Irpef al 33% fino a 60mila euro: mille euro l’anno a chi supera la soglia, briciole a chi ci sta dentro. E l’asticella resta un mistero.
Il governo lo chiama intervento per il ceto medio, ma i numeri raccontano un’altra storia. L’estensione dell’aliquota Irpef del 33% fino a 60mila euro di reddito, rilanciata dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo a Speciale Telefisco 2026 come priorità della manovra 2027, darà il beneficio massimo non a chi guadagna 52 o 55mila euro, ma a chiunque superi i 60mila: il dirigente da 90mila, il professionista da 150mila, il manager da 190mila. Poi ci sono la flat tax per i giovani con incentivi alle imprese, la cedolare secca sui negozi e il Codice tributario atteso in Consiglio dei ministri entro ottobre. Tutto subordinato, lo ha detto Leo stesso, al “recupero delle risorse necessarie” e al via libera dei partiti della maggioranza. Il nodo che quasi nessuno ha messo a fuoco è uno solo: l’asticella di sterilizzazione, citata di sfuggita e mai definita, da cui dipende se questo taglio sarà davvero per il ceto medio oppure no.
Che cosa ha annunciato il viceministro Leo per la prossima legge di Bilancio?
Le priorità fiscali indicate da Maurizio Leo nell’intervista condotta da Maria Carla De Cesari e Jean Marie Del Bo a Speciale Telefisco 2026 sono tre, più una quarta che sta fuori dalla manovra.
La prima è un nuovo taglio Irpef: l’aliquota del 33%, che oggi si applica ai redditi tra 28mila e 50mila euro, verrebbe allungata fino a 60mila. La seconda è una detassazione dei redditi dei giovani, costruita sulla falsariga della flat tax introdotta lo scorso anno sugli aumenti derivanti dai rinnovi contrattuali. La terza è la cedolare secca sugli affitti commerciali, cioè la tassa piatta estesa ai negozi. La quarta, la semplificazione, passa invece per il Codice tributario e per gli otto Testi unici.
Leo ha parlato di “punti fermi”, ma con due condizioni che pesano parecchio: servono i soldi e serve la “piena condivisione delle scelte da parte dei partiti della coalizione di centro destra”. Tradotto: nulla è ancora deciso.
Il contesto lo aveva già dato mercoledì il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti alla Camera. La sintesi arriverà a breve, ma prima va aggiornato il quadro di finanza pubblica. E il problema principale è trovare le coperture per quella che, con ogni probabilità, sarà l’ultima legge di Bilancio della legislatura. Un dettaglio politico che conta: l’ultima manovra prima del voto è quella in cui la tentazione di distribuire qualcosa a tutti è più forte, e quella in cui i margini di bilancio sono di solito più stretti.
Chi guadagna davvero dall’aliquota del 33% estesa fino a 60mila euro?
Basta fare due conti con le aliquote attuali. Oggi sopra i 50mila euro si paga il 43%. Portare il 33% fino a 60mila significa far pagare dieci punti in meno sulla fetta di reddito compresa tra 50 e 60mila euro.
Chi dichiara 52mila euro ha 2mila euro in quella fascia: il risparmio è di circa 200 euro l’anno. Chi dichiara 55mila ne risparmia circa 500. Chi arriva a 60mila ne risparmia 1.000.
E chi dichiara 80mila, 120mila o 180mila? Risparmia anche lui 1.000 euro, il massimo possibile. Perché il meccanismo delle aliquote a scaglioni funziona così: la riduzione su una fascia intermedia si trasferisce per intero a tutti quelli che stanno sopra.
Il risultato è un po’ paradossale se lo si guarda con la lente del “ceto medio” evocato da Leo. Il lavoratore che sta esattamente dentro la fascia 50-60mila, quello a cui il messaggio politico si rivolge, ottiene meno di chi la supera abbondantemente. Il beneficio pieno va a una platea che, con qualsiasi definizione ragionevole, ceto medio non è.
Sono stime mie, calcolate sulle aliquote in vigore e al lordo di detrazioni e addizionali locali, ma l’ordine di grandezza non cambia.
Perché si parla di una “asticella” e che cosa c’entra con il taglio dell’anno scorso?
Nell’articolo del Sole 24 Ore che riporta le parole di Leo, la questione compare in mezza riga: bisognerà capire “se e dove” verrà messa un’asticella per sterilizzare i vantaggi, come già fatto lo scorso anno.
Il precedente è quello della riduzione della seconda aliquota dal 35% al 33%. In quell’occasione il governo aveva previsto un correttivo per i redditi oltre 200mila euro, così da neutralizzare il guadagno per i contribuenti più ricchi.
Qui sta la parte che decide tutto. Se l’asticella resta a 200mila euro, il taglio da 1.000 euro andrebbe per intero anche a chi dichiara 100, 150 o 190mila euro. Se invece venisse fissata molto più in basso, per esempio poco sopra i 60mila, l’intervento diventerebbe davvero mirato alla fascia che dice di voler aiutare, e costerebbe anche meno.
I tecnici hanno già quotato l’operazione a 2,7 miliardi di euro. È verosimile che quella cifra cambi, anche di molto, a seconda di dove si colloca la soglia di sterilizzazione, perché una buona parte del costo si concentra proprio sui redditi più alti, che incassano il beneficio pieno. Il dato preciso della platea non l’ho trovato pubblicato, quindi non azzardo numeri.
Il governo, in altre parole, ha già in mano la leva per rendere il taglio coerente con lo slogan. Se non la usa, o la usa a 200mila euro, il “ceto medio” diventa un’etichetta.
Esiste un consenso politico sulla misura?
Leo ha rivendicato la paternità dell’idea: “Un tema che mi sta particolarmente a cuore, avendolo sostenuto ormai da diverso tempo”. E ha aggiunto di essere contento che “tutti si stiano allineando su questa strada di applicare l’aliquota del 33% anche per la fascia di reddito che va da 50mila a 60mila euro in manovra”.
L’allineamento, però, riguarda il principio. Sulla soglia di sterilizzazione e sul reperimento dei 2,7 miliardi, al momento, nessuno ha detto nulla di preciso.
Leo inquadra l’intervento come completamento del percorso avviato a inizio legislatura sull’Irpef: prima l’accorpamento degli scaglioni, poi la riduzione della seconda aliquota, ora l’allungamento dello scaglione al 33%. Un percorso che, a ogni passaggio, ha spostato risorse verso redditi sempre più alti nella scala.
Che cosa si sa della flat tax per i giovani?
Molto poco, e lo stesso Leo non ha nascosto l’incertezza. L’idea viene da Giorgetti, che la sta ripetendo da settimane. Il viceministro ha parlato di “un meccanismo di Flat tax per dei redditi che vengono corrisposti ai giovani”, aggiungendo: “vedremo poi quali saranno le modalità”.
Il modello di riferimento è la tassa piatta introdotta lo scorso anno sugli aumenti da rinnovi contrattuali. Quindi un’imposta sostitutiva ridotta al posto dell’Irpef ordinaria su una parte del reddito.
La novità sta nella seconda gamba. Leo non vuole una misura a senso unico: “Penso che possa essere un ulteriore incentivo all’occupazione. A questo accompagnerei un incentivo anche alle imprese che possono dar corso a questa nuova occupazione”.
È una mossa a tenaglia: da un lato il giovane lavoratore che paga meno tasse, dall’altro il datore di lavoro che viene agevolato se assume. La soglia anagrafica non è stata fissata. Il riferimento più probabile sono i 35 anni, già usati per diverse agevolazioni esistenti, ma è un’ipotesi.
Restano aperte domande che non sono di dettaglio. Quale reddito sarebbe tassato in modo piatto: tutto, oppure solo la quota incrementale, come per i rinnovi? Varrebbe solo per i neoassunti o anche per chi un lavoro ce l’ha già? E soprattutto, gli incentivi alle imprese si aggiungerebbero agli sgravi contributivi già esistenti per le assunzioni degli under 35 o li sostituirebbero? Senza queste risposte è impossibile capire quanto costa e a chi serve.
C’è poi un confronto che torna utile. Mentre il taglio Irpef porta fino a 1.000 euro l’anno a chi ha redditi oltre 60mila euro, per i giovani, che in media hanno stipendi molto più bassi, al momento c’è solo un’intenzione senza cifre.
La cedolare secca sui negozi torna davvero?
Qui Leo è stato più concreto e ha incassato subito l’apprezzamento di Confedilizia. “Ricordate che nel 2019 fu fatta una misura che era mirata appunto ad applicare la cedolare secca per gli immobili commerciali. Qui a certe condizioni entro certi limiti penso che si possa adottare”.
Il precedente è la misura one shot del 2019. Solo per i contratti stipulati quell’anno, i canoni di locazione degli immobili in categoria catastale C/1 (i negozi) con superficie fino a 600 metri quadrati, di proprietà di persone fisiche, potevano essere tassati con la tassa piatta al 21% invece che con l’Irpef ordinaria. Finito il 2019, finita l’agevolazione.
La delega fiscale aveva poi riacceso la speranza di un prelievo agevolato sugli immobili commerciali affittati a imprese e professionisti. Il principio è rimasto sulla carta per un motivo semplice: mancavano i soldi.
Tra le ipotesi circolate c’è quella di limitare la nuova versione ai locali fino a 300 metri quadrati, la metà rispetto al 2019.
Il Sole 24 Ore del 16 settembre ha stimato che la misura potrebbe riguardare fino a 1,5 milioni di negozi e circa 1,3 miliardi di euro di canoni, con una copertura necessaria di 160 milioni.
Perché la cedolare sui negozi costa così poco rispetto al taglio Irpef?
I due numeri, messi uno accanto all’altro, dicono molto. Il taglio Irpef costa 2,7 miliardi. La cedolare sui negozi, nella stima disponibile, 160 milioni. Diciassette volte meno.
Eppure è la seconda misura, non la prima, a essere rimasta inattuata per anni “per assenza di risorse”. Il che fa pensare che il problema non fosse tanto la cifra quanto la priorità politica.
Resta da capire se la cedolare servirà davvero a quello che promette, cioè riempire le vetrine sfitte dei centri urbani. Nel 2019 la misura valeva solo per i nuovi contratti: se la nuova versione ricalcasse quel modello, i proprietari che hanno già un inquilino non ne vedrebbero i benefici, mentre quelli con un negozio vuoto avrebbero un motivo in più per affittarlo, magari a un canone più basso. Se invece la tassa piatta si applicasse anche ai contratti in corso, diventerebbe soprattutto un risparmio per chi già incassa l’affitto. Sono due misure molto diverse sotto lo stesso nome, e le “certe condizioni” e i “certi limiti” di cui parla Leo sono proprio quelli che decideranno quale delle due arriverà.
La partita, come per il resto, si giocherà sulle scelte politiche su cui si confronteranno le forze di maggioranza.
Che fine fa la semplificazione fiscale?
Questa è l’unica priorità fuori manovra, e secondo Leo è quella che ha attraversato tutta l’attuazione della delega fiscale.
Il traguardo è il Codice tributario, atteso in Consiglio dei ministri entro ottobre. Ci sta lavorando una commissione di esperti e il testo si appoggerà anche sugli otto Testi unici, la cui entrata in vigore è fissata al 1° gennaio 2027. Mancano poco più di tre mesi.
Leo ne aveva già parlato la settimana scorsa in audizione alla commissione parlamentare sull’Anagrafe tributaria e a Telefisco è tornato sul punto con toni enfatici: “Gli otto testi unici rappresentano una rivoluzione copernicana, consentitemi di usare questo termine, perché abbiamo racchiuso 444 provvedimenti“.
Come faranno i professionisti a orientarsi tra vecchie e nuove norme?
Il ministero sta preparando un software, che Leo conta di presentare nei prossimi giorni e che sarà disponibile sul sito del Dipartimento delle Finanze. “Noi abbiamo messo dei raccordi tra la vecchia normativa e la nuova normativa. Uno strumento pensato per semplificare la vita degli addetti ai lavori, perché basterà andare sulla vecchia norma e in automatico sarà possibile conoscere la nuova”.
Per commercialisti, consulenti del lavoro, avvocati tributaristi e Caf lo strumento può essere utile davvero. Per anni il lavoro quotidiano si è appoggiato a numeri di articolo diventati quasi nomi propri: il “36 bis” per i controlli automatizzati delle dichiarazioni, il “36 ter” per i controlli formali. Chi riceve una comunicazione d’irregolarità sa di che cosa si parla appena legge quel riferimento.
Con i Testi unici quei riferimenti cambiano numerazione e collocazione. Bisognerà ricalibrarli, prendere confidenza con i nuovi, e ritrovarli anche nei modelli delle dichiarazioni da presentare nel 2027.
La tavola di raccordo è una buona idea. Ma un software di corrispondenze non risolve il problema di fondo: i Testi unici entrano in vigore il 1° gennaio 2027, il Codice tributario non è ancora arrivato in Consiglio dei ministri, e i professionisti dovranno lavorare nei primi mesi dell’anno con un sistema normativo appena rinumerato, mentre applicano le novità di una manovra ancora da scrivere. Chiamarla semplificazione, almeno per il primo anno, richiede un certo ottimismo.
Quando sapremo come andrà a finire?
Le risposte vere arriveranno con il nuovo quadro di finanza pubblica annunciato da Giorgetti e con il testo del disegno di legge di Bilancio.
Fino ad allora, l’elemento da tenere d’occhio non è il 33% né la soglia dei 60mila euro, su cui sembra esserci accordo. È quella riga quasi nascosta sull’asticella di sterilizzazione. Se verrà fissata in basso, il taglio Irpef sarà per chi guadagna tra 50 e 60mila euro. Se resterà a 200mila, chi dichiara 190mila euro prenderà cinque volte quello che prende chi ne dichiara 52mila.
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