Innovaway, la pazienza è finita. Il 30 settembre sciopero davanti a Intesa Sanpaolo


La scadenza è arrivata. E con la fine di settembre arriva anche un nuovo sciopero dei lavoratori Innovaway.

La mobilitazione è stata proclamata per mercoledì 30 settembre, per l’intera giornata, con un presidio dalle 10 davanti al grattacielo di Intesa Sanpaolo a Torino. Al centro della protesta c’è il futuro dei lavoratori impegnati negli appalti della banca e, in particolare, dei 30 addetti della commessa INBIZ, il servizio destinato alla clientela business di Intesa Sanpaolo che termina proprio alla fine del mese.

Quei trenta lavoratori, molti dei quali con una lunga anzianità di servizio, gestiscono da oltre 15 anni attività legate ai clienti business della banca. La commessa è affidata a Engineering e da questa subappaltata a Innovaway. Con la sua cessazione, il servizio viene reinternalizzato dall’azienda titolare dell’appalto e, secondo la Fim, a fine mese si determinano 30 esuberi.

Ma ormai la vertenza è molto più grande dei trenta lavoratori INBIZ.

Nella sede Innovaway di corso Giulio Cesare 268 a Torino lavorano circa 160 persone e già nelle scorse settimane la Regione Piemonte aveva riconosciuto che il calo dei volumi poteva avere conseguenze potenzialmente sull’intero sito. A livello nazionale, poi, l’azienda ha dichiarato 110 esuberi e l’11 settembre ha avviato al Ministero del Lavoro una procedura di Cassa integrazione straordinaria con contratto di solidarietà che può coinvolgere fino a 541 dipendenti.

La Fim Cisl Torino e Canavese, con Vito Bianchino, annuncia che sottoscriverà il proseguimento della cassa integrazione «per responsabilità», con l’obiettivo di tutelare i lavoratori dichiarati in esubero. Ma il sindacato mette in chiaro che gli ammortizzatori sociali non possono trasformarsi nell’unica risposta a una crisi che dura da anni.

Si parla di 36 mesi di ammortizzatori sociali già alle spalle e il lavoro non è l’unico fronte aperto.

La Fim denuncia una «ciclica volontà di ridurre lo smart working» nonostante, secondo il sindacato, il lavoro da remoto abbia garantito «performance lavorative eccellenti». Vengono inoltre segnalati ritardi nei versamenti ai fondi pensione, nelle cessioni del credito dei lavoratori, nei pagamenti al fondo sanitario e nelle competenze contrattuali relative al welfare, oltre a problemi ancora irrisolti legati all’ambiente lavorativo.

Nelle settimane precedenti erano emerse anche segnalazioni relative al mancato accredito degli stipendi e ad altre difficoltà gestionali. Un quadro che si somma al nodo occupazionale e che ha progressivamente irrigidito i rapporti tra lavoratori, azienda e committenti.

Il bersaglio principale del nuovo comunicato, però, è Intesa Sanpaolo.

Bianchino parla apertamente del «silenzio indifferente del principale cliente Intesa Sanpaolo» davanti alla cessazione della commessa INBIZ e alla sorte dei trenta lavoratori che per anni hanno garantito quel servizio.

«Vedere periodicamente le cifre di marginalità dell’istituto esposte in miliardi di euro e vedere lo stato in cui versano i lavoratori addetti ai suoi servizi in appalto dà un profondo senso di sconforto e di enorme ingiustizia sociale», scrive il sindacato.

Poi la richiesta: «Chiediamo rispetto e un trattamento dignitoso per questi lavoratori. Chiediamo a Intesa Sanpaolo un intervento vero per cambiare questa situazione assumendosi le sue responsabilità per la situazione in cui versano questi lavoratori».

Lo sciopero serve anche a richiamare l’attenzione delle istituzioni, ma la Fim non chiede soltanto una nuova commessa. Chiede che nel futuro piano d’impresa di Intesa Sanpaolo venga presa in considerazione l’assunzione dei lavoratori oggi impiegati negli appalti una volta concluse le commesse in essere.

È un tema che nelle stesse settimane è emerso anche nella vertenza dei lavoratori Nbt di Leinì, impegnati da circa dieci anni nella gestione di servizi collegati alla filiale online di Intesa Sanpaolo. In quel caso Fim Cisl e Fiom Cgil hanno denunciato l’assenza di garanzie scritte sulla continuità della commessa, nonostante rassicurazioni verbali su una possibile proroga di 12 mesi, chiedendo che i lavoratori vengano valorizzati in vista delle future assunzioni previste nei servizi digitali della banca.

Il punto posto dai sindacati è sempre lo stesso: non lasciare che chi lavora per anni negli appalti venga considerato intercambiabile a ogni cambio di commessa. Fim e Fiom hanno chiesto un «cambio di paradigma» alle grandi aziende e alle istituzioni, parlando della necessità di creare «progetti di rigenerazione dei posti di lavoro e non appalti precari» e criticando anche l’esternalizzazione di servizi verso l’Est Europa.

Su Innovaway, intanto, la politica si è mossa con tempi molto più lenti di quelli scanditi dalle scadenze aziendali.

Già a luglio il consigliere regionale Alberto Avetta aveva chiesto alla Regione Piemonte l’apertura di un tavolo di crisi e un confronto con i vertici di Innovaway. Il 22 settembre, insieme alla consigliera Laura Pompeo, è tornato sulla questione con una nuova interrogazione all’assessore regionale al Lavoro Maurizio Marrone.

Marrone ha spiegato che la Regione ha avviato interlocuzioni informali con Intesa Sanpaolo e ha annunciato la convocazione di un tavolo per individuare possibili soluzioni e garantire continuità occupazionale.

Una risposta che non ha convinto Pompeo e Avetta.

«Di fronte a una crisi grave che riguarda il personale devono essere assunti atti concreti, servono tempi certi e il pieno coinvolgimento di tutti i soggetti interessati», hanno replicato i due consiglieri regionali, ricordando che la richiesta di aprire un tavolo era stata avanzata già due mesi prima.

Nel frattempo resta aperta un’altra questione che i sindacati pongono da luglio: quale nuovo lavoro sia stato cercato per la sede di Torino.

Le Rsu e la Fim avevano chiesto a Innovaway non soltanto di intervenire nei confronti del principale committente, ma anche di avviare una vera iniziativa commerciale per acquisire nuove commesse e ridurre la dipendenza da attività destinate, prima o poi, a terminare.

Il 30 settembre i lavoratori porteranno tutte queste domande direttamente sotto il grattacielo di Intesa Sanpaolo.

Una crisi che viene da lontano.

Correva il 2019 e alla Olisistem Start di Settimo Torinese si parla già di posti di lavoro, commesse bancarie e famiglie appese a decisioni prese altrove. I numeri fanno paura: 1.900 dipendenti diretti, altri 500 lavoratori tra somministrati e collaboratori, 2.400 persone complessivamente coinvolte tra Torino, Milano, Roma, Napoli, Bari e L’Aquila.

Una vertenza nazionale con i piedi ben piantati a Settimo, dove centinaia di addetti lavorano soprattutto sui servizi commissionati da Intesa Sanpaolo.

La soluzione che si profila non piace affatto ai lavoratori e ai sindacati. Le attività della sede settimese devono essere divise tra più aziende. Solo una parte del personale passerà attraverso l’affitto di un ramo d’azienda, mantenendo continuità del rapporto e tutele. Per quasi duecento dipendenti, invece, la strada prevista è decisamente più rischiosa: dimettersi per poi essere riassunti da altre società. La chiamano “spezzatino”.

E il problema non è soltanto cambiare il nome sulla busta paga. Dividere una grande sede significa dividere lavoratori, contratti e commesse. Soprattutto significa perdere la possibilità di spostare il personale da un’attività all’altra quando una diminuisce e un’altra cresce.

A mettere nero su bianco il rischio sono la sindaca Elena Piastra, l’assessore al Lavoro Daniele Volpatto e altri quindici amministratori locali e regionali.

«La suddivisione di Settimo in più realtà non permetterà più quelle dinamiche interne che permettevano ai lavoratori di essere spostati sulle commesse diverse nei casi di cali o salite», scrivono in una lettera spedita a mezzo mondo.

Il timore è semplice: una volta smontata Olisistem pezzo dopo pezzo, ogni calo di attività rischia di trasformarsi immediatamente in un problema occupazionale.

Detto allora. Sembra scritto oggi.

A Intesa Sanpaolo si chiede di rimettere in discussione quella strategia e di aprire un confronto con le aziende disponibili a rilevare l’intera commessa, garantendo occupazione e un piano industriale di almeno cinque anni.

Alla Regione Piemonte, già guidata da Alberto Cirio, si chiede di convocare un tavolo formale con la banca. Al Governo di intervenire affinché il futuro di migliaia di persone non venga deciso soltanto sulla base delle convenienze industriali dei committenti.

La politica si mobilita. Si susseguono incontri, lettere, appelli e viaggi al Ministero del Lavoro. Come spesso accade, tutti sono d’accordo sul fatto che le famiglie non possano essere lasciate sole.

Poi arriva il momento in cui le dichiarazioni devono trasformarsi in contratti, stipendi e garanzie.

Nel gennaio del 2020 entra in scena Innovaway.

La società acquisisce il ramo di Olisistem Start dedicato ai servizi informatici per il settore bancario e assicurativo. L’operazione coinvolge 322 dipendenti, una parte consistente dei quali lavora proprio a Settimo Torinese.

Il direttore generale Antonio Burinato parla di «un investimento importante» e presenta l’acquisizione come l’inizio di una nuova fase. Innovaway, spiega, rafforzerà la propria presenza nel settore bancario e assicurativo, amplierà i servizi legati alla trasformazione digitale e potrà contare su un portafoglio di clienti italiani e internazionali.

«Per lo sviluppo della società assume valore strategico l’apporto di tutti i dipendenti», dichiara.

Una frase rassicurante. Di quelle che, durante una crisi, si ascoltano volentieri perché sembrano finalmente mettere il futuro al posto della paura.

Il passaggio, però, non è una passeggiata.

Prima ancora che il nuovo corso cominci, scoppia la protesta per il possibile taglio di oltre 100 euro al mese a circa 150 lavoratori. I dipendenti decidono di manifestare sotto il grattacielo torinese di Intesa Sanpaolo.

Non davanti a un palazzo scelto a caso.

La banca è uno dei principali committenti e, secondo i lavoratori, non può limitarsi a guardare da lontano ciò che accade lungo la catena degli appalti.

«Chiediamo a Intesa Sanpaolo di impedire questo abuso sui lavoratori», dichiara in quei giorni Vito Bianchino della Fim Cisl Torino e Canavese.

Dopo le proteste arriva l’accordo, firmato proprio nella sede settimese.

Innovaway garantisce il mantenimento dei ticket restaurant e l’accesso alla premialità aziendale anche ai dipendenti che ne erano rimasti esclusi. Ma soprattutto annuncia rilancio sul mercato e salvaguardia dei livelli occupazionali.

La notizia viene accolta con sollievo.

«Un’ottima notizia per i 322 lavoratori di Olisistem Start», commenta, tronfia, sui social la sindaca Elena Piastra, rivendicando il lavoro svolto dall’amministrazione comunale e dall’assessore Daniele Volpatto.

Anche Volpatto parla di un risultato positivo e ringrazia sindacati e rappresentanti politici che seguono la vertenza: la deputata del Partito Democratico Francesca Bonomo, la parlamentare del Movimento 5 Stelle Jessica Costanzo e gli esponenti regionali impegnati nel confronto.

Sembra la fine di una lunga paura.

Olisistem viene smontata, ma una parte importante dei suoi lavoratori trova una nuova casa. Le condizioni economiche vengono difese. L’occupazione viene salvaguardata.

È il 2020 e, almeno per una volta, una vertenza sembra chiudersi senza lasciare tutti i cocci sulle spalle dei dipendenti.

Oggi quelle parole tornano inevitabilmente alla memoria.

Nel 2019 si teme che dividere lavoratori e commesse possa rendere tutti più fragili. Nel 2020 Innovaway parla di rilancio, occupazione e dipendenti «strategici». Sei anni dopo, non serve aggiungere altro…




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