produca quella riduzione sulle imprese e se esistano condizioni concrete perché quelle aziende possano continuare a essere competitive”.

Un patrimonio cancellato

Gli ultimi cinquant’anni di agricoltura e di viticoltura devono essere studiati in profondità, non dimenticati.

Devono essere analizzati con attenzione perché possono aiutarci concretamente a comprendere le conseguenze delle scelte già compiute e, soprattutto, a prendere decisioni migliori per il presente e per il futuro.

La storia non deve servire soltanto a ricordare ciò che è stato. Deve servire a capire ciò che non deve essere ripetuto.

Prima di modificare regole, rese, disciplinari, contributi o condizioni produttive, occorrerebbe valutare con estrema meticolosità gli effetti delle decisioni nel breve, medio e lungo periodo, verificando se i vantaggi dichiarati siano realmente vantaggi concreti, misurabili e tangibili.

Non basta individuare un possibile beneficio immediato. Bisogna chiedersi cosa accadrà dopo cinque, dieci, venti o trent’anni.

Quali saranno gli effetti sulle aziende? Sull’occupazione? Sugli investimenti? Sulla competitività? Sul valore delle produzioni? Sui mercati? E soprattutto, quale sarà il saldo complessivo per l’intera filiera?

Perché una scelta può produrre un vantaggio apparente nel breve periodo e, contemporaneamente, generare nel medio o lungo periodo un danno molto più grande.

E quando quel danno comporta la chiusura di imprese, la perdita di professionalità, l’abbandono dei terreni, la cancellazione di mercati o la distruzione di valore economico costruito in decenni, quel danno non è recuperabile.

Il Montepulciano d’Abruzzo Riserva

Il Montepulciano d’Abruzzo era uno dei due principali vini rossi Doc italiani che si fregiava della qualifica “Riserva”.

Lo stesso vale per l’eliminazione della qualifica “Riserva” dal Montepulciano d’Abruzzo Doc, riservandola esclusivamente alle sottozone, ancora in una fase embrionale del loro percorso di affermazione.

Anche in questo caso non si tratta semplicemente di modificare una voce di un disciplinare.

Si interviene su una qualifica costruita nel tempo, riconosciuta dal mercato e capace di esprimere un valore commerciale importante.

Una qualifica che viene sottratta alla denominazione generale per essere attribuita esclusivamente a sottozone che devono ancora costruire e consolidare la propria identità, reputazione e riconoscibilità.

C’è poi un altro elemento che non può essere ignorato.

Le produzioni delle sottozone si rivolgono a un target di mercato più alto e specifico, con tempi e modalità di penetrazione commerciale differenti.

Pensare che il valore e il fatturato oggi collegati alla qualifica “Riserva” possano essere recuperati automaticamente attraverso le nuove sottozone significa non considerare i tempi necessari per costruire una reputazione sul mercato.

Quel valore non si crea con una modifica del disciplinare.

Servono anni di produzione, investimenti, promozione, comunicazione, distribuzione e soprattutto la fiducia dei consumatori e degli operatori.

E il fatturato specifico oggi collegato alla qualifica “Riserva”, una volta perduto, non sarà recuperabile.

Non è quindi semplicemente una parola riportata su un’etichetta.

È un elemento di riconoscibilità, posizionamento e valore commerciale costruito nel tempo.

Ci rendiamo conto dell’entità del patrimonio che si sta cancellando? Ci rendiamo conto di quale possa essere il danno economico e commerciale derivante dalla perdita di una qualifica che ha contribuito per anni al posizionamento del Montepulciano d’Abruzzo?

E soprattutto: chi ha quantificato questo danno? Qual è lo studio che dimostra che il valore perduto potrà essere recuperato dalle sottozone? In quanto tempo? Con quali investimenti? E con quali garanzie per le aziende che oggi operano e commercializzano il Montepulciano d’Abruzzo Riserva?

Sono domande concrete.

Perché il valore di mercato costruito in decenni, una volta cancellato, non si trasferisce automaticamente e non può essere recuperato attraverso una semplice modifica del disciplinare. Il danno prodotto alla filiera, alle aziende e al valore commerciale non è recuperabile.

La riduzione delle rese

E gli esempi continuano. Lo stesso discorso vale per la riduzione della resa da 400 a 300 quintali per ettaro. Una decisione di questo tipo non può essere considerata soltanto dal punto di vista normativo o amministrativo.

Occorre valutarne le conseguenze concrete sulle aziende, sulla redditività, sulla sostenibilità economica, sull’occupazione, sugli investimenti e sulla competitività delle produzioni.

Prima di ridurre una resa produttiva bisognerebbe chiedersi quali conseguenze economiche produca quella riduzione sulle imprese e se esistano condizioni concrete perché quelle aziende possano continuare a essere competitive.

Perché anche in questo caso, quando una scelta determina la perdita di redditività, la chiusura di un’azienda, la rinuncia a un investimento o l’abbandono di un terreno, il danno prodotto non è recuperabile.

Uva da tavola: un patrimonio cancellato

Uva da tavola. Un patrimonio inestimabile che è stato cancellato. Un patrimonio produttivo, economico e territoriale costruito in decenni di lavoro, sacrifici, investimenti, competenze e professionalità. Un patrimonio che, attraverso scelte sbagliate e prive di una vera visione di lungo periodo, è stato cancellato.

E purtroppo non è un caso isolato. La storia dell’agricoltura e della viticoltura dimostra quanto possano essere pesanti le conseguenze di determinate decisioni e quanto i danni prodotti possano diventare irreversibili.

Una storia già vissuta

Alla fine degli anni ’70, con l’intervento della Cee, contributi, vincoli, restrizioni e burocrazia incisero profondamente sugli equilibri della filiera vitivinicola.

In Abruzzo, nell’arco di quattro-cinque anni, più di 300 cantine private, piccole, medie e grandi, abbandonarono l’attività.

A subire le conseguenze di quelle scelte non furono soltanto le singole cantine, ma l’intera filiera.

La perdita di imprese significò perdita di investimenti, occupazione, competenze, capacità produttiva e concorrenza, con effetti sui produttori di uva, sui trasformatori, sui lavoratori, sui fornitori, sui commercianti e sui territori vitivinicoli.

Successivamente, la Cee si rese conto della necessità di correggere quelle disparità e arrivò a equiparare i produttori privati e quelli associati nell’accesso ai contributi per chi trasformava le uve, i mosti e il vino nuovo in fermentazione in vino.

Ma la correzione della norma non poteva cancellare il danno già prodotto. Quei quattro-cinque anni di condizioni differenti furono sufficienti a far abbandonare l’attività alla quasi totalità delle cantine private interessate.

Quando venne ristabilita una maggiore parità di condizioni, soltanto una piccola parte di quelle realtà risultava ancora operativa.

Quello che era stato perso era perso.

Il patrimonio imprenditoriale, produttivo e professionale cancellato in quegli anni non poteva essere recuperato.

E lo stesso vale per gli equilibri di mercato che avrebbero potuto svilupparsi nei cinquant’anni successivi attraverso una sana concorrenza tra imprese private e realtà associate. Una maggiore presenza delle cantine private avrebbe mantenuto vivo il confronto sul mercato e avrebbe potuto favorire innovazione, efficienza, qualità e capacità commerciale.

Le cantine sociali avrebbero dovuto confrontarsi con una concorrenza più forte e il sistema vitivinicolo avrebbe potuto svilupparsi come una filiera maggiormente integrata e competitiva, con una più forte capacità di affrontare i mercati globali.

Ma ciò che non è avvenuto allora non può essere recuperato oggi.

Non è soltanto vino

E non possiamo dimenticare altre filiere fondamentali, come quella del tabacco, anch’essa parte di un patrimonio agricolo fatto di imprese, lavoro, competenze, investimenti e territori.

Si potrebbe continuare con un elenco praticamente infinito.

Il problema, quindi, non è il singolo provvedimento.

Il problema è il metodo con cui vengono prese determinate decisioni.

Il problema è il metodo

L’agricoltura non può essere governata attraverso decisioni prese a tavolino, lontane dalla realtà di chi produce.

Prima di modificare regole, limiti, rese e disciplinari bisognerebbe ascoltare gli agricoltori e tutti gli operatori della filiera, analizzare i dati, valutare gli effetti economici e produttivi e soprattutto verificare, con rigore, quali siano i vantaggi e quali i costi nel breve, medio e lungo periodo.

Perché un vantaggio vero deve essere concreto, misurabile e tangibile, non soltanto dichiarato sulla carta.

Ogni scelta dovrebbe essere sottoposta a una valutazione seria e meticolosa:
• quali vantaggi produce nel breve periodo;
• quali conseguenze determina nel medio periodo;
• quali effetti può generare nel lungo periodo;
• chi beneficia della scelta;
• chi ne sostiene i costi;
• quali effetti produce sull’intera filiera;
• e soprattutto se eventuali danni possano essere recuperati.

Perché molti danni, una volta prodotti, non sono recuperabili.

Come evitare di ripetere gli stessi errori?

Serve un cambio di metodo. Servono meno decisioni calate dall’alto e più ascolto, confronto, competenza e responsabilità. Serve studiare ciò che è accaduto negli ultimi cinquant’anni, comprenderne gli effetti e utilizzare quella esperienza come strumento per le decisioni future.

Perché l’agricoltura non è fatta soltanto di numeri, regolamenti e disciplinari.

È fatta di persone, imprese, territori, investimenti, professionalità e generazioni che hanno costruito un patrimonio.

E ogni volta che si interviene su questo patrimonio bisogna avere la consapevolezza che gli errori hanno un costo e che i danni prodotti possono essere definitivamente irreversibili.

L’agricoltura non chiede privilegi.

Chiede rispetto, ascolto, regole eque e condizioni concrete per poter lavorare, produrre e competere.

E soprattutto chiede che, prima di cancellare ciò che è stato costruito in decenni, si abbia il coraggio di studiare il passato, valutare seriamente il presente e misurare con rigore ciò che si sta consegnando al futuro.

Romeo Taraborrelli
Enologo


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