Oggi, qual è il percorso migliore per andare al lavoro? Per chi si sposta in bicicletta, la risposta a questa domanda dipende anche dall’aria che respirerà lungo il tragitto. Giulia Squillacioti, ricercatrice del Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell’Università di Torino che si occupa di Igiene dell’ambiente di vita e di lavoro, spiega l’ambizione più concreta della sua ricerca: produrre conoscenze che aiutino le cittadine e i cittadini a scegliere percorsi meno esposti all’inquinamento e le amministrazioni comunali a progettare meglio quelli futuri.
L’obiettivo a lungo termine è quello di avere un’app capace di suggerire un itinerario tenendo conto delle fonti di emissione e delle condizioni meteorologiche. Per arrivarci, però, bisogna partire dalle persone e dalla loro routine quotidiana: seguirne gli spostamenti, misurare l’esposizione all’inquinamento e capire come risponde l’organismo. È quanto farà UniTo nell’ambito di SMILE CITY, progetto europeo che intreccia mobilità attiva, economia circolare e salute. Nell’autunno 2026, a Torino, circa 330 volontari adulti sani saranno coinvolti in una campagna di monitoraggio durante i loro tragitti abituali.
SMILE CITY – acronimo di Sustainable Materials for Innovative, Low Emissions applications in the CIrcular ciTY – è un progetto finanziato dal programma Horizon Europe con oltre 11 milioni di euro. Ha una durata di quattro anni e coinvolge un consorzio internazionale di 35 partner di 13 Paesi. L’Università di Torino partecipa attraverso il Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche della Scuola di Medicina, con il coordinamento scientifico della Giulia Squillacioti e Roberto Bono, docente di Igiene generale e applicata.
Il punto di partenza è una precisazione a cui Squillacioti tiene molto: “Sicuramente è sbagliato dire che in assoluto la mobilità attiva ci possa esporre a dei rischi, perché in primis promuove salute e benessere.” Camminare e pedalare aiutano a mantenersi fisicamente attivi e producono una serie di benefici sull’apparato cardiocircolatorio, respiratorio, sul benessere mentale oltre che sull’ambiente perché, quando sostituiscono l’uso dell’auto, contribuiscono a ridurre le emissioni. La domanda della ricerca riguarda piuttosto le condizioni in cui ci muoviamo: quanto incidono una strada trafficata, la vicinanza agli scarichi, l’orario o una situazione geografica e meteorologica che determina il ristagno degli inquinanti?
“Il percorso che scegliamo, o che possiamo fare, conta tantissimo”, osserva la ricercatrice. Pedalare su una pista separata dal traffico o accanto alle automobili significa attraversare ambienti diversi, anche quando la destinazione è la stessa. E il margine di scelta individuale dipende, prima di tutto, da come è costruita la città.
L’aria della città, l’aria che respiriamo
Non basta distinguere tra chi va in bici, chi cammina e chi prende l’autobus o l’automobile per stabilire chi sia più esposto. “In assoluto non possiamo dire che ci sia una modalità che ci espone di più o di meno all’inquinamento”, spiega Squillacioti. Contano la vicinanza alle fonti emissive e le condizioni del tragitto e del meteo; negli abitacoli e negli ambienti chiusi, poi, è fondamentale anche il ricambio dell’aria.
C’è poi una differenza tra la concentrazione di inquinanti nell’ambiente e la quantità che una persona può inalare. Quando aumenta lo sforzo fisico, aumenta anche la ventilazione: camminare a passo sostenuto o pedalare intensamente può portarci a respirare più aria. Se quell’aria è inquinata, può crescere anche la quantità di inquinanti inalati. Di quanto cresce, però, dipende dall’intensità dell’attività, dall’allenamento e da altre caratteristiche individuali.
È proprio questa variabilità che il gruppo di ricerca vuole osservare. Le centraline ambientali restano essenziali per descrivere la qualità dell’aria, ma non possono ricostruire da sole ciò che accade a ciascuno durante la giornata. “Ognuno di noi vive in una certa area della città, poi forse va a lavorare in un’altra e si sposta ancora nel tempo libero. Questa dinamicità non viene colta dalle centraline”, racconta Squillacioti. La ricerca porterà quindi la misurazione lungo i percorsi delle persone. Per cinque giorni lavorativi, i partecipanti indosseranno un sensore durante gli spostamenti abituali. Il campione comprenderà ciclisti urbani, pedoni e persone che utilizzano mezzi pubblici o privati, così da confrontare modalità e condizioni differenti. I dispositivi raccoglieranno dati sull’esposizione personale, tra cui quelli relativi al particolato atmosferico, insieme a temperatura e umidità. Questionari su attività fisica, alimentazione, fumo e altre abitudini aiuteranno a interpretare i risultati.
Dai sensori ambientali ai segnali dell’organismo
Misurare l’aria è una parte del lavoro. L’altra consiste nel cercare le tracce dell’esposizione nell’organismo: è il biomonitoraggio umano, ambito di competenza del gruppo di UniTo. “Quanto inquinamento effettivamente entra nel mio organismo?” è la domanda che accompagna questo passaggio.
La ricerca coinvolgerà circa 330 volontari sani tra i 18 e i 70 anni, con abitudini di mobilità differenti: ciclisti, pedoni e persone che si spostano con mezzi pubblici o privati. La presenza di diverse fasce d’età permetterà di osservare un campione eterogeneo, mentre l’esclusione di persone con patologie croniche servirà a limitare l’influenza di condizioni preesistenti sui risultati. Questionari sull’attività fisica, sul livello di allenamento, sull’alimentazione e sul fumo aiuteranno a interpretare i dati alla luce delle caratteristiche e delle abitudini individuali.
All’inizio e alla fine del monitoraggio saranno raccolti campioni di urina, nei quali verranno misurati indicatori biologici, o biomarcatori, utili a studiare sia l’esposizione sia alcune risposte precoci dell’organismo. Tra queste, lo stress ossidativo e l’infiammazione: fenomeni che possono aiutare a capire come il corpo reagisce agli inquinanti. La ricerca esaminerà, per esempio, indicatori di danno ossidativo al DNA e alle membrane cellulari. Una misurazione dell’ossido nitrico nell’aria espirata, effettuata respirando in un boccaglio, permetterà inoltre di studiare l’infiammazione delle vie aeree. Per i volontari che acconsentiranno, un campione di sangue capillare consentirà di approfondire anche alcuni indicatori legati alla risposta dei vasi sanguigni.
Sono misure che richiedono una distinzione essenziale: lo studio non ha finalità diagnostiche individuali. “Misurare lo stress ossidativo e trovarlo non significa diagnosticare una patologia”, sottolinea Squillacioti. Questi indicatori servono a indagare segnali biologici precoci e la loro relazione con l’esposizione ambientale. L’obiettivo principale è quello della prevenzione: “Arrivare prima che arrivi la patologia”. Individuare le condizioni associate a risposte sfavorevoli significa cercare uno spazio in cui intervenire, riducendo l’esposizione e contribuendo a proteggere la salute nel tempo.
Dalle infrastrutture alla salute: Torino come laboratorio
SMILE CITY sperimenta infrastrutture per la mobilità attiva realizzate con materiali riciclati: piste ciclabili, arredi urbani, asfalti gommati e stazioni di ricarica per e-bike. UniTo porta nel progetto la prospettiva della sanità pubblica, per accompagnare la trasformazione delle infrastrutture con una maggiore attenzione all’esposizione ambientale e alla salute di chi le utilizza.
Torino sarà la prima città in cui verrà applicato il protocollo. A renderla un caso di studio interessante sono le condizioni geografiche e meteorologiche che favoriscono l’accumulo degli inquinanti nel bacino padano, ma anche una rete ciclabile in trasformazione. “Dal punto di vista della mobilità attiva, stiamo parlando di una città in evoluzione”, osserva Squillacioti. Studiare i percorsi esistenti può quindi offrire indicazioni utili anche per quelli ancora da realizzare.
In una fase successiva, il protocollo potrà essere replicato in altre città europee, dopo le verifiche di fattibilità e le necessarie approvazioni, per confrontare contesti diversi per traffico, clima e infrastrutture.
Scegliere un tragitto, progettare una città
I risultati potranno offrire indicazioni per la pianificazione urbana, considerando insieme distanza dalle fonti di emissione, separazione dal traffico e presenza di verde e ombra, anche per ridurre l’esposizione al caldo di pedoni e ciclisti.
Con uno specifico consenso, saranno raccolti anche i dati GPS dei partecipanti, rimuovendo le coordinate dell’abitazione e dei punti di arrivo per tutelarne la riservatezza. Incrociare i tragitti con le misurazioni dei sensori e le condizioni meteorologiche permetterà di individuare i tratti associati a livelli di esposizione più bassi durante il monitoraggio.
Queste informazioni potrebbero porre le basi per l’app immaginata da lla ricercatrice di UniTo: suggerire percorsi tenendo conto anche della qualità dell’aria.
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