La disattenzione con cui da anni si guarda agli investimenti sociali, dalla protezione sociale all’educazione fino alla ricerca, potrebbe essere il segnale che si sta chiudendo un ciclo storico, quasi secolare, costruito intorno al welfare. Se è così, la domanda che ci riguarda è semplice da formulare e difficile da eludere: a cosa ci serve l’economia sociale?
Le risposte possibili sono sostanzialmente due. La prima vede l’economia sociale come l’hospice dello stato sociale, il luogo in cui il declino del welfare universalistico viene accompagnato con dignità. È un declino che non passa per atti formali: l’universalismo resta scritto nelle leggi e si ritira nei fatti. Lo si vede nelle liste d’attesa e nella spesa sanitaria privata delle famiglie, in un welfare aziendale e fiscale che distribuisce le tutele in base al contratto di lavoro e al reddito, e soprattutto nella cura. Quasi 8 milioni di italiani assistono un familiare, e per quasi un terzo delle famiglie che ricorrono a una badante questa voce arriva ad assorbire il 70% del reddito. Il welfare italiano si regge ancora in larga parte sulle famiglie, e dentro le famiglie sulle donne.
In questo scenario l’economia sociale può svolgere un ruolo utile e spesso generoso: occuparsi di chi resta fuori, con servizi affidati attraverso gare al ribasso, pagati poco e rendicontati molto. Diventa così una camera di compensazione delle inefficienze di Stato e mercato. È da qui che nasce uno dei paradossi più evidenti del settore, la competizione tra soggetti che dovrebbero perseguire lo stesso interesse generale: se si tratta chi produce beni pubblici come un fornitore, si ottiene un mercato di fornitori. È un ruolo palliativo, e va detto con franchezza. Un’economia sociale confinata alla gestione del residuo avrà un impatto prossimo allo zero sulle generazioni future e sul modello di sviluppo del Paese. Richard Titmuss avvertiva che i servizi per i poveri finiscono per diventare servizi poveri, e lo stesso vale per chi li produce.
La seconda risposta vede l’economia sociale come un cantiere. Qui il perimetro si allarga, perché il cantiere non riguarda soltanto il welfare ma l’economia e il modello di sviluppo nel suo insieme. Casa, mobilità, salute e istruzione sono i beni da cui dipende la possibilità concreta di essere cittadini, e sono anche quelli attorno a cui negli ultimi decenni si sono consolidate alcune delle rendite più solide del nostro sistema. Lo Stato finisce così per pagare due volte: prima lascia che quel valore venga estratto, poi spende risorse pubbliche per ripararne gli effetti. Un’economia sociale che si pensa come cantiere prova a gestire questi beni secondo un modello non estrattivo, con capitale remunerato in misura limitata, utili reinvestiti e patrimonio vincolato allo scopo.
Non è un’utopia. A Vienna il sistema di edilizia sociale, fatto di case comunali e di alloggi a profitto limitato, non è riservato a chi non ce la fa: è accessibile al ceto medio, e proprio per questo contribuisce a calmierare gli affitti dell’intera città. In Italia l’housing sociale esiste, ma ragiona ancora per singoli progetti più che come gestione stabile di un patrimonio.

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DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
Il caso delle infrastrutture è ancora più eloquente. Il 14 agosto 2018 il crollo del ponte Morandi, a Genova, ha ucciso 43 persone. A luglio il tribunale di Genova ha pronunciato la sentenza di primo grado, con 32 condanne e 12 anni all’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia. Le responsabilità personali saranno accertate dalla giustizia, fino all’ultimo grado di giudizio. Ma quella tragedia non si spiega soltanto con le colpe dei singoli. È anche il prodotto di un modello: una concessione su un bene pubblico essenziale, remunerata per anni con rendimenti elevati e garantiti, in cui la distribuzione dei dividendi agli azionisti è diventata la misura del successo e la manutenzione un costo da comprimere. Nel processo l’accusa lo ha detto con chiarezza, sostenendo che i segnali di degrado erano noti e che gli interventi furono rinviati per contenere i costi e sostenere i profitti. Quando la rendita viene prima della sicurezza, il conto lo paga l’interesse generale, e a volte lo paga in vite umane. Il riacquisto della società guidato da Cassa depositi e prestiti ha chiuso quella stagione, ma non ha risolto la questione di fondo: chi deve governare i beni da cui dipende la vita di tutti, e con quali regole sulla destinazione del valore che producono.
In gran parte del Galles, per esempio, il servizio idrico è gestito da una società senza azionisti, finanziata con obbligazioni, che reinveste gli avanzi a beneficio degli utenti. Non ci sono dividendi da distribuire, e dunque nessun incentivo a sacrificare gli investimenti alla remunerazione del capitale. Non è una bacchetta magica: proprio quest’anno il regolatore britannico l’ha sanzionata per non aver mantenuto adeguatamente la rete fognaria, a conferma che senza una governance solida e controlli pubblici efficaci nessun modello basta da solo. Ma almeno il valore prodotto resta dentro il servizio, e non esce sotto forma di dividendi. Del resto la nostra Costituzione, all’articolo 43, prevede già la possibilità di affidare servizi pubblici essenziali a comunità di lavoratori o di utenti. E c’è la prevenzione sanitaria, che rende nel lungo periodo e per questo non trova posto né nei bilanci pubblici, costruiti sull’orizzonte dell’anno, né negli investimenti privati, che guardano al trimestre. Il capitale paziente per finanziarla in Italia esiste, e lo custodiscono fondazioni, casse previdenziali e fondi pensione.


Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI
Questi esempi hanno un tratto comune: funzionano perché sono pensati per tutti e non soltanto per chi è in difficoltà. È ciò che distingue il cantiere da una privatizzazione mascherata, perché l’universalismo non dipende dalla natura giuridica di chi gestisce un bene, ma da chi vi può accedere e da dove finisce il valore che quel bene produce.
Giocarsi questa partita fino in fondo ha senso, a patto di riconoscere che non riguarda soltanto i soggetti dell’economia sociale. Alcuni strumenti ci sono già, a partire dall’amministrazione condivisa prevista dall’articolo 55 del Codice del Terzo settore e riconosciuta dalla Corte costituzionale nel 2020. Finora però è stata usata soprattutto per organizzare servizi e non per governare beni. Altri strumenti vanno costruiti: una finanza capace di collegare il risparmio di lungo periodo agli investimenti sociali, e conti pubblici che imparino a registrare i costi evitati. Ma serve soprattutto un dibattito pubblico vero, capace di promuovere una sorta di pedagogia sociale dell’economia. Finché l’idea che si possa fare impresa senza estrarre valore resterà un argomento per addetti ai lavori, il cantiere non si aprirà. Resterà l’hospice, magari ben gestito.
Il direttore di VITA Stefano Arduini, autore di questo articolo, venerdì 9 ottobre alle ore 15 modererà l’incontro “Il terzo tempo: le istituzioni come entità politiche e trasformative” in occasione delle Giornate di Bertinoro. Con lui interverranno Walter Massa (presidente Arci), don Marco Pagniello (direttore Caritas Italiana), Laura Biancalani (direttore generale Andrea Bocelli Foundation), Bertram Niessen (presidente e direttore scientifico cheFare) e Sergio Gatti (direttore generale Federcasse)
Foto di apertura di Ricardo Gomez Angel su Unsplash
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