200 euro al mese, ovvero 2.400 euro l’anno e 72.000 euro in 30 anni, rappresenta una cifra che in molti possono mettere da parte senza stravolgere il bilancio familiare. Su un orizzonte così lungo, però, la scelta di dove collocarla cambia il risultato finale di decine di migliaia di euro.
Abbiamo costruito cinque ipotesi di investimento e le abbiamo proiettate a 30 e a 40 anni. I calcoli tengono conto di tasse, imposta di bollo, costi di gestione e inflazione. Un’avvertenza vale per tutta l’analisi seguente: questi numeri sono proiezioni, non previsioni, nessuno conosce il rendimento dei mercati nei prossimi 30 anni. I tassi usati qui sono ipotesi costanti, mentre i mercati reali procedono a strappi, con anni di guadagni alternati ad anni di perdite anche pesanti.
In ogni scenario il versamento è di 200 euro al mese, sempre uguale per tutta la durata e investito subito, il rendimento è espresso in termini lordi annui e da questo si sottraggono il costo annuo dello strumento (il TER per gli ETF), l’imposta di bollo dello 0,2% sul controvalore, calcolata ogni anno, e infine la tassazione.
Per gli ETF ad accumulazione le imposte si pagano solo alla vendita. L’aliquota è del 26% sulla plusvalenza, che scende al 12,5% per la quota riferibile ai titoli di Stato, mentre per il conto deposito gli interessi sono tassati ogni anno al 26%.
Per misurare il potere d’acquisto abbiamo ipotizzato un’inflazione media del 2% annuo che, su 30 anni, significa che 100 euro di allora avranno il potere d’acquisto di circa 55 euro di oggi. Per confrontare grandezze omogenee, anche i versamenti vanno espressi in euro di oggi, quindi i 72.000 euro versati in 30 anni valgono, a prezzi attuali, 54.332 euro, e i 96.000 versati in 40 anni ne valgono 66.362. Le tabelle che seguono riportano sia il valore nominale sia quello in euro di oggi.
1) Conto deposito
Ipotizziamo un rendimento lordo medio del 2,5% annuo, con interessi tassati al 26% e reinvestiti ogni anno. Sul conto deposito, libero o vincolato, si paga anche l’imposta di bollo dello 0,2%, calcolata sulla giacenza indicata nel rendiconto. È un’imposta diversa dal bollo fisso di 34,20 euro che riguarda i conti correnti. Alcune banche la pagano al posto del cliente.
Dopo 30 anni, a fronte di 72.000 euro versati, il capitale arriva a 92.882 euro, per un guadagno nominale di poco meno di 21.000 euro. In termini reali, però, quella somma vale 51.278 euro di oggi, meno dei 54.332 euro che i versamenti valgono a prezzi attuali. Il quadro non cambia nemmeno con una banca che si fa carico del bollo poiché il capitale finale salirebbe a 96.058 euro, pari a 53.031 euro di oggi, ancora sotto il valore reale dei versamenti. Con un rendimento netto di questo livello il risparmio non tiene il passo con l’inflazione ipotizzata. Il conto deposito resta adatto alla liquidità di emergenza e agli obiettivi a breve termine, non all’accumulo di lungo periodo.
2) ETF obbligazionari
Il secondo scenario prevede un ETF su titoli di Stato dell’area euro, con un rendimento lordo ipotizzato del 3% annuo, un TER dello 0,15% e la tassazione agevolata al 12,5%.
Il risultato a 30 anni è di 104.604 euro netti, pari a 57.749 euro in potere d’acquisto attuale. Il miglioramento sul conto deposito è concreto ma contenuto. In termini reali il capitale supera di poco i versamenti (57.749 euro contro 54.332), ma va considerato anche il rischio di tasso, perché un ETF obbligazionario può perdere valore, anche in modo sensibile, quando i tassi salgono, come è accaduto nel 2022.
3) Portafoglio bilanciato
Ipotizziamo ora un portafoglio con il 60% in azioni globali e il 40% in obbligazioni governative, a cui attribuiamo un rendimento lordo del 5% annuo e un costo dello 0,2%. Per le imposte abbiamo usato un’aliquota media ponderata tra il 26% della parte azionaria e il 12,5% di quella obbligazionaria.
Dopo 30 anni il capitale netto è di 135.689 euro, ovvero 74.910 euro in termini reali. A questo punto il guadagno reale diventa consistente poiché, anche dopo tasse e inflazione, il capitale supera di circa il 38% il valore attuale dei versamenti. Come è facile comprendere, la componente obbligazionaria serve ad attenuare le cadute del mercato azionario, non a massimizzare il rendimento.
4) ETF azionario globale
Lo scenario con il potenziale più alto e la volatilità più forte è quello legato a un ETF che replica l’azionario mondiale, ad accumulazione, con un TER dello 0,2%. Poiché il rendimento futuro è l’incognita principale, abbiamo calcolato quattro varianti, dal 4% all’8% lordo annuo.
| Rendimento lordo annuo | Versato | Valore lordo | Imposte alla vendita | Netto finale | In euro di oggi |
|---|---|---|---|---|---|
| 4% | 72.000 | 128.113 | 14.589 | 113.524 | 62.673 |
| 6% | 72.000 | 181.676 | 28.516 | 153.160 | 84.555 |
| 7% | 72.000 | 217.755 | 37.896 | 179.859 | 99.295 |
| 8% | 72.000 | 261.997 | 49.399 | 212.598 | 117.369 |
Proiezioni su 30 anni, versamento di 200 euro al mese, TER 0,2%, bollo 0,2%, imposta del 26% alla vendita, inflazione al 2%. Valori in euro.’
La distanza tra la variante peggiore e quella migliore, oltre i 99.000 euro, rappresenta la misura di quanto il risultato dipenda da un rendimento che nessuno controlla. Anche nell’ipotesi al 4%, però, il capitale netto supera quello del conto deposito di oltre 20.000 euro. Nell’ipotesi al 7% il potere d’acquisto finale, 99.295 euro di oggi, supera di oltre l’80% il valore reale dei versamenti.
Ma attenzione alla volatilità. Un portafoglio interamente azionario può perdere un terzo del suo valore, o anche di più, in pochi mesi.
E se l’orizzonte temporale fosse di 40 anni?
10 anni in più cambiano molto le proporzioni. I versamenti salgono a 96.000 euro, pari a 66.362 euro di oggi, e la crescita composta lavora per un periodo più lungo.
| Ipotesi | Netto a 30 anni | Netto a 40 anni | 40 anni in euro di oggi |
|---|---|---|---|
| Conto deposito (2,5%) | 92.882 | 135.422 | 61.331 |
| ETF governativo (3%) | 104.604 | 160.115 | 72.514 |
| Bilanciato 60/40 (5%) | 135.689 | 233.167 | 105.599 |
| Azionario globale (6%) | 153.160 | 280.164 | 126.884 |
| Azionario globale (7%) | 179.859 | 354.794 | 160.683 |
| Azionario globale (8%) | 212.598 | 453.923 | 205.577 |
’Proiezioni con le stesse ipotesi delle sezioni precedenti. Valori in euro.’
Nello scenario azionario al 7%, gli ultimi 10 anni aggiungono 24.000 euro di versamenti ma quasi 175.000 euro di capitale netto come effetto dell’interesse composto. Nella parte finale dell’orizzonte temporale è il rendimento accumulato a far crescere il capitale.
5) Fondo pensione
Per chi investe pensando alla vecchiaia, il fondo pensione ha regole fiscali proprie che cambiano il calcolo. Con la legge di Bilancio 2026 il tetto annuo di deducibilità è salito da 5.164,57 a 5.300 euro (i 2.400 euro l’anno del nostro esempio rientrano interamente nel limite).
I rendimenti sono tassati ogni anno al 20%, con l’aliquota del 12,5% sulla parte riferibile ai titoli di Stato italiani ed equiparati. Il fondo pensione non paga l’imposta di bollo e, al momento della prestazione, sulla parte non tassata in fase di versamento (contributi dedotti e TFR) si applica un’aliquota del 15%, che scende di 0,3 punti per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9%. Fa eccezione la nuova erogazione frazionata del montante, introdotta dalla stessa legge di Bilancio, tassata dal 20% al 15%.
Abbiamo simulato un comparto azionario con un rendimento lordo del 7% e due livelli di costo, 0,5% annuo, tipico di molti fondi negoziali, e 1,87%, che è l’indicatore sintetico dei costi (ISC) medio dei piani individuali pensionistici rilevato dalla COVIP.
| Scenario | Netto a 30 anni | In euro di oggi | Netto a 40 anni | In euro di oggi |
|---|---|---|---|---|
| Costi 0,5% | 162.083 | 89.481 | 304.320 | 137.824 |
| Costi 1,87% | 132.428 | 73.110 | 230.250 | 104.278 |
Proiezioni con rendimento lordo del 7%, tassazione dei rendimenti al 20%, tassazione finale del 10,5% a 30 anni e del 9% a 40 anni. Valori in euro.
A parità di rendimento lordo, il fondo pensione a basso costo chiude a 30 anni sotto l’ETF azionario, 162.083 euro contro 179.859. Il confronto però è incompleto, perché manca il risparmio d’imposta. Chi dichiara un reddito nello scaglione IRPEF del 23% recupera 552 euro l’anno, chi rientra in quello del 33%, che dal 2026 copre i redditi tra 28.000 e 50.000 euro, ne recupera 792.
Il rimborso arriva con la dichiarazione dei redditi dell’anno successivo. Se ogni volta venisse investito in un ETF azionario al 7%, dopo 30 anni varrebbe 38.437 euro nel primo caso e 55.149 euro nel secondo. Sommando le due voci, il fondo a basso costo arriva a 200.520 euro nel primo scaglione e a 217.232 euro nel secondo, e il vantaggio complessivo passa dalla sua parte. Il calcolo presuppone che l’imposta dovuta sia sufficiente ad assorbire la deduzione e, come già chiarito, chi ha redditi molto bassi, o non paga IRPEF, ne beneficia in misura minore o non ne beneficia affatto.
Con i costi medi dei PIP il quadro cambia. Il capitale netto a 30 anni scende a 132.428 euro e, aggiungendo il risparmio d’imposta reinvestito, arriva a 170.865 euro nello scaglione del 23%, meno dell’ETF. Nello scaglione del 33% sale a 187.577 euro e resta di poco in vantaggio. In altre parole, costi elevati possono assorbire quasi per intero il beneficio fiscale.
Il fondo pensione ha poi il vincolo delle somme che restano bloccate fino alla pensione, salvo i casi di anticipazione e riscatto previsti dalla legge. Inoltre, solo una parte del montante può essere ritirata in un’unica soluzione. La legge di Bilancio 2026 aveva portato questa quota dal 50% al 60%, ma la legge n. 112 del 2026 l’ha riportata al 50%. Resta la clausola di salvaguardia: se il 70% del montante finale genera una rendita annua inferiore alla metà dell’assegno sociale, la posizione può essere liquidata interamente in capitale. L’ETF, al contrario, può essere venduto in qualsiasi momento.
Quanto pesano i costi
Una differenza di commissioni che sembra trascurabile su 1 anno diventa determinante su 30. Abbiamo ripreso l’ipotesi azionaria al 7% lordo e l’abbiamo calcolata con due costi annui diversi, ovvero lo 0,2% di un ETF e il 2%, applicato da molti fondi comuni a gestione attiva.
Con il costo dello 0,2% il capitale netto finale è di 179.859 euro. Con il 2% scende a 135.373 euro. La differenza, 44.486 euro, è più della metà di quanto versato in 30 anni. Per un portafoglio bilanciato con rendimento lordo del 5% e costo dell’1,8%, il capitale netto si ferma a 106.776 euro: quasi 29.000 euro in meno rispetto alla versione a basso costo dello stesso portafoglio. Il motivo sta nel fatto che il costo si applica ogni anno su un capitale sempre più grande. La commissione non riduce solo il rendimento, riduce anche la base su cui maturano i rendimenti futuri.
E quando arriva un crollo?
Le proiezioni a rendimento costante non tengono conto delle perdite. Così, abbiamo inserito nello scenario azionario al 7% un ribasso del 35% in un singolo anno, collocato in due momenti diversi.
Se il crollo avviene nel terzo anno, quando il capitale accumulato è ancora modesto, il risultato finale netto è di 168.336 euro, poco più di 11.000 euro in meno rispetto allo scenario senza ribassi, perché la perdita colpisce una somma piccola e lascia ventisette anni di versamenti e di crescita. Se lo stesso crollo colpisce nel ventinovesimo anno, a un passo dall’obiettivo, il capitale netto scende a 124.103 euro, quasi 56.000 euro in meno.
Nella simulazione il ribasso non viene mai recuperato. Dopo il crollo il nostro portafoglio ipotetico torna a crescere al 7%, ma dal livello più basso. Nella realtà i mercati possono recuperare, ma in tempi che nessuno è in grado di prevedere, e chi è vicino all’obiettivo potrebbe non avere il tempo di aspettare.
Questa è la ragione per cui molti piani di lungo periodo riducono gradualmente la componente azionaria negli ultimi anni dell’orizzonte temporale di investimento; i percorsi «life cycle» proposti da molti fondi pensione seguono esattamente questa logica.
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