Le parole del Presidente della Repubblica a Terra Madre richiamano politica e società alle proprie responsabilità: clima, biodiversità, agricoltura e tutela delle future generazioni sono parti della stessa sfida. E dalla scuola deve partire la capacità di distinguere le evidenze scientifiche dalle semplici opinioni.
Ci sono parole che, soprattutto quando arrivano dalla più alta istituzione della Repubblica, meritano di non essere consumate nello spazio di una giornata. Sono quelle pronunciate dal Presidente Sergio Mattarella a Torino, in occasione di Terra Madre Salone del Gusto.
Il Presidente ha posto al centro del suo intervento la biodiversità, definendola una sfida cruciale per il futuro e ricordando come l’impoverimento delle colture e delle culture, la desertificazione dei territori, i cambiamenti climatici e la scomparsa accelerata di specie animali e vegetali siano ormai fenomeni davanti agli occhi di tutti. E ha aggiunto un passaggio che considero particolarmente significativo: anche se oggi tacciono molti di coloro che fino a ieri irridevano gli allarmi sui cambiamenti in atto, il declino non si arresta senza iniziative urgenti.
È un richiamo forte. E soprattutto necessario. Da docente universitaria che da anni si occupa di economia ecologica, economia circolare e valutazione del ciclo di vita, e da deputata in Commissione Ambiente, ritrovo nelle parole del Presidente una questione sulla quale insisto da tempo: ambiente, economia e società non sono compartimenti separati.
Un ecosistema impoverito produce conseguenze economiche e sociali. La scarsità d’acqua incide sull’agricoltura e sulle attività produttive. Gli eventi climatici estremi colpiscono territori, infrastrutture e famiglie. La perdita di biodiversità rende più fragili gli ecosistemi dai quali dipendono anche le nostre produzioni alimentari.
Per questo la transizione ecologica non può essere considerata un lusso da affrontare quando tutte le altre emergenze saranno risolte. È parte della risposta alle emergenze.
Mattarella ha ricordato anche un principio che dovrebbe guidare le nostre scelte: «Il futuro non può, non deve essere azzerato da un presente che si faccia onnivoro».
È forse l’immagine che più mi ha colpita. Un presente onnivoro è un presente che consuma risorse senza preoccuparsi della loro rigenerazione; che utilizza acqua, suolo, energia e materie prime come se fossero infinite; che trasferisce i costi ambientali delle proprie scelte alle generazioni successive.
È esattamente il paradigma che l’economia ecologica e circolare prova a superare. Dobbiamo imparare a produrre valore utilizzando meno materia, meno energia e meno acqua, progettando beni durevoli, riparabili e riciclabili e valutandone gli impatti lungo l’intero ciclo di vita. Non significa fermare l’economia. Al contrario: significa costruire un’economia più resiliente, capace di innovare e di rendere le nostre imprese meno vulnerabili alla scarsità delle risorse e alla dipendenza dalle materie prime.
C’è poi un’altra affermazione del Presidente che considero fondamentale: l’agricoltura è un comparto chiave che deve essere sviluppato e difeso, perché ne va del futuro stesso dell’umanità.
Difendere l’agricoltura significa anche difenderla dagli effetti della crisi climatica. Chi lavora la terra conosce prima di altri cosa significhino siccità prolungate, temperature anomale, eventi estremi e alterazione dei cicli naturali. Agricoltori e allevatori non possono essere rappresentati come avversari della transizione ecologica: devono esserne protagonisti, accompagnati attraverso innovazione, ricerca, tecnologie, uso efficiente dell’acqua e politiche capaci di tutelare reddito e lavoro.
Questa visione sistemica accompagna la mia attività parlamentare. Le mie proposte di legge sono tutte collegate da un filo invisibile che porta a un unico obiettivo: tutelare la resilienza della nostra comunità e del sistema di imprese che creano l’economia reale del Paese. Dalla gestione sostenibile della risorsa idrica alla resilienza delle coste, dall’economia circolare alla diffusione delle energie rinnovabili, dalla valutazione del ciclo di vita dei prodotti alle misure di adattamento ai cambiamenti climatici. Dalla tutela del suolo alla difesa dei bambini colpiti in prima persona dal cambiamento climatico.
Mitigazione e adattamento devono procedere insieme. Dobbiamo ridurre le cause della crisi climatica, ma contemporaneamente prepararci agli effetti che sono già in corso.
Mattarella ha richiamato infine l’articolo 9 della nostra Costituzione, che affida alla Repubblica la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi «anche nell’interesse delle future generazioni».
Un articolo alla cui modifica ho avuto l’onore di contribuire direttamente quando ero al Senato, presentando il disegno di legge costituzionale S.1627, poi esaminato insieme agli altri disegni di legge confluiti nella riforma costituzionale del 2022. E quelle parole – future generazioni – cambiano profondamente il modo in cui dovremmo valutare una politica pubblica. Ci chiedono di guardare oltre la durata di una legislatura e oltre il beneficio immediato. Ci chiedono quale Paese stiamo consegnando a chi verrà dopo di noi.
E chi verrà dopo di noi ora è sui banchi di scuola, dove si costruisce il pensiero critico.
Come docente, questo aspetto mi sta particolarmente a cuore. In un tempo nel quale informazioni scientifiche, opinioni e disinformazione viaggiano alla stessa velocità, la scuola deve essere il luogo nel quale si impara innanzitutto a pensare.
Pensiero critico non significa considerare equivalenti tutte le affermazioni. Significa insegnare ai ragazzi a fare domande, controllare le fonti, comprendere come nasce un dato e distinguere un’opinione da un’evidenza scientifica verificabile.
Anche sul clima abbiamo bisogno di giovani liberi di interrogarsi, discutere e persino dubitare, ma dotati degli strumenti culturali necessari per farlo. La scienza stessa procede attraverso domande, verifica e confronto: ed è proprio questo metodo che dobbiamo insegnare.
Le parole pronunciate da Mattarella a Torino, allora, vanno oltre la biodiversità. Ci ricordano quale responsabilità abbiamo nei confronti di ciò che abbiamo ricevuto e di ciò che lasceremo.
Nella Laudato si’ Papa Francesco ci ha insegnato che la crisi ambientale e quella sociale non possono essere separate: la cura dell’ambiente, la dignità delle persone, la lotta alle disuguaglianze e la responsabilità verso le generazioni future fanno parte di un’unica sfida. Con la Laudate Deum ha poi richiamato, con ancora maggiore urgenza, la necessità di reagire alla crisi climatica, ricordandoci che il tempo a disposizione non è infinito.
È una visione che sento profondamente vicina: non può esserci vera sostenibilità ambientale senza sostenibilità sociale, così come non può esserci sviluppo economico duraturo se consumiamo il capitale naturale dal quale quello stesso sviluppo dipende.
La Terra che ogni giorno seminiamo è la nostra casa comune. Sta a noi non usarla, ma custodirla, con la conoscenza, con le scelte quotidiane, con politiche capaci di guardare oltre il presente.
Prenderci cura della Terra significa prenderci cura delle persone e lasciare a chi verrà dopo di noi la possibilità concreta di costruire il proprio futuro.
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