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Giacomo Leopardi e Antonio Ranieri furono amici, compagni di viaggio e, negli ultimi sette anni della vita del poeta, quasi inseparabili. Eppure sarebbe difficile immaginare due uomini più diversi. Ranieri era giovane, napoletano, slanciato, affascinante, mondano, abituato a viaggiare e soprattutto a vivere concretamente quelle passioni amorose che per Leopardi rimasero quasi sempre confinate nel territorio del desiderio. Giacomo, al contrario, portava sul proprio corpo i segni dolorosi della malattia, soffriva per il suo aspetto e conobbe l’amore soprattutto attraverso l’attesa, l’idealizzazione e il rifiuto. La loro amicizia acquista così un fascino particolare: accanto a Leopardi, che trasformava nella poesia ciò che la vita sembrava negargli, camminava un uomo capace di conquistare le donne e di vivere con naturalezza la propria fisicità. Una contrapposizione che diventa ancora più suggestiva quando, tra i due, compare Fanny Targioni Tozzetti: la donna amata da Giacomo era infatti attratta proprio da Antonio.
Leopardi e Ranieri: due vite opposte unite da un’amicizia
Antonio Ranieri era nato a Napoli nel 1806, otto anni dopo Leopardi. Aveva viaggiato in Europa, frequentato ambienti politici e culturali e vissuto una giovinezza assai diversa da quella appartata del poeta di Recanati. I due si erano già incontrati alla fine degli anni Venti, ma fu soprattutto a Firenze, nel settembre del 1830, che il loro rapporto assunse la forma di quel lungo “sodalizio” destinato a terminare soltanto con la morte di Giacomo.
Ranieri trovò Leopardi in condizioni difficili. La salute era precaria e sul poeta incombeva soprattutto la possibilità di dover tornare a Recanati, luogo dal quale aveva disperatamente cercato di emanciparsi. Il napoletano gli offrì allora aiuto e compagnia. Da quel momento le loro esistenze si intrecciarono in maniera eccezionale.
Non si trattò semplicemente dell’amicizia occasionale fra due intellettuali. Convissero, viaggiarono insieme, affrontarono difficoltà economiche e organizzarono concretamente la loro esistenza l’uno in funzione dell’altro. Nell’ottobre del 1833 arrivarono insieme a Napoli, dove Leopardi avrebbe trascorso gli ultimi quattro anni della propria vita.
Ed è proprio osservando i due uomini che emerge un contrasto quasi romanzesco.
Ranieri era il giovane napoletano cosmopolita, avventuroso, inserito nella società e sentimentalmente attivo. Le sue relazioni sono documentate: seguì per esempio l’attrice Maddalena Pelzet nei suoi spostamenti tra Roma e Firenze. Leopardi, al contrario, aveva un rapporto tormentato con il proprio corpo. Le malattie ne avevano compromesso profondamente la salute e l’aspetto fisico, mentre la sua esperienza amorosa era stata costellata soprattutto da desideri irrealizzati.
Bisogna però evitare una semplificazione diventata quasi leggenda: non possiamo affermare con certezza storica che Leopardi sia morto vergine. Non possediamo documenti capaci di dimostrarlo. Ciò che possiamo dire è che non conosciamo una relazione sessuale certamente documentata nella sua vita e che la distanza fra desiderio amoroso e suo compimento costituisce una componente fondamentale della sua esperienza biografica e poetica.
Il triangolo amoroso con Fanny Targioni Tozzetti
Il punto più interessante del rapporto tra Giacomo Leopardi e Antonio Ranieri emerge attraverso Fanny Targioni Tozzetti.
Leopardi conobbe Fanny a Firenze nel 1830 e se ne innamorò profondamente. Era una donna sposata, ammirata e al centro della vita mondana fiorentina. Ma quella che Giacomo interpretò come una possibile corrispondenza sentimentale si rivelò un’illusione. Dalla passione e dalla successiva disillusione sarebbe nato il cosiddetto ciclo di Aspasia, comprendente alcune delle pagine più intense della poesia leopardiana.
Qui il rapporto tra Leopardi e Ranieri assume contorni quasi crudeli.
Fanny era infatti infatuata proprio di Antonio. E Leopardi, mentre maturava sentimenti per lei, divenne consapevolmente intermediario amoroso fra la donna desiderata e l’amico durante l’assenza di Ranieri da Firenze. Treccani ricorda persino come Giacomo ricevesse da Fanny attenzioni e confidenze proprio perché poteva darle notizie del giovane napoletano.
È una situazione psicologicamente vertiginosa: Leopardi si trovava vicino alla donna che desiderava, ma una parte di quella vicinanza dipendeva dall’interesse che lei nutriva per un altro uomo. E quell’uomo era il suo migliore amico.
Qui finisce il documento e può iniziare l’interpretazione.
Invidia e frustrazione nei confronti del giovane e aitante Antonio?
È impossibile sapere quanto Leopardi abbia confrontato intimamente la propria condizione con quella di Ranieri. Sarebbe scorretto attribuirgli una precisa gelosia sessuale senza prove. Eppure il contrasto è difficile da ignorare: Ranieri poteva incarnare agli occhi di Giacomo una possibilità di vita che a lui sembrava continuamente negata.
Il giovane Antonio poteva viaggiare, corteggiare, essere desiderato, inseguire un’attrice, suscitare l’interesse di Fanny. Leopardi poteva invece trasformare il desiderio soprattutto in immaginazione, parola e poesia.
Potremmo forse parlare di un’esperienza sentimentale e sessuale di Giacomo Leopardi “virtuale”, attraverso Ranieri: guardare nell’esistenza dell’amico qualcosa di quella vita amorosa e sensuale che il poeta recanatese aveva inseguito senza riuscire veramente a possederla.
È suggestivo, in questo senso, un episodio riportato nelle biografie leopardiane: quando Ranieri era lontano, Leopardi frequentava assiduamente Fanny e parlare con lei dell’amico assente sembrava rendergli Antonio più vicino. Si forma così uno stranissimo triangolo emotivo: Leopardi desidera Fanny, Fanny desidera Ranieri e Leopardi tiene in comunicazione i due.
La frustrazione amorosa di Giacomo non rimase però semplice fatto privato. Divenne materia poetica. L’amore concreto che gli sfuggiva veniva sublimato nella parola, fino alla violenza disillusa di A se stesso e di Aspasia. Il corpo incapace di raggiungere l’oggetto desiderato trovava nella poesia una forma diversa di possesso: ciò che la vita negava poteva almeno essere conosciuto, immaginato e trasformato in canto.
Poi arrivò il Vesuvio.
Il periodo delle ultime opere
Nel 1836, mentre il colera imperversava a Napoli, Leopardi, Antonio e la sorella di quest’ultimo, Paolina Ranieri, si spostarono nella villa della famiglia Ferrigni alle falde del Vesuvio, nel territorio di Torre del Greco. È la dimora che sarebbe diventata celebre come Villa delle Ginestre.
Il paesaggio vesuviano accompagna così l’ultima stagione di Leopardi. Proprio lì nacquero Il tramonto della luna e soprattutto La ginestra, il grande testamento poetico nel quale l’uomo, fragile davanti alla potenza distruttrice della natura, può trovare una risposta nella solidarietà con gli altri uomini.
È difficile non vedere una suggestiva corrispondenza tra questa idea e gli ultimi anni della sua stessa esistenza. Leopardi, che aveva conosciuto così profondamente la solitudine, non morì solo.
Ranieri rimase accanto all’amico fino alla fine. Tornato a Napoli, Leopardi morì il 14 giugno 1837, assistito da Antonio, da Paolina Ranieri e da un medico. Ranieri si occupò anche della sua sepoltura, evitando che il corpo dell’amico finisse nella fossa comune durante l’emergenza del colera.
Ed è forse questa la conclusione più potente della loro storia.
Nessun amore, ma una grande amicizia
Leopardi non ebbe da Ranieri ciò che avrebbe cercato in Fanny o nelle altre donne amate e idealizzate. Ma ricevette qualcosa di diverso: una presenza. Il giovane napoletano che poteva vivere una dimensione sentimentale e mondana preclusa all’amico condivise con lui anni, case, viaggi, ristrettezze economiche e infine la malattia.
Se dunque immaginiamo Leopardi osservare Ranieri mentre ama ed è amato, possiamo intravedervi il riflesso doloroso di una felicità fisica che Giacomo desiderava e che forse sentiva irraggiungibile. Ma sarebbe riduttivo trasformare la loro amicizia soltanto nella storia dell’uomo desiderabile e dell’uomo escluso dal desiderio.
Il paradosso è più profondo: Ranieri possedeva una libertà del corpo che Leopardi poteva invidiare; Leopardi possedeva la capacità di trasformare la privazione del corpo in una delle più alte meditazioni poetiche sul desiderio umano.
L’uno poteva conoscere l’amplesso reale; l’altro seppe raccontare con una forza rarissima quell’istante che precede l’amplesso, quando l’essere umano crede ancora che possedere ciò che desidera possa finalmente renderlo felice.
E forse è proprio qui che le loro due figure, così diverse, finiscono per incontrarsi: Antonio nella vita che scorre e si consuma, Giacomo nell’eterna e dolorosa immaginazione di essa.
Il matrimonio mai celebrato con Paolina Ranieri
C’è poi un risvolto quasi romanzesco nella convivenza napoletana di Leopardi con i Ranieri. La precitata Paolina, sorella di Antonio e di undici anni più giovane di Giacomo, entrò stabilmente nella vita dei due amici occupandosi con straordinaria premura del poeta malato: dal 1835 visse con loro e li accompagnò anche durante i soggiorni a Torre del Greco, rimanendo accanto a Leopardi fino alla morte.
Intorno a questa intimità nacque in seguito anche la tradizione secondo cui Antonio avrebbe pensato di dare Paolina in moglie all’amico, quasi a trasformare il loro sodalizio in un vero legame familiare. È un particolare suggestivo, ma che non trova, almeno nelle fonti storiche più autorevoli consultabili, una conferma tale da poter essere presentato senza riserve.
Più concreta è invece la straordinaria tenerezza che legò Paolina a Giacomo: già alcuni studiosi dell’Ottocento arrivarono a immaginare che Leopardi potesse essersi innamorato di lei, mentre altri interpretarono quel sentimento come un affetto profondissimo ma non propriamente amoroso.
Paolina fu comunque una delle pochissime donne che gli offrirono non un amore fantasticato da lontano, ma una presenza quotidiana fatta di cure e compagnia. Il matrimonio non ci fu e Paolina rimase nubile per tutta la vita
Un’amicizia più forte delle loro differenze
Alla fine, forse, il significato più profondo del rapporto tra Giacomo Leopardi e Antonio Ranieri sta proprio nelle loro differenze.
Il napoletano sembrava possedere molto di ciò che la sorte aveva negato all’amico: vigore fisico, disinvoltura sociale, viaggi, amori e una maggiore libertà nel vivere il proprio corpo. Leopardi, invece, trasformò quella distanza tra desiderio e realtà in poesia, facendo della privazione personale una riflessione universale sulla felicità umana.
Eppure, quando gli amori idealizzati svanirono e la salute lo abbandonò definitivamente, accanto a Giacomo rimase proprio Antonio, insieme alla sorella Paolina: dalla convivenza napoletana al rifugio di Torre del Greco, fino agli ultimi giorni del 1837.
Forse è questa l’ultima, splendida contraddizione della loro storia: Leopardi cercò per tutta la vita l’amore e spesso non lo trovò nella forma in cui lo aveva sognato, ma trovò nell’amicizia una fedeltà capace di accompagnarlo fino alla morte. Ranieri non poté dargli la felicità che Giacomo aveva inseguito nelle donne e nell’immaginazione; gli diede però qualcosa di meno ideale e tremendamente concreto: la propria presenza.

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Marco Della Corte
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