Il Nord produttivo mette le politiche industriali davanti alle contese interne della Lega


Il Nord produttivo prova a rimettere le politiche davanti alla politica proprio nei giorni in cui, dentro la Lega, torna centrale la domanda su che cosa il partito debba rappresentare. Il fronte nordista chiede il congresso della storica Lega Nord e contesta la gestione del simbolo da parte di Matteo Salvini. In Veneto la cultura del governo territoriale si misura invece con una scelta concreta: la legge sul suicidio medicalmente assistito, sostenuta da Luca Zaia e approvata dal Consiglio regionale che presiede. Nello stesso solco pragmatico si colloca l’iniziativa degli amministratori impegnati sul versante economico, interessati meno agli equilibri interni e più agli strumenti necessari alle imprese.

Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Liguria producono insieme più della metà del Pil italiano e concentrano una parte decisiva della manifattura nazionale. Le cinque Regioni hanno costituito con le rispettive Confindustrie una cabina di regia per elaborare proposte comuni da presentare al governo e alla Commissione europea. La premessa è che alla forza economica del Nord non sia finora corrisposta una capacità d’azione altrettanto coordinata. Le amministrazioni hanno costruito separatamente incentivi e procedure, anche quando le aziende interessate appartenevano alla stessa filiera. Il nuovo organismo punta a colmare questa distanza, facendo della dimensione produttiva della macroarea una leva negoziale a Roma e a Bruxelles.

Il progetto ha preso forma il 30 giugno a Milano attorno agli amministratori che nelle cinque giunte controllano le principali leve della politica industriale. A promuoverlo sono stati Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Lombardia, e Massimo Bitonci, titolare della stessa delega in Veneto. Entrambi appartengono alla Lega. Con loro ha partecipato Alessio Piana, assessore ligure allo Sviluppo economico e anche lui leghista. Per il Piemonte è intervenuto Andrea Tronzano, esponente di Forza Italia che unisce le competenze sul Bilancio a quelle sulle attività produttive. L’Emilia Romagna è rappresentata da Vincenzo Colla vicepresidente della Regione con deleghe allo Sviluppo economico e all’energia, oltre che all’università e alla ricerca.

La composizione del tavolo ne chiarisce la natura meglio di qualsiasi definizione politica. Il nucleo leghista che ha avviato il progetto lavora con un assessore di Forza Italia e con il vicepresidente di una giunta di centrosinistra, perché le filiere industriali attraversano confini amministrativi e maggioranze diverse. Le Confindustrie regionali partecipano alla costruzione della piattaforma, indicando quali ostacoli richiedano una risposta comune. Le esigenze raccolte dalle imprese dovranno così diventare proposte tecniche condivise dalle cinque Regioni e, soltanto dopo, richieste politiche rivolte a Roma e a Bruxelles.

Il primo terreno di lavoro riguarda gli insediamenti produttivi. Le cinque Regioni vogliono coordinare le aree di accelerazione industriale e verificare come estendere gli strumenti già sperimentati nei singoli territori. La Zona logistica semplificata offre un modello utile perché concentra le autorizzazioni e riduce i passaggi tra uffici diversi. Le Zone di innovazione e sviluppo possono invece collegare gli incentivi alla presenza di università e centri di ricerca. L’obiettivo è offrire tempi prevedibili a un’impresa che deve aprire uno stabilimento o ampliare un impianto.

La dimensione regionale, da sola, non basta più. Un investimento nell’automotive coinvolge fornitori distribuiti tra Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna. Un impianto siderurgico dipende dal costo dell’energia e dalla rete logistica che attraversa più territori. Nella microelettronica, la produzione di un singolo componente richiede competenze che difficilmente si trovano all’interno di un solo confine amministrativo. Coordinare autorizzazioni e incentivi significa quindi intervenire sulla filiera nel suo insieme, evitando che ogni Regione finanzi una parte senza conoscere le decisioni delle altre.

L’urgenza è accresciuta da una ripresa industriale ancora discontinua: a giugno la produzione italiana era inferiore dello 0,6 per cento rispetto a un anno prima, secondo l’Istat. Il Veneto offre un quadro più favorevole: nel secondo trimestre del 2026 la manifattura regionale è cresciuta del 3,3 per cento e il tasso di utilizzo degli impianti è salito al 72 per cento. La dinamica è stata sostenuta soprattutto dai comparti tecnologicamente più avanzati. La cabina nasce anche per capire come estendere queste condizioni alle aree e ai settori che continuano a perdere capacità produttiva.

Il credito costituisce il secondo capitolo. Le imprese più piccole devono finanziare macchinari e adeguamenti energetici senza disporre della solidità patrimoniale dei grandi gruppi. Il tavolo discuterà una possibile moratoria sui mutui e il funzionamento del Fondo centrale di garanzia. A luglio Cassa depositi e prestiti, Fondo europeo per gli investimenti e Mediocredito Centrale hanno annunciato un’operazione destinata ad attivare 5,7 miliardi di euro di nuovi finanziamenti per oltre 26 mila piccole e medie imprese. La disponibilità di risorse, tuttavia, risolve soltanto una parte del problema. Occorrono condizioni di accesso compatibili con i tempi degli investimenti e con la struttura delle aziende familiari che dominano molte filiere settentrionali.

Anche le certificazioni entreranno nel lavoro comune: per una piccola impresa, certificare la qualità dei processi può essere la condizione necessaria per diventare fornitore di un grande gruppo. Gli standard richiesti cambiano però tra settori e mercati, mentre i costi amministrativi pesano in misura maggiore sulle aziende meno strutturate. Un sistema condiviso dalle Regioni potrebbe rendere le certificazioni più riconoscibili e ridurre le duplicazioni. Il beneficio non sarebbe soltanto burocratico: una filiera verificabile offre maggiori garanzie agli investitori e facilita l’accesso ai mercati esteri.

La fine della fase straordinaria del Pnrr apre poi un problema di continuità. Negli ultimi anni molte iniziative per la ricerca e la digitalizzazione sono state sostenute da fondi temporanei. Ora le Regioni devono costruire strumenti capaci di sopravvivere alla conclusione dei programmi. La cabina punta a collegare meglio le tecnologie sviluppate nelle università con le esigenze delle fabbriche. Sullo stesso piano si colloca la capacità di attrarre personale qualificato: una singola Regione può finanziare un progetto, ma difficilmente può competere da sola con i grandi ecosistemi industriali europei.

A Bruxelles le cinque Regioni vogliono discutere anzitutto quanto e come possano sostenere le imprese con denaro pubblico. Le regole europee consentono a uno Stato di concedere a una singola impresa fino a 300 mila euro nell’arco di tre anni senza chiedere il via libera preventivo della Commissione. Oltre questa soglia, l’intervento deve rientrare in un regime già autorizzato oppure essere sottoposto all’esame di Bruxelles. Per le Regioni significa avere meno libertà nel finanziare rapidamente un investimento.

C’è poi il problema della dimensione aziendale. Molti incentivi sono riservati alle piccole e medie imprese, ma la classificazione europea non dipende soltanto dal numero degli addetti o dal fatturato. Pesano anche i rapporti di controllo con altre società: un’azienda apparentemente piccola può quindi essere considerata parte di un gruppo più grande e perdere l’accesso a determinate agevolazioni. Le cinque Regioni vogliono elaborare una posizione comune su questi criteri e individuare insieme i progetti industriali da candidare ai programmi europei più rilevanti. Tra questi ci sono i progetti di comune interesse europeo, che permettono ai governi di sostenere investimenti transnazionali ad alto contenuto tecnologico. Il coordinamento servirebbe a presentare a Roma filiere già organizzate, invece di lasciare che ogni territorio proponga separatamente singole aziende.

Il coordinamento tornerà a riunirsi il 23 ottobre a Milano, durante il World Manufacturing Forum. Dopo quell’incontro saranno chiesti confronti con il governo e con la Commissione europea. Il primo appuntamento concreto coinciderà con il decreto per le imprese annunciato dal ministro delle imprese e del made in Italy Adolfo Urso per la fine di ottobre, che dovrebbe intervenire sulle autorizzazioni e sugli investimenti energetici. Il provvedimento comprenderà anche misure per l’innovazione industriale. La capacità della cabina di tradurre la propria agenda in modifiche a quel testo sarà la prima misura della sua efficacia.


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