Shanghai – L’Asia viene spesso rappresentata principalmente attraverso la lente della crisi ambientale: caldo estremo, inondazioni devastanti, inquinamento atmosferico, scarsità d’acqua, perdita di biodiversità e rapida urbanizzazione. Tuttavia, sta emergendo un’altra storia, meno visibile ma potenzialmente altrettanto significativa. In tutto il continente, i governi stanno traducendo sempre più le proprie ambizioni ambientali in leggi, infrastrutture, diffusione di energie rinnovabili, tutela della biodiversità e cooperazione regionale. Ad esempio, occorre riflettere su diversi fattori come il nuovo Codice ecologico e ambientale della Cina, la rapida espansione della produzione di elettricità da fonti non fossili in India, le politiche giapponesi a favore della natura (nature-positive) e la scelta della Mongolia di ospitare la COP17 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione indicano tutti la stessa direzione.
In Asia, la tutela ambientale sta passando da obiettivo di politica settoriale a un modello più ampio di governance ecologica. Questa trasformazione non è né completa né priva di contraddizioni. Al momento il carbone rimane importante, le reti elettriche faticano ad assorbire la nuova capacità da fonti rinnovabili e lo sviluppo economico continua a esercitare un’enorme pressione sugli ecosistemi. Ciononostante, la portata e la direzione dei recenti sviluppi meritano attenzione.
L’evoluzione recente più significativa è indubbiamente il Codice ecologico e ambientale della Cina, entrato in vigore il 15 agosto 2026. Adottato dall’Assemblea Nazionale del Popolo il 12 marzo, il Codice rappresenta il secondo codice giuridico formale della Cina, dopo il Codice civile. Esso riorganizza un vasto corpus di normativa ambientale, in precedenza frammentata, in un quadro giuridico più coerente. La disciplina spazia dalla prevenzione dell’inquinamento alla conservazione ecologica, dai cambiamenti climatici alla biodiversità, fino all’uso delle risorse e allo sviluppo verde e a basse emissioni di carbonio. È opinione dello scrivente che è giusto considerare la portata del Codice va ben oltre il semplice consolidamento normativo. Per decenni, la tutela dell’ambiente in Cina si è sviluppata attraverso una serie di leggi distinte volte ad affrontare problemi specifici: inquinamento atmosferico e idrico, rifiuti solidi, valutazione di impatto ambientale e altri ambiti.
Il nuovo Codice mira a creare un’architettura giuridica più integrata. Dunque sotto questo profilo, la normativa riflette l’evoluzione del concetto cinese di “Civiltà ecologica” che da principio politico e programmatico (già inserito nella Costituzione) genera un quadro giuridico più sistematico. Il Codice conferisce inoltre maggiore rilevanza normativa alla governance climatica e allo sviluppo a basse emissioni di carbonio. Gli esperti di diritto hanno definito le disposizioni dedicate allo “sviluppo verde e a basse emissioni di carbonio” come un passo importante per integrare gli obiettivi climatici della Cina nel diritto ambientale. Permangono tuttavia interrogativi rilevanti in merito all’attuazione, all’applicazione delle norme e alla partecipazione pubblica. Alcuni analisti giuridici hanno espresso preoccupazione per le restrizioni che incidono sul contenzioso ambientale di interesse pubblico e per la persistente frammentazione della disciplina relativa ad alcune risorse naturali.
La vera prova, dunque, non sarà l’adozione del Codice, bensì la sua attuazione da parte di tribunali, autorità amministrative, imprese ed enti locali. Ciononostante, tale sviluppo legislativo riveste un’importanza storica. Infatti, la Cina sta concretamente tentando di passare dal controllo dell’inquinamento a una governance ecologica integrata. La trasformazione normativa è accompagnata da una straordinaria espansione delle energie rinnovabili che entra in una nuova fase. A luglio, la Cina ha annunciato un nuovo piano per le energie rinnovabili che prevede un aumento del 53% della produzione eolica e solare nei prossimi cinque anni; l’obiettivo è raggiungere, entro il 2030, una produzione di energia rinnovabile equivalente a 1,8 miliardi di tonnellate di carbone, rispetto agli circa 1,18 miliardi di tonnellate previsti per il 2025. Secondo quanto riportato da Reuters, è la prima volta che la Cina stabilisce un obiettivo di questo tipo come requisito giuridicamente vincolante.
La Cina è diventata il più grande mercato al mondo per l’energia solare ed eolica, mentre la sua industria manifatturiera ha ridotto drasticamente i costi globali di molte tecnologie per l’energia pulita. Tuttavia, il successo cinese nelle rinnovabili ha generato un nuovo problema imprevisto: un eccesso di elettricità pulita in aree dove la rete non è in grado di assorbirla. Reuters ha riferito che, tra gennaio e giugno 2026, la Cina ha dovuto limitare la produzione di circa 360 TWh di elettricità pulita a causa di vincoli della rete. Problemi analoghi stanno emergendo anche in Australia, Giappone e India. Non si tratta semplicemente di un fallimento, bensì della dimostrazione che la transizione energetica asiatica è entrata in una nuova fase. La prima sfida è stata quella di sviluppare la capacità di generazione da fonti rinnovabili. La sfida successiva consiste nel realizzare le infrastrutture – giuridiche, tecnologiche e fisiche – necessarie per utilizzarla: reti di trasmissione, mercati dell’elettricità, sistemi di accumulo (batterie), gestione della domanda e interconnessioni regionali. La transizione ambientale sta quindi diventando sempre più una questione di governance.
L’India supera un’importante soglia nel campo dell’energia pulita
L’India offre un altro esempio significativo. Nel 2026, il Paese ha raggiunto un traguardo fondamentale superando i 300 GW di capacità elettrica installata da fonti non fossili, oltrepassando così il 60% dell’obiettivo fissato per il 2030, pari a 500 GW. L’energia solare rappresenta oltre la metà di tale capacità non fossile. Più di recente, un’analisi del sistema elettrico indiano ha evidenziato che l’energia pulita ha raggiunto una capacità installata di circa 331,7 GW, a fronte di circa 302 GW di capacità basata su combustibili fossili. La sola capacità solare ha toccato quota 211 GW circa. La distinzione tra capacità installata ed effettiva generazione di elettricità è fondamentale: il carbone continua a svolgere un ruolo di primo piano nel sistema elettrico indiano. Ciononostante, la tendenza strutturale è significativa. La capacità solare dell’India è passata da livelli praticamente nulli nel 2010 agli oltre 200 GW odierni. Tra il 2025 e la metà del 2026, l’India ha aggiunto oltre 75 GW di capacità solare, mentre la capacità a carbone è cresciuta solo in misura minima rispetto a tale cifra. L’India sta inoltre cercando di affrontare le problematiche istituzionali connesse alla rapida diffusione delle rinnovabili. Ad agosto, l’autorità di regolamentazione del settore elettrico ha introdotto un meccanismo che consente agli sviluppatori di impianti a energia rinnovabile, in caso di ritardi, di mantenere la connessione alla rete di trasmissione pagando tariffe aggiuntive. L’obiettivo è evitare la perdita di preziosa capacità di rete durante il completamento dei progetti. Ancora una volta, la lezione è che la transizione energetica riguarda sempre più i sistemi nel loro complesso, piuttosto che le singole tecnologie.
Giappone: dalla politica climatica verso un’economia “nature-positive”
Il Giappone presenta un modello alquanto diverso. Secondo il rapporto dell’OCSE sulle prestazioni ambientali del Paese, il Giappone ha compiuto progressi nella riduzione del consumo di energia, delle emissioni di gas serra, dell’inquinamento atmosferico e dei rifiuti, incrementando al contempo gli investimenti nell’energia pulita e nell’economia circolare. È di particolare interesse l’emergente agenda giapponese orientata a un approccio “nature-positive” (ovvero che genera un impatto positivo sulla natura). Il concetto di sviluppo “nature-positive” va oltre la semplice riduzione dei danni ambientali: mira a garantire che l’attività economica contribuisca al ripristino della biodiversità e del capitale naturale. Tale approccio è sempre più rilevante per il Giappone, alla luce dell’invecchiamento della popolazione, della trasformazione dei paesaggi rurali, della pressione sugli ecosistemi costieri e della dipendenza dalle risorse importate. L’esperienza del Paese suggerisce che, nelle economie asiatiche avanzate, la politica ambientale stia evolvendo secondo questa progressione:
riduzione dell’inquinamento → decarbonizzazione → economia circolare → ripristino della natura.
Tale percorso potrebbe costituire un modello importante per altre economie asiatiche altamente industrializzate.
Corea del Sud: l’adattamento climatico diventa una questione di sicurezza ambientale
La Corea del Sud offre un’altra lezione importante. L’estate del 2026 ha dimostrato ancora una volta la vulnerabilità delle società asiatiche fortemente urbanizzate al caldo estremo. Seoul e altre aree del Paese hanno registrato condizioni di caldo intenso, spingendo il governo a mobilitare risorse per tutelare le fasce di popolazione vulnerabili e i lavoratori impiegati all’aperto. Sebbene l’adattamento venga talvolta considerato separatamente dalla tutela dell’ambiente, tale distinzione è sempre più difficile da sostenere.
Le ondate di calore incidono su:
- salute pubblica;
- produttività del lavoro;
- domanda di energia;
- agricoltura;
- risorse idriche;
- infrastrutture urbane;
- biodiversità.
L’adattamento climatico sta quindi entrando a far parte di un concetto molto più ampio di sicurezza ecologica.
La Corea del Sud ha inoltre rafforzato la normativa in materia di biodiversità, introducendo misure che richiedono rilevazioni più sistematiche degli habitat delle specie a rischio e una maggiore trasparenza delle informazioni sulla conservazione. La lezione che ne emerge è che la mitigazione climatica e la tutela della biodiversità non possono essere trattate come ambiti politici separati e indipendenti.
La Mongolia pone il degrado del territorio al centro della diplomazia ambientale internazionale
Forse l’evento ambientale di maggior valore simbolico in Asia questo mese si sta svolgendo a Ulan Bator, dove il 17 agosto è stata inaugurata la 17ª Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD COP17).
La scelta della sede è significativa. Le vaste praterie della Mongolia sono fondamentali per l’economia, la cultura e l’identità ecologica del Paese. La conferenza pone particolare enfasi sui pascoli, sulla pastorizia, sulla resilienza alla siccità e sul ripristino del territorio. Ciò è particolarmente rilevante poiché, storicamente, il degrado del territorio ha ricevuto minore attenzione politica internazionale rispetto al cambiamento climatico o alla perdita di biodiversità. Eppure, è proprio nel suolo e nel territorio che convergono molte delle crisi planetarie.
Il degrado del territorio contribuisce a:
- insicurezza alimentare;
- perdita di biodiversità;
- desertificazione;
- insicurezza idrica;
- povertà rurale;
- vulnerabilità climatica.
La UNCCD COP17 offre quindi l’opportunità di collegare nuovamente la tutela del territorio all’adattamento climatico e alla sicurezza alimentare.
In vista della conferenza, la Mongolia e l’IUCN hanno inoltre lavorato per rafforzare la cooperazione sul ripristino del territorio e sulla gestione sostenibile dei pascoli.
Per l’Asia, questo aspetto è di particolare importanza, dato che l’Asia centrale e orientale sono sempre più esposte a siccità, scarsità d’acqua e degrado del territorio.
Un nuovo modello ambientale asiatico? Nel loro insieme, questi sviluppi suggeriscono qualcosa di più ampio di una semplice raccolta di politiche ambientali nazionali.
La Cina sta rafforzando la normativa ambientale. L’India sta espandendo rapidamente la produzione di energia elettrica da fonti non fossili. Il Giappone si sta orientando verso un’economia circolare e “nature-positive” (favorevole alla natura). La Corea del Sud sta integrando la tutela della biodiversità e l’adattamento climatico nella governance ambientale. La Mongolia sta ponendo il ripristino del territorio e la pastorizia al centro della diplomazia ambientale globale.
Sta quindi emergendo una traiettoria ambientale asiatica in cui clima, biodiversità, territorio, energia e sviluppo economico sono sempre più interconnessi. Ciò non significa che l’Asia abbia risolto i propri problemi ambientali. Tutt’altro.
La persistente dipendenza della Cina dal carbone e il problema del curtailment (limitazione della produzione) delle energie rinnovabili evidenziano le contraddizioni di una rapida trasformazione industriale. L’India affronta la difficile sfida di ridurre la dipendenza dal carbone soddisfacendo al contempo una domanda di energia elettrica in rapida crescita. Giappone e Corea del Sud rimangono fortemente dipendenti dalle importazioni di energia. Il Sud-est asiatico continua a confrontarsi con la deforestazione, le pressioni legate alle attività estrattive e i rischi ambientali connessi alle infrastrutture.
Tuttavia, la trasformazione ambientale non va misurata soltanto in base all’assenza di problemi. Va valutata anche in funzione della capacità delle società di sviluppare nuove istituzioni in grado di affrontare tali problemi. È proprio sotto questo aspetto che gli attuali sviluppi in Asia assumono un significato particolare.
Dalla crescita verde alla governance ecologica
La trasformazione più interessante potrebbe quindi essere di natura concettuale. Per gran parte del Novecento, la politica ambientale ha riguardato essenzialmente il controllo delle conseguenze negative della crescita economica. Oggi, un numero crescente di governi asiatici sta cercando di integrare le considerazioni ambientali nell’architettura stessa dello sviluppo economico.
Il Codice ecologico e ambientale della Cina ne è forse l’esempio più lampante: la tutela dell’ambiente viene incorporata in un quadro giuridico complessivo che collega inquinamento, ecosistemi, clima e sviluppo verde.
L’espansione delle energie rinnovabili in India evidenzia un’altra dimensione: gli obiettivi ambientali si intrecciano sempre più con la sicurezza energetica e la politica industriale.
L’agenda “nature-positive” del Giappone collega la biodiversità alla resilienza economica.
L’agenda della Mongolia per la COP17 associa il ripristino del territorio alla sicurezza alimentare e ai mezzi di sussistenza delle comunità rurali.
Il paradigma emergente non è quindi semplicemente quello della “crescita verde”.
Si avvicina piuttosto alla governance ecologica: il tentativo di ridisegnare i sistemi economici, giuridici e tecnologici attorno alla capacità degli ecosistemi di sostenere le società umane nel lungo periodo. Questo potrebbe diventare uno dei contributi più significativi dell’Asia al dibattito ambientale globale.
La svolta verde è solo all’inizio
La transizione ambientale in Asia rimane disomogenea e contraddittoria. Le energie rinnovabili possono coesistere con il carbone, la conservazione con l’espansione delle infrastrutture, la normativa ambientale con le sfide legate alla sua attuazione. Tuttavia, la direzione di marcia è sempre più evidente.
Il nuovo Codice ambientale cinese, il sistema di energia pulita in rapida espansione in India, le politiche giapponesi a favore della natura (*nature-positive*), le misure di adattamento della Corea del Sud e la rinnovata attenzione della Mongolia al ripristino del territorio dimostrano che la tutela dell’ambiente sta assumendo un ruolo sempre più centrale nelle strategie di sviluppo asiatiche. La questione cruciale per il prossimo decennio non sarà quindi semplicemente se l’Asia riuscirà a crescere in modo più sostenibile.
Sarà capire se il continente saprà trasformare la sua enorme capacità economica e tecnologica in un nuovo modello di governance ecologica, capace di salvaguardare simultaneamente clima, biodiversità, suolo, risorse idriche e benessere umano. Se tale trasformazione avrà successo, la storia ambientale del XXI secolo potrebbe non essere scritta soltanto in Europa o in Nord America. Potrebbe essere scritta, in larga misura, in Asia.
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