Assalto al blindato con 7,4 milioni in lingotti d’oro, la Cassazione: “Cerignolani e foggiani pronti a colpire”


La banda era pronta a entrare in azione per assaltare un blindato della Battistolli che trasportava lingotti d’oro per 7 milioni e 400mila euro. Il piano aveva ormai superato la semplice fase preparatoria e a impedirne l’esecuzione fu l’intervento dei reparti speciali della Polizia, che fecero irruzione nel covo del gruppo poche ore prima del previsto passaggio del portavalori.

Lo sostiene la seconda sezione della Corte di Cassazione che, con una sentenza di 19 pagine, ha confermato la detenzione di cinque indagati e respinto i ricorsi contro l’ordinanza del Tribunale della libertà di Bologna. Restano così in piedi due punti centrali dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Bologna: la configurabilità della tentata rapina e l’aggravante della cosiddetta “scorreria in armi”, introdotta nel codice penale nel febbraio 2026 per colpire con pene più severe le rapine a banche e portavalori commesse con modalità paramilitari.

L’inchiesta coinvolge complessivamente 17 indagati, dodici dei quali della provincia di Foggia. Rispondono a vario titolo di tentata rapina pluriaggravata, armi, ricettazione e furto dei veicoli che, secondo l’accusa, sarebbero stati utilizzati per mettere a segno il colpo.

A rivolgersi alla Suprema Corte erano stati Luigi Baratto, Andrea Baratto, Francesco Pio Losurdo, Matteo Cannone e Jurgen Xhixha. Le difese sostenevano, tra l’altro, che non potesse configurarsi il tentativo di rapina perché il piano non sarebbe entrato nella fase esecutiva prima dell’intervento della Polizia. Contestata anche l’applicabilità della nuova aggravante.

La Cassazione ha però condiviso le conclusioni del Tribunale della libertà di Bologna, rigettando i ricorsi.

Il blitz nel covo di Vignola

L’operazione scattò nel pomeriggio del 18 marzo 2026. Intorno alle 17 i reparti speciali della Polizia fecero irruzione in un podere a Vignola, nel Modenese, che secondo gli investigatori era stato trasformato nel quartier generale della banda.

Quattordici sospettati furono arrestati in flagranza. Altri tre vennero fermati successivamente, tra aprile e giugno, in esecuzione di ordinanze cautelari emesse dal gip di Bologna.

L’obiettivo del commando, secondo la ricostruzione investigativa, era un blindato della Battistolli che la sera del 18 marzo avrebbe dovuto lasciare Bologna con un carico di lingotti d’oro diretto a Paderno Dugnano, nel Milanese.

Il progetto prevedeva di intercettare il mezzo lungo l’autostrada, aprire il fuoco per costringere le guardie giurate a fermarsi e impossessarsi del carico. La Polizia seguiva però da giorni gli spostamenti di alcuni degli indagati e intervenne prima che il piano potesse essere portato a compimento.

I 17 indagati: otto cerignolani, tre foggiani e un sanseverese

Il gruppo finito nell’inchiesta è composto in larga parte da persone provenienti dalla provincia di Foggia. Degli otto cerignolani, sei furono arrestati nel blitz del 18 marzo: Rocco Prudente, 53 anni; Paolo Schiavulli, 29; Giuseppe Bruno, 27; Matteo Cannone, 29; Antonio Sciusco, 23; e Antonio Casamassima, 30.

Il 9 aprile furono poi arrestati, su ordinanza del gip di Bologna, gli altri due cerignolani Francesco Pio Losurdo, 36 anni, e Leonardo Matera, 36.

I tre foggiani coinvolti sono Luigi Perdonò, 64 anni, Antonio Perdonò, 54, e Andrea Baratto, 46, tutti arrestati in flagranza il 18 marzo. Nell’indagine figura anche il sanseverese Carmine Delli Calici.

Completano l’elenco gli albanesi Emiliano Smakaj, 34 anni, residente a Cerignola, Jurgen Xhixha, 33, Alvan Zabel, 33, ed Edmond Xhaisha, 41 anni, quest’ultimo residente a Cerignola e arrestato il 3 giugno.

Tra gli indagati anche il salernitano Carmine Di Benedetto, 60 anni, residente a Vignola e proprietario del fondo che, secondo gli investigatori, sarebbe stato affittato al gruppo e utilizzato come base logistica.

Kalashnikov, esplosivo e chiodi per bloccare la Polizia

Nel blitz del 18 marzo la Polizia sequestrò un vero e proprio arsenale e il materiale che, nell’ipotesi accusatoria, avrebbe dovuto essere utilizzato durante l’assalto.

Nel covo furono trovati sette Kalashnikov, nove caricatori, due ordigni con miccia, che sarebbero serviti per far saltare il portellone del blindato, e sei taniche di benzina destinate, secondo gli investigatori, a incendiare i veicoli.

Sequestrati anche quattro secchi di chiodi a tre punte da disseminare sull’asfalto per ostacolare l’intervento delle forze dell’ordine, un jammer per inibire le frequenze, otto tra auto e furgoni rubati, sei ricetrasmittenti, una sega circolare, tre giubbotti antiproiettile e undici telefoni. Nel materiale recuperato figuravano inoltre torce, passamontagna, sottocaschi, scaldacollo, berretti, giacconi e guanti.

La Cassazione: “Imminente l’entrata in azione”

Il nodo principale sollevato dalle difese riguardava la configurabilità del tentativo. L’irruzione della Polizia avvenne intorno alle 17, mentre il passaggio del portavalori era previsto per le 20. Secondo i ricorrenti, dunque, il progetto sarebbe rimasto nella fase preparatoria.

Una tesi già respinta il 10 giugno dal Tribunale della libertà di Bologna e ora bocciata anche dalla Cassazione.

Per i giudici, la riunione tenuta nel covo era finalizzata a mettere a punto “gli ultimi dettagli” dell’operazione ed era quindi dimostrativa dell’imminenza dell’entrata in azione. La Suprema Corte sottolinea inoltre come tutti e cinque i ricorrenti avessero, secondo il quadro indiziario, un ruolo nel progetto criminoso.

In particolare, Losurdo viene indicato come organizzatore sulla base delle intercettazioni, mentre agli altri vengono attribuiti compiti operativi legati all’esecuzione dell’assalto.

Il commando, secondo quanto ricostruito negli atti, avrebbe dovuto dividersi in tre gruppi: il primo incaricato di condurre l’attacco, un secondo da posizionare vicino a un ponte e un terzo nei pressi di un cancello adiacente all’autostrada per agevolare la fuga del gruppo armato.

Anche il fatto che gli indagati si fossero mossi con largo anticipo rispetto al previsto passaggio del blindato non esclude, per i giudici, l’avvio della fase esecutiva. Secondo la ricostruzione accolta dalla Cassazione, il gruppo avrebbe infatti modificato i propri movimenti dopo essere stato allertato della presenza delle forze dell’ordine.

Regge la “scorreria in armi”, cade il metodo mafioso

La Cassazione ha confermato anche la sussistenza, allo stato degli atti, della nuova aggravante della “scorreria in armi”, introdotta nel febbraio scorso per le rapine a banche e portavalori realizzate da gruppi organizzati attraverso tecniche e dotazioni di tipo paramilitare.

La nuova fattispecie prevede pene particolarmente severe, comprese tra 10 e 15 anni di reclusione.

Era invece già caduta davanti al Tribunale della libertà l’aggravante del metodo mafioso, ritenuta non sufficientemente sostenuta dagli elementi raccolti.

L’indagine non è ancora conclusa. Sono tuttora in corso accertamenti della Polizia scientifica su impronte e profili genetici. Una volta completati gli esami, la Dda di Bologna potrà procedere alla chiusura delle indagini preliminari e, successivamente, alle eventuali richieste di rinvio a giudizio.

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