Il riciclo abbigliamento professionale è un tema che diverse aziende stanno iniziando a trattare. Certificazioni, ESG e normative portano le imprese a mettere la loro attenzione anche in questo aspetto. Perché un capo da lavoro non è una t-shirt qualsiasi, ha bande retroriflettenti, trattamenti tecnici, loghi aziendali, talvolta la marcatura CE da DPI. Proprio queste caratteristiche, che lo rendono utile in magazzino o in cantiere, lo rendono anche difficile da riciclare.
Su TCE Magazine abbiamo già visto come scegliere il workwear per logistica, magazzino e movimentazione merci e come riconoscere il workwear davvero sostenibile oltre al greenwashing. Qui facciamo un passo in più: cosa succede quando la divisa non si può più usare, e cosa sta facendo l’associazione europea dei servizi tessili per chiudere il cerchio.
Le nuove regole UE: raccolta separata ed EPR
Dal 1° gennaio 2025 gli Stati membri devono organizzare la raccolta separata dei tessili. La revisione della Direttiva quadro sui rifiuti è entrata in vigore il 17 ottobre 2025 e introduce la responsabilità estesa del produttore (EPR) per il tessile.
In pratica la direzione è: chi immette prodotti tessili sul mercato pagherà i costi di raccolta, selezione e riciclo, con contributi modulati in base alla sostenibilità del prodotto. Accanto all’EPR c’è il Regolamento Ecodesign (ESPR), con il Passaporto digitale del prodotto. Per le aziende soggette alla CSRD, poi, il workwear rientra nella catena del valore da rendicontare.
Come applicare l’EPR a workwear e DPI? Il perimetro esatto dei prodotti coinvolti dipenderà dall’allegato della direttiva e dal recepimento italiano.
ETSA e il noleggio come economia circolare
L’European Textile Services Association (ETSA) ha sede a Bruxelles e rappresenta le lavanderie industriali, insieme ai fornitori di macchinari, tessuti e detergenti e alle associazioni nazionali.
Il sistema più virtuoso, in ottica di economia circolare, è quello che guarda al noleggio e ai prodotti riutilizzabili, dove le aziende non comprano le divise la ricevono, le usano e le restituiscono per il lavaggio industriale, la riparazione e il controllo, per poi riceverle nuovamente. Secondo ETSA questo modello allunga la vita dei capi, riduce gli acquisti di tessuti nuovi e garantisce che i capi siano riciclati quando non sono più utilizzabili.
Le iniziative ETSA sul riciclo del workwear
Il progetto pilota tra concorrenti
A marzo 2026 un gruppo di soci ETSA ha avviato un progetto pilota comune sul riciclo tessile. Partecipano sei grandi operatori europei: Alsco, Bardusch, CWS Workwear, Lindström, Mewa e Salesianer. Aziende che sul mercato si fanno concorrenza hanno scelto di collaborare sul fine vita.
La prima fase trasforma i tessili dismessi in fibre riciclate, in collaborazione con l’azienda polacca di riciclo PPHU TUR. Le fibre diventano materiali isolanti per automotive ed edilizia, panni industriali e altri prodotti tessili, sostituendo materie prime vergini. L’obiettivo di lungo periodo è il circuito chiuso: fibre riciclate usate per produrre nuovi tessuti.
Il motivo della collaborazione è pratico. In Europa la capacità di riciclo tessile su larga scala è ancora scarsa, e mettere insieme volumi ed esperienze aiuta a creare un mercato sostenibile.
Prima la durata, poi il riciclo
In un contributo pubblicato su Politico nel 2026, ETSA ha ribadito che il prodotto più sostenibile è quello che resta in uso più a lungo. L’associazione chiede appalti pubblici verdi obbligatori, sostegno ai modelli di noleggio e product-as-a-service e l’uso del costo del ciclo di vita come criterio standard nelle gare.
Le richieste a Bruxelles su EPR, DPI e fibre riciclate
Sull’EPR, ETSA ha chiesto un percorso graduale per workwear e DPI. I DPI contengono materiali e sostanze particolari, e il loro riciclo va studiato prima di imporre obblighi. L’associazione segue anche il Passaporto digitale del prodotto attraverso il progetto europeo CIRPASS 2, dove un pilota è dedicato proprio a workwear e DPI.
Nei commenti allo studio del JRC sui tessili, ETSA ha segnalato un rischio: gran parte delle fibre riciclate proviene da bottiglie in PET e non dal riciclo tessile-tessile. Secondo l’associazione, questo non aiuta a chiudere il ciclo del tessile.
Le buone pratiche dei soci
Anche i produttori di workwear che dialogano con ETSA sperimentano soluzioni proprie. Alsico, per esempio, ha mostrato ai soci ETSA la sua ARX Initiative per riparare e rigenerare i capi e il programma Garment Collector, che ritira i capi usati dai clienti e li divide in flussi di riciclo dedicati.
Cosa significa per logistica, cleaning e sollevamento
Logistica e magazzino. Giubbotti e pettorine ad alta visibilità si usurano in fretta e perdono le prestazioni richieste dalla norma, come abbiamo visto parlando della scelta dell’abbigliamento ad alta visibilità per la logistica. Sono capi sostituiti spesso, con materiali misti e bande riflettenti: proprio il tipo di rifiuto per cui servono filiere di riciclo dedicate.
DPI e sicurezza. Lo stesso capo può essere abbigliamento ordinario o DPI a seconda del rischio indicato nel DVR, come chiarisce la guida alla differenza tra abbigliamento da lavoro e DPI. Per i DPI la manutenzione è sempre a carico del datore di lavoro, e il fine vita richiede più attenzione: è il motivo per cui ETSA chiede tempi più lunghi sull’EPR.
Cleaning professionale. Le imprese di pulizia gestiscono parchi divise ampi, spesso legati ad appalti con criteri ambientali. Le nuove regole contro il greenwashing rendono necessario documentare ogni dichiarazione green, comprese quelle sul riciclo delle divise.
Divise e brand. Il logo sulla divisa è un elemento di comunicazione aziendale, ma a fine vita diventa un ostacolo al riuso: i capi brandizzati vanno spesso privati del logo prima di una seconda vita.
Cinque mosse per le imprese
In attesa del recepimento italiano dell’EPR, le aziende che gestiscono flotte di carrelli, squadre di pulizia o operatori in quota possono già muoversi.
- Censire il parco divise. Quanti capi, di che materiale, ogni quanto vengono sostituiti. Senza questi dati non si può rendicontare né negoziare con i fornitori.
- Valutare il noleggio. Il modello textile service sposta su un operatore specializzato lavaggio, riparazione e fine vita, e consente di documentare la circolarità.
- Chiedere conto del fine vita. Nei capitolati vale la pena chiedere al fornitore se ha un programma di ritiro, dove finiscono i capi e con quali partner di riciclo.
- Preferire capi progettati per durare e per essere riciclati. Tessuti monomateriale e componenti staccabili, come bande e loghi, facilitano il recupero.
- Comunicare solo ciò che si può dimostrare. Con le nuove regole sul greenwashing, ogni dichiarazione sul riciclo delle divise va supportata da dati verificabili.
Il riciclo dell’abbigliamento professionale è ancora agli inizi. Le fibre ottenute oggi finiscono soprattutto in isolanti e panni industriali, mentre il riciclo tessile-tessile resta un obiettivo. L’iniziativa dei soci ETSA mostra però una strada: unire i volumi, condividere le competenze e far crescere una filiera europea prima che l’EPR diventi obbligatorio.
Per chi lavora tra carrelli, scaffalature e macchine per la pulizia, la divisa diventa anche un tema di gestione dei rifiuti e di rendicontazione ESG.
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