E questo vale anche dal punto di vista economico.
Certamente. Un’economia che sa risparmiare e razionalizzare l’utilizzo dei materiali, che sa rimettere in circolo le risorse invece di utilizzare continuamente materie prime vergini, è un’economia più efficiente. È strategicamente meno dipendente dai Paesi terzi, impatta meno sull’ambiente e può ridurre i costi.
Per questo dico che l’economia circolare non riguarda soltanto il futuro. Il futuro, in questa logica ambientale, è già oggi: quello che facciamo lo stiamo già subendo.
Eppure il rifiuto rimane quasi un tabù nel dibattito politico.
È proprio questo che vorrei cambiare: rendere più nobile il tema. Se comprendiamo la vera portata della gestione dei rifiuti, capiamo che anche dal punto di vista politico ci stiamo giocando una partita strategica. Il rifiuto parla del nostro modo di vivere, lavorare e consumare. Quindi parla di tutti noi.
Il problema è che nel dibattito pubblico viene spesso considerato semplicemente come qualcosa che deve essere rimosso dalla nostra vista: io cittadino produco il rifiuto e qualcuno deve venire a raccoglierlo. È una visione assolutamente parziale.
La raccolta è importante, naturalmente: può essere fatta bene o male. Ma il vero tema è ciò che viene dopo. La raccolta differenziata richiama automaticamente le filiere industriali.
Parlare di rifiuti oggi dovrebbe significare parlare di strategia nazionale e di piano industriale nazionale: quali filiere tecnologiche, industriali e occupazionali vogliamo costruire? Come possiamo fare in modo che il rifiuto venga intercettato correttamente, rimesso in circolo e riportato all’inizio della filiera produttiva?
Un esempio concreto di economia circolare è quello della rigenerazione degli abiti, come nel caso di Umana. Ma qui entra in gioco anche il fenomeno del fast fashion.
È un tema enorme, perché dobbiamo interrogarci anche dal punto di vista sociologico e antropologico sul nostro modo di consumare. Di fronte all’emergenza mondiale dei cambiamenti climatici dobbiamo ricordare che questi cambiamenti sono legati anche al nostro comportamento. Il nostro modello produttivo e di consumo genera emissioni e impatti.
Pensiamo al fast fashion: prodotti acquistati a basso costo, utilizzati poco e poi buttati. Il problema è che quello che costa poco al consumatore può costare tantissimo al sistema e all’ambiente. Ed è qui che dobbiamo andare a monte.
Quanto a monte?
Fino al momento in cui il prodotto viene progettato. Il rifiuto, infatti, non nasce quando il cittadino lo butta. Nasce molto prima, da come pensiamo e progettiamo un bene.
Qui entra in gioco l’eco-design. Un prodotto deve naturalmente svolgere la funzione per cui è stato progettato. Ma possiamo decidere come costruirlo, quali materie prime utilizzare, come organizzare il processo produttivo, se utilizzare materiali riciclati anziché vergini, quanta energia consumare e se utilizzare energia rinnovabile.
E soprattutto possiamo progettare il prodotto affinché, alla fine della sua vita, sia disassemblabile, rigenerabile o riciclabile.
Quindi il prodotto deve essere pensato già in funzione del suo recupero.
Esatto. Se un bene viene progettato in modo da poter essere smontato e i suoi materiali possono tornare nelle filiere del recupero e del riciclo, quel bene ha molte più possibilità di non diventare rifiuto. Per questo dico che il rifiuto non nasce dalle famiglie. Nasce già da come un produttore progetta e realizza bene.
Un prodotto può costare un euro, essere utilizzato per un mese e poi essere buttato. Ma se è composto da materiali accoppiati, non disassemblabili e non recuperabili, quel prodotto costerà molto di più al sistema quando entrerà nel ciclo dei rifiuti.
Il tema dei rifiuti diventa quindi un tema di innovazione industriale e produttiva, un tema di competitività e di resilienza industriale ed ambientale.
Ed è qui che torna la sua provocazione: “Fatelo almeno per soldi”.
Sì. Non è una riduzione mercantile della sostenibilità e non significa sostituire l’etica con il profitto. È un modo per parlare anche a chi rimane indifferente agli argomenti morali ed etici e alla cura del futuro del pianeta. Anche chi non fosse interessato ai temi della sostenibilità dovrebbe capire che l’economia circolare produce valore: per il consumatore, per l’ambiente e per l’impresa. C’è una grande differenza tra un’azienda che produce un bene senza ragionare sull’intera filiera e un’azienda che progetta, produce e gestisce quel bene secondo i principi dell’eco-design.
Nel secondo caso puoi ridurre l’utilizzo di energia, utilizzare energia rinnovabile, impiegare materie prime riciclate e progettare un prodotto che a fine vita possa essere disassemblato e rimesso in circolo.
Ha un esempio concreto che considera particolarmente significativo?
Sì, e non bisogna andare dall’altra parte del mondo. È un’azienda di Bologna che gestisce RAEE: Dismecco, guidata da Claudio Tedeschi. Io consiglierei di intervistare questo imprenditore perché il suo esempio è illuminante. Normalmente un centro di trattamento RAEE riceve un elettrodomestico a fine vita, lo disassembla, lo tritura e separa plastica, alluminio, ferro, rame e altri materiali. Lui si è posto una domanda molto semplice: perché una lavatrice deve diventare rifiuto se con poco potrebbe essere rigenerata?
Perché spesso basta un piccolo pezzo per rendere inutilizzabile una lavatrice ancora funzionante.
Esatto. Viviamo in una società in cui molti beni sono difficili da riparare o, comunque, la loro riparazione non risulta economicamente conveniente. Una lavatrice può avere un solo componente guasto. Ma se il ricambio è difficile da reperire o ha un costo elevato, il cittadino finisce per pensare: “La butto e ne compro una nuova”.
Così un bene che potrebbe continuare a svolgere la propria funzione entra prematuramente nel ciclo dei rifiuti. Tedeschi ha scelto un approccio diverso: prima di avviare le lavatrici al trattamento finalizzato al recupero di materia, valuta quali possano essere ricondizionate e riportate all’uso. Quelle che non possono essere recuperate come beni vengono invece avviate a un’innovativa linea di disassemblaggio, che consente di recuperare componenti ancora funzionali da destinare come pezzi di ricambio.
Lavorando su grandi volumi, è stato così possibile creare un vero e proprio magazzino di componenti recuperati, che rappresenta il motore del sistema: rende disponibili ricambi altrimenti difficili o costosi da reperire e consente di ricondizionare un numero crescente di lavatrici che, senza questo modello, sarebbero considerate semplicemente rifiiuto.
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