Venezia, il boss dei Casalesi di Eraclea è stato condannato in via definitiva a 30 anni. Era sparito nel nulla dopo un funerale. È stato intercettato vicino al carcere dove si era costituito il figlio
La «latitanza» del boss dei Casalesi di Eraclea Luciano Donadio è durata nemmeno quattro giorni. Probabilmente il tempo di andare nella sua natìa Casal di Principe a salutare i parenti e gli affetti più stretti, prima di abbandonare la condizione di uomo libero. Nel primo pomeriggio di sabato il 60enne condannato martedì scorso a una pena definitiva di trent’anni per associazione mafiosa e vari altri reati, si stava costituendo nel penitenziario di Vicenza quando è stato intercettato dagli agenti della Squadra mobile di Venezia, che da 96 ore gli erano alle calcagna, e portato nella questura locale per la notifica dell’ordine di carcerazione, prima di riportarlo dietro le sbarre attorno alle 19. Insieme ad Adriano Una scelta non casuale, quella di Donadio: in quell’istituto, infatti, si era già presentato, poche ore dopo la sentenza della Corte di Cassazione, anche il figlio 37enne Adriano, condannato a 7 anni e mezzo, da cui si devono togliere – come per il padre – i quattro già passati da detenuto dopo il blitz del 19 febbraio 2019.
E lo stesso Luciano aveva trascorso lì qualche mese quando era iniziato il processo, fino appunto alla scarcerazione avvenuta su ordine del tribunale di Venezia il 7 febbraio di tre anni fa. «Per me è la dimostrazione che non è quel boss mafioso che si è voluto dipingere», si limita a commentare l’avvocato Renato Alberini, il suo storico difensore, tranne nell’ultimo capitolo in Cassazione. La sua scelta di costituirsi ha dimostrato comunque che non aveva la forza sia economica che forse anche «psicologica» per resistere a una latitanza di lunga durata. Chi lo conosce dice che ha avuto un momento di «smarrimento» a fronte della prospettiva di passare in cella una ventina d’anni abbondanti, considerati appunto il presofferto e la possibilità di godere delle liberazioni anticipate, con lo sconto di 45 giorni ogni sei mesi nel caso di «buona condotta».
Quel martedì, al mattino, c’era stato il funerale di uno dei fratelli della moglie. Un lutto pesante a cui era seguita una commemorazione in via Sarpi a Eraclea, nella casa dei Donadio. All’improvviso, pur essendo monitorato da giorni dalla polizia, il boss era riuscito a sparire, forse fuggendo con qualcuno dei parenti. Nel frattempo comunque è scattato un enorme spiegamento di forze da parte della polizia, coordinata dalla procura generale di Venezia cui spettava l’esecuzione della pena, per arrivare a rintracciare il fuggitivo. Sono partite intercettazioni a tappeto, che hanno riguardato ovviamente in primo luogo gli altri famigliari, in primis la moglie e i figli «liberi». E da lì gli agenti della Squadra mobile lagunare, diretta dal comandante Eugenio Masino, con il supporto del Servizio centrale operativo e della mobile di Caserta, sono riusciti a seguirne la rotta verso il Sud e cogliere l’intenzione di costituirsi in carcere a Vicenza, per i motivi di cui sopra. A quel punto è scattato il blitz che ha portato a localizzarlo attorno alle 15 praticamente nel carcere di Vicenza. Donadio si era appena consegnato agli agenti della polizia penitenziaria, che però non l’avevano ancora identificato in quanto non aveva i documenti. Per questo è stato subito preso in consegna dai poliziotti della Mobile.
Vicenza peraltro è un carcere che risponde ai criteri dell’«alta sorveglianza», anche se l’amministrazione penitenziaria potrebbe spostarlo in una sede destinata al cosiddetto «41 bis» per i mafiosi. Le accuse e il paese Secondo la sentenza definitiva, per quasi vent’anni Luciano Donadio, che da Casal di Principe si era trasferito a Eraclea a fine anni Novanta, non solo era a capo di un pool di imprese nel settore dell’edilizia, ma anche di una costola del clan della camorra, che si è imposta a Eraclea e sul litorale grazie anche ai rapporti con la politica e qualche imprenditore locale. E con le minacce e le estorsioni, aveva a tal punto rafforzato il suo potere da diventare una sorta di «arbitro» per risolvere in sede «extra-giudiziale» varie questioni, dai crediti alle liti. Uno «Stato parallelo», come l’aveva definito Christian Sgnaolin, prima suo braccio destro e poi grande pentito. «Per fortuna, ora spero che Eraclea possa finalmente tornare a vivere in pace e tranquillità – sottolinea la sindaca Nadia Zanchin – Sono sette anni che si parla del nostro paese come mafioso, non ne vogliamo più sapere». La sindaca aveva criticato la durata dell’indagine, ripartita nel 2009 grazie al pm Roberto Terzo, che l’ha poi portata a termine con la collega Federica Baccaglini. C’è da dire che la procura aveva chiesto le misure cautelari nel marzo 2016 e ci sono voluti tre anni per l’ordinanza di custodia cautelare, in un momento in cui l’ufficio Gip di Venezia era in forte scopertura. «Io ho sempre avuto la massima fiducia nella magistratura, ma mi ha colpito vedere che il fascicolo era del 2009 – riprende – c’è stato il rischio che il gruppo crescesse, se non ci fosse stata la crisi dell’edilizia». Parole a cui il pm Terzo ha replicato ricordando che è stata «un’inchiesta difficile anche per l’omertà del paese».
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