Acerra, tre carte d’identità senza microchip in pochi giorni


Basta un’occhiata distratta per scambiarla per una carta qualunque. La foto c’è, il nome pure, la data di nascita è al suo posto; bisogna cercare il punto in cui dovrebbe trovarsi il chip per accorgersi che manca qualcosa… ed è proprio lì che, ad Acerra, si sono fermati gli occhi dei carabinieri.

Una premessa doverosa: l’uomo controllato ad Acerra e le persone degli altri episodi raccontati qui sono stati denunciati, cioè sono al centro di accertamenti. Se abbiano commesso un reato lo stabilirà, eventualmente, un giudice.

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Il controllo in strada che ha fatto scattare l’allarme

La terza carta è comparsa nelle ore che hanno preceduto la mattina del 3 ottobre 2026, durante uno dei servizi di controllo del territorio della Stazione di Acerra. I militari hanno chiesto i documenti a un uomo e si sono visti porgere una CIE a cui era stato asportato il microchip.

Il Comando provinciale di Napoli, raccontando l’episodio, lo ha indicato come il terzo in pochi giorni sullo stesso territorio. Molti titoli hanno parlato genericamente di Napoli, eppure le tre carte riguardano Acerra, il comune a nord-est del capoluogo, come conferma anche il Corriere del Mezzogiorno. Dei primi due episodi si sa pochissimo: non sono stati diffusi né i nomi dei possessori né le date in cui le carte sono state trovate.

Un vuoto ritagliato con cura

Il chip se n’è andato in un modo che i carabinieri giudicano incompatibile con un normale deterioramento, quello di una tessera che passa anni stretta in un portafoglio: qualcuno lo ha rimosso con un intervento preciso, lasciando su tutte e tre le carte lo stesso segno.

Il componente, ricordano gli investigatori, fa parte del sistema di sicurezza della tessera, la lastrina di policarbonato su cui foto e dati vengono stampati al laser. Per estrarlo in modo pulito servono mano ferma e attrezzi adatti.

Il quadratino che custodisce le impronte

Dentro quel componente contactless, spiega il Ministero dell’Interno, ci sono i dati personali, la fotografia e le immagini di due impronte digitali, un dito per mano. Ci sono anche le credenziali che aprono le porte dei servizi online di amministrazioni e imprese.

E qui la storia prende una piega curiosa. Il Viminale chiarisce che le impronte restano nella carta e non vengono memorizzate in altre banche dati, per cui chi si accanisce sul chip per paura di finire schedato distrugge proprio l’unico posto in cui le sue impronte sono legate al documento. Gli rimane in mano una tessera da controllare a occhio, che nessun lettore elettronico riesce più a interrogare.

Paura del controllo o pezzo di ricambio

Per anni il chip strappato via è stato soprattutto una bandiera della diffidenza, alimentata sui social da teorie sul tracciamento dei cittadini e da racconti fantasiosi su ciò che la CIE sarebbe capace di fare. I carabinieri tengono in piedi anche questa spiegazione, legata a convinzioni personali sulla privacy.

Accanto, però, prende forma un’ipotesi più inquietante. Un chip nato dentro una carta autentica porta con sé un’identità reale e potrebbe trasformarsi in una specie di pezzo di ricambio, da innestare in documenti contraffatti per renderli più difficili da smascherare. Il comando precisa che le due strade possono riguardare fenomeni diversi.

Finanziamenti e contratti a nome di altri

Se quella pista trovasse conferma, il bersaglio sarebbe l’identità delle persone: un nome credibile da spendere per chiedere un finanziamento o firmare un contratto. È il pericolo che l’Arma mette in cima alla lista.

Gli stessi militari alzano subito un argine. Togliere il chip non basta per commettere una frode e una carta manomessa non è per forza servita a quello scopo; a preoccupare è il livello di controllo che viene a mancare ogni volta che qualcuno si presenta a uno sportello con un documento privato della sua parte elettronica.

Genova, il ricorso che ha tolto spazio alle scuse

A chiudere la porta alla tesi della carta consumata ci aveva già pensato la Cassazione. Con la sentenza n. 31429 del 2026 ha dato ragione alla Procura di Genova, che aveva impugnato la decisione del Tribunale del Riesame di restituire a un cittadino straniero una CIE sequestrata perché senza chip. Il Riesame si era convinto che, con i dati stampati corrispondenti al titolare, il documento non fosse alterato; la difesa parlava di un banale deterioramento.

I giudici hanno sposato la linea della Procura: il microchip serve a identificare il titolare, contiene dati biometrici come l’impronta digitale e la sua rimozione fa perdere alla carta una funzione che ne modifica la portata giuridica, come ha riportato l’ANSA.

Quanto pesa l’accusa di falso

Chi viene trovato con una carta così si sente contestare la falsità materiale commessa da privato. L’articolo 482 del codice penale la punisce con le pene previste per il pubblico ufficiale ridotte di un terzo; per le carte d’identità la giurisprudenza la collega all’articolo 477, dedicato a certificati e autorizzazioni amministrative, che fissa la reclusione da sei mesi a tre anni.

Per la Cassazione il reato si consuma nel momento in cui il documento viene alterato, anche se poi nessuno lo usa mai. Come inquadrare ciascun episodio spetterà ai giudici che lo esamineranno.

Quando la carta si tradisce in caserma

Il comunicato di Acerra parla di casi in tutta Italia, senza indicare un totale. Scorrendo le cronache delle ultime settimane salta all’occhio un dettaglio che ha qualcosa di paradossale: più di una carta senza chip è stata scoperta perché il suo titolare era entrato in caserma di sua volontà.

A Carini, nel Palermitano, un 33enne incensurato voleva soltanto denunciare la perdita della carta di circolazione dell’auto; quando il carabiniere gli ha chiesto un documento per identificarlo, la manomissione è venuta a galla e l’uomo si è ritrovato denunciato. A Macerata è toccato a un operaio di 45 anni residente a Foligno, arrivato per chiedere chiarimenti su una multa: al posto del chip la sua carta aveva un foro quadrato dai bordi netti, come ha raccontato Cronache Maceratesi. In quell’occasione l’Arma ha ricordato che togliere o danneggiare il chip rende la carta immediatamente non valida.


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