Chiediamolo agli alberi. E mettiamoci in ascolto


I miei colleghi mi prendono spesso in giro: dicono che – quando non scrivo di guerre, geopolitica o tragedie varie – vado per boschi ad abbracciare gli alberi. Ed è vero: non solo li abbraccio, ma ci parlo e ci danzo pure. È uno dei rimedi che ho trovato, nel corso degli anni, per curare qualche ferita interiore e riconnettermi al senso profondo della Vita, soprattutto di fronte all’impazzimento del mondo. Sarà un caso, ma è stato proprio durante uno dei periodi collettivamente più dolorosi degli ultimi anni – i primi mesi della pandemia di Coronavirus, quando negli ospedali si moriva da soli e anche il culto dei morti era bandito – che la Vita mi ha fatto incontrare padre Guidalberto Bormolini, monaco, antropologo, tanatologo, cuore pulsante del Borgo TuttoèVita, un’oasi di senso nel nonsenso del mondo.

Proprio in questi giorni in cui il Borgo brulica di attività per il TuttoèVita Fest, riprendo tra le mani un libro che mi ha tenuto compagnia in questa torrida estate, con i piedi a mollo in qualche ruscello e la gratitudine per i boschi, il silenzio e la natura. Il libro è, chiaramente, l’ultimo di padre Guidalberto: Chiedilo agli alberi. Spiritualità, cura e natura (2026, Edizioni Ponte alle Grazie). Sfogliando le sue pagine, interrogando gli alberi, ho goduto di una lettura che è diventata meditazione, come una porta che si apre su un paesaggio senza tempo. Mi sono sentita presa per mano alla scoperta di quelli che Guidalberto chiama “i nostri compagni silenziosi”, da sempre al centro di miti, religioni e tradizioni spirituali provenienti da ogni angolo del pianeta.


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Oggi sono in pochi a non rendersi conto di quanto ci faccia bene – come esseri viventi – stare in mezzo alla natura. C’è un’industria fiorente di pratiche e percorsi per tutte le tasche e tutte le età, al punto da domandarsi se non sia più sano fermarsi a respirare nel giardino pubblico più vicino a casa. Ma andare a unire i puntini del perché abbiamo così bisogno di Ascoltare gli alberi – come canta un altro amico del Borgo, Vasco Brondi – è un’altra cosa: è tenere insieme corpo, cuore, testa, anima, con l’umiltà di chi sa chiedere e mettersi in ascolto.

Albero dopo albero, mito dopo mito, la prosa di Guidalberto dà ritmo a questo saggio incentrato sull’ecologia profonda e sulla cura integrale, in cui gli alberi e la natura vengono riscoperti come maestri silenziosi di spiritualità. Alla sua voce si accompagnano quelle di Stefano Mancuso – autore della prefazione – e di molti altri studiosi e poeti che hanno trovato negli alberi la risposta a quella “voglia di cielo” che, forse, ci accomuna un po’ tutti.

Su di me, alcuni passaggi del libro hanno avuto lo stesso effetto di quando si annaffia una pianta che ha bisogno di acqua. Mi accorgo che sono tutti passaggi che parlano di un “noi” anziché di un “io”, e questo già mi dà alcune risposte. Si tratta di mettere in discussione un concetto appreso sin da bambini: non è vero che in natura vige la legge del più forte, perché in natura – sostiene Mancuso nel suo saggio Fitopolis – “la cooperazione ha una potenza generatrice superiore. Rivolgendo lo sguardo alla miriade di relazioni che governano i sistemi naturali, si trova davvero dappertutto il ‘mutuo appoggio’ […]. Grazie alla cooperazione, la vita ha imparato a ottenere risultati che altrimenti non le sarebbe mai stato possibile raggiungere”.

“È la cooperazione, e non la competizione, la legge di natura, e cooperare è la migliore strategia per garantirci la sopravvivenza. E di questo le piante sono eccellenti maestre”, scrive Guidalberto, esplorando l’idea che la connessione profonda – intesa come comunione autentica con gli altri e la natura – sia la medicina di cui il mondo di oggi ha disperatamente bisogno.

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E poi c’è la Danza, intesa come dialogo incarnato tra il sé e tutto ciò che è Vita. Un’esplorazione che – nella pratica di meditazione in movimento che da tanti anni mi accompagna, chiamata Movement Medicine – può seguire la mappa dell’Albero della Vita. Perché, come dice Guidalberto:

“In ogni tradizione del mondo la danza, prima di essere intrattenimento, è espressione del sacro e via di meditazione. Nella tradizione sufi, per esempio, i dervisci danzanti, roteando, entrano in uno stato di ebrezza spirituale. L’antropologia testimonia danze sacre sin dalle culture più antiche, nello sciamanesimo la danza e il canto avevano una funzione estatica, e nella Grecia antica erano spesso usati nei riti sacri. Platone afferma che la danza è di origine divina, perché suscita l’entusiasmo, la presenza del divino nell’essere umano”. E ancora: “Considerando la grande importanza che si attribuiva alla danza presso i Padri cristiani, sia come pratica che come simbolo, non si capisce come questa tradizione sia oggi così assente nella cristianità europea. Sant’Agostino, difatti, ci ammonisce: ‘uomo, impara a danzare, altrimenti gli angeli in cielo non sapranno cosa fare con te’”.

Ecco allora che danzare e interrogare gli alberi diventano gesti di cura non solo per noi, ma per tutte le nostre relazioni.

“Se noi diventiamo ciò che pensiamo, il nostro cuore, i nostri occhi e la nostra mente dovrebbero sempre essere pieni di immagini di bellezza, mentre purtroppo sono ricolmi di immagini cupe, vittime di quello che in gergo è definito overthinking: la mente è costantemente occupata in pensieri tristi che riguardano cose accadute, oppure in preoccupazioni per cose che potrebbero accadere, in una spirale incessante. Contemplare la bellezza della natura ci può far guarire”.

Nel concreto, questo significa – anche – trascorrere del tempo insieme agli alberi. Ad esempio, con il ciliegio, simbolo di bellezza. Come diceva il poeta mistico persiano Gialal al-Din Rumi. “Ch’io sia ammaliato dalla Tua Bellezza, ch’io sia attratto vicino a Te, che l’incandescenza dell’amore puro, penetrando nella roccia del mio essere, lo trasformi in puro rubino”. Contemplare un albero, riceverne la bellezza, non è solo un antidoto alle brutture del mondo: è un modo per ritrovare un dialogo tra noi e il tutto, per prendere il coraggio di fare la nostra parte.

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