Da quando nel 2025 gli Stati Uniti hanno tagliato del 99 per cento i propri aiuti militari, la Germania è diventata il principale sostenitore dell’Ucraina. Il suo contributo finanziario, militare e umanitario, sia a livello bilaterale sia attraverso l’Unione europea, è ormai decisivo per la sopravvivenza del Paese. Con circa 9 miliardi di euro, Berlino è stata nel 2025 il singolo maggiore fornitore di aiuti militari a Kiev. Per il 2026 ha inoltre stanziato una cifra record: 11,5 miliardi di euro. Dal 2022 la Germania ha anche concesso protezione temporanea a circa 1,3 milioni di cittadini ucraini.
Eppure, questa partnership è relativamente recente e il suo futuro resta incerto. Fino al 2014, il principale interlocutore di Berlino nell’Europa orientale era Mosca. E fino al 2022, nonostante la guerra fosse già in corso, la Germania aveva mantenuto gran parte della propria cooperazione energetica con la Russia, compresa quella legata ai due gasdotti Nord Stream. Ancora oggi molti tedeschi auspicano il ripristino di rapporti amichevoli e legami economici con la Russia di Vladimir Putin.
Quando il pacifismo si rovescia nel suo contrario
Da dodici anni in Germania si discute di come garantire la «pace in Europa». Oggi a dettare i termini di questo dibattito sono soprattutto l’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW), formazione di estrema sinistra ribattezzata nell’ottobre 2026 Alleanza per la Giustizia Sociale e la Ragione Economica, e il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD), affiancati da una schiera di intellettuali che si presentano come pacifisti. Nonostante l’Ucraina sia vittima di una guerra apertamente espansionistica e con elementi genocidari, questi partiti e i milioni di tedeschi che li sostengono ritengono che non meriti ulteriori aiuti da parte di Berlino. Dietro una presunta difesa della pace, finiscono così per promuovere gli interessi di una Russia neoimperialista, la cui leadership giustifica l’aggressione negando persino l’esistenza di una nazione ucraina distinta da quella russa.
La crescita dell’AfD, oggi il partito più popolare in Germania, ha portato queste posizioni fuori dal dibattito pubblico, trasformandole in proposte politiche concrete. Il 14 ottobre 2026, i gruppi parlamentari dell’AfD e del BSW nel nuovo parlamento regionale della Sassonia-Anhalt, dove insieme dispongono di 44 seggi su 83, hanno approvato una mozione intitolata «Colloqui di pace invece di un’escalation della guerra in Ucraina». Il testo chiede di interrompere gli aiuti militari e il sostegno finanziario non umanitario a Kiev, oltre a revocare le sanzioni contro Mosca, sostenendo che queste misure favorirebbero un cessate il fuoco.
In concreto, una simile politica produrrebbe, nella migliore delle ipotesi, una pace imposta dalla Russia vincitrice (Siegfrieden), con la capitolazione parziale o totale dell’Ucraina. Nella peggiore, aprirebbe la strada a una nuova offensiva russa in profondità nel territorio ucraino, con altre espulsioni, deportazioni, torture e uccisioni di massa.
Il primo scenario si sta già in parte delineando, dopo che altri Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno ritirato il proprio sostegno. Ma un passo indietro della Germania avrebbe un significato diverso. Vorrebbe dire abbandonare al proprio destino una nazione che meno di un secolo fa fu tra le principali vittime della guerra di annientamento condotta dalla Germania nazista nell’Europa orientale. Nel 1987 il sopravvissuto all’Olocausto Ralph Giordano definì «seconda colpa» la riluttanza della Germania Ovest del dopoguerra a fare i conti con i crimini nazisti e a punirne i responsabili. L’attuale deficit di consapevolezza morale di tanti tedeschi influenti potrebbe un giorno essere ricordato come una «terza colpa».
La più grande colonia del Terzo Reich
Tra il 1941 e il 1944 l’Ucraina fu al centro della guerra di annientamento condotta dalla Germania nazista. Nel giugno 2017, durante una conferenza al Bundestag, lo storico Timothy Snyder, allora docente a Yale e oggi all’Università di Toronto, lo spiegò con queste parole: «Dal punto di vista di Hitler, lo scopo della Seconda guerra mondiale era conquistare l’Ucraina».
Lo storico olandese Karel Berkhoff ha definito il Reichskommissariat Ukraine «la più grande colonia del Terzo Reich». Nella sua fondamentale monografia Harvest of Despair, descrive un regime di terrore che trasformò il Paese in una sorta di immenso campo di concentramento. Il suo governatore, il Reichskommissar Erich Koch, avrebbe dichiarato: «Se incontro un ucraino degno di sedersi alla mia tavola, devo farlo fucilare».
Le stime delle vittime dell’occupazione tedesca dell’Ucraina variano a seconda dei criteri di calcolo, ma restituiscono tutte una dimensione spaventosa della tragedia. Secondo l’Encyclopedia of Ukraine, sul territorio ucraino furono uccisi «più di 5.265.000 civili e prigionieri di guerra», tra cui circa 900.000 ebrei ucraini. Complessivamente, l’Ucraina perse almeno 8 milioni di persone durante la guerra, un quinto della popolazione che aveva prima del conflitto. Nello stesso intervento al Bundestag, Snyder si chiese perché non si ricordasse abbastanza che «6,5 milioni di abitanti dell’Ucraina sovietica morirono a causa dell’occupazione tedesca». Più di 2 milioni di ucraini furono deportati nel Reich per essere impiegati come lavoratori forzati. Gli occupanti distrussero inoltre 714 città e 28.000 villaggi, lasciando circa 10 milioni di persone senza casa.
Questi crimini comportano responsabilità che non si esauriscono con il passare del tempo. Il principio del dopoguerra tedesco, «Mai più!», non può limitarsi a significare che la Germania non dovrà mai più scatenare una guerra. Deve anche implicare che non potrà mai più restare indifferente davanti alla sorte di una nazione che un tempo aveva cercato di asservire e che oggi è vittima di un’altra guerra di conquista.
Il 9 ottobre 2026 il Bundestag ha riconosciuto esplicitamente questa responsabilità, approvando una mozione dei cristiano-democratici e dei socialdemocratici al governo che ribadisce la «speciale responsabilità storica della Germania nei confronti dell’Ucraina». Una mozione analoga, presentata dai Verdi all’opposizione, afferma che «la Germania ha una speciale responsabilità storica nei confronti dell’Ucraina e della pace in tutta Europa». Nessun gruppo parlamentare ha votato contro le due risoluzioni. L’ampia rappresentanza dell’AfD, il partito di estrema destra, si è però astenuta in entrambi i casi.
Quando «pace» diventa sinonimo di capitolazione
Anche il cosiddetto campo pacifista della sinistra tedesca preferisce ignorare questa pagina di storia. Per i suoi esponenti, il senso di responsabilità della Germania sembra riguardare soprattutto la Russia, anch’essa vittima del nazismo. Già nel 2017 Snyder aveva avvertito che «la politica estera russa considera il senso di responsabilità dei tedeschi [nei confronti dei russi anziché degli ucraini] una risorsa da manipolare». I sedicenti pacifisti di oggi contribuiscono ad alimentare questo meccanismo, consapevolmente o meno.
Nel febbraio 2023 Wagenknecht e la femminista Alice Schwarzer pubblicarono un «Manifesto per la pace» nel quale chiedevano al cancelliere tedesco di «fermare l’escalation delle forniture di armi». Durante una successiva manifestazione a Berlino, Wagenknecht denunciò la «guerra di logoramento senza fine», alimentata dalla fornitura di «armi sempre nuove»: naturalmente, quelle destinate all’Ucraina, non alla Russia. In vista della Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina, nel luglio 2025, chiese che «per il momento non venissero più destinati fondi dei contribuenti tedeschi» a Kiev. Durante la campagna elettorale a Berlino, nel maggio 2026, definì una follia «sprecare miliardi e miliardi per corrompere Zelensky e la sua cricca».
L’AfD, che intrattiene numerosi rapporti con Mosca, è ancora più esplicita. Nel marzo 2023 il suo copresidente Tino Chrupalla dichiarò al Bundestag che la Germania avrebbe dovuto tenersi fuori dal conflitto «perché non è la nostra guerra». Nell’ottobre 2026 l’altra copresidente del partito, Alice Weidel, ha dichiarato all’Economist: «Credo sia sbagliato continuare a finanziare una guerra che è già stata persa».
Una parte dell’intellighenzia tedesca ha contribuito a preparare il terreno per queste posizioni. Nell’aprile 2022, ventotto scrittori, artisti e studiosi, tra cui i romanzieri Juli Zeh e Martin Walser, chiesero all’allora cancelliere Olaf Scholz di non inviare all’Ucraina «altre armi pesanti, né direttamente né indirettamente». La politologa Ulrike Guérot ha descritto la resistenza ucraina come una guerra per procura combattuta per conto degli Stati Uniti. Gabriele Krone-Schmalz, ex corrispondente televisiva che in passato aveva presentato l’annessione russa della Crimea del 2014 come una misura di autodifesa, ha dichiarato nel settembre 2025 al controverso quotidiano Berliner Zeitung: «La nostra democrazia non viene difesa in Ucraina».
La pace con chi viola i trattati
Questi attivisti ignorano ciò che afferma apertamente lo stesso Cremlino. Mosca ha ripetutamente chiesto all’Ucraina ulteriori concessioni territoriali e rinunce alla propria sovranità. Ha respinto o ignorato le proposte di Kiev per un cessate il fuoco incondizionato e per una moratoria reciproca sugli attacchi alle infrastrutture energetiche e alle navi nel Mar Nero. Il 3 aprile 2022 l’agenzia russa RIA Novosti pubblicò un articolo di Timofey Sergeytsev intitolato «Cosa dovrebbe fare la Russia con l’Ucraina?», nel quale si invocava la «de-ucrainizzazione» del Paese.
Le richieste di raggiungere rapidamente un accordo ignorano anche i precedenti di Mosca. Negli ultimi trentacinque anni la Russia ha violato quasi tutti gli accordi in materia di sicurezza sottoscritti con Ucraina, Moldavia e Georgia. Tra questi figurano gli Accordi di Belovezha del 1991, il Memorandum di Budapest del 1994, il Trattato di amicizia russo-ucraino del 1997, il Documento di Istanbul dell’OSCE del 1999, la Dichiarazione di Ginevra del 2014, sottoscritta da Unione europea, Stati Uniti, Russia e Ucraina, e gli Accordi di Minsk del 2015.
Con questi documenti Mosca si era impegnata a rispettare l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini dei Paesi firmatari e, in alcuni casi, a ritirare le proprie truppe dai loro territori. Tre decenni di impunità per la violazione di questi impegni hanno contribuito a creare le condizioni per la più grande guerra combattuta in Europa dal 1945.
Proprio la Germania, più di ogni altro Paese, dovrebbe sapere dove conduce la politica di appeasement nei confronti di una dittatura espansionista. Come disse Snyder nel 2017: «La Germania non può permettersi di sbagliare sulle questioni fondamentali della propria storia». Il passato di aggressione e genocidio contro il popolo ucraino impone oggi a Berlino di aumentare il sostegno militare e finanziario alla difesa dell’Ucraina, non di ridurlo.
Andreas Umland è ricercatore presso l’European Policy Institute in Kyiv (EPIK) e analista presso lo Stockholm Centre for Eastern European Studies (SCEEUS), che fa parte dello Swedish Institute of International Affairs (UI). Questo articolo riprende un recente commento pubblicato dall’EPIK.
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