Cina, Sud-est asiatico e India costruiscono un nuovo paradigma industriale –


L’Asia si sta rapidamente affermando come epicentro globale della trasformazione bioeconomica. Dai massicci investimenti cinesi nella biologia sintetica ai modelli bio-circolari-verdi del Sud-est asiatico, il continente sta sfruttando la sua abbondante biomassa, la capacità produttiva e la crescente competenza biotecnologica per costruire un nuovo paradigma industriale. Già da novembre 2025, la Tailandia ha dato il via a quello che si può definire un vero e proprio Asia Pacific regional momentum.

Il forum di Bangkok e la spinta istituzionale globale

A Bangkok si è tenuto il primo Forum sull’Innovazione e gli Investimenti nella Bioeconomia (BIIF), capace di riunire quasi 600 partecipanti provenienti da governi, investitori, startup e istituti di ricerca di tutta la regione. Il forum ha messo in luce un cambiamento cruciale: i sistemi agroalimentari e le innovazioni nell’agricoltura sostenibile, nella pesca, nella silvicoltura e nell’economia circolare stanno diventando centrali per la competitività regionale.

A livello globale, la Food and Agriculture Organization (FAO) ha già inserito la bioeconomia tra le aree prioritarie del proprio Quadro strategico 2022-2031, con l’obiettivo di promuovere l’innovazione, ridurre le perdite e gli sprechi alimentari e favorire una crescita inclusiva.

Cina: la biologia sintetica come priorità strategica nazionale

La Cina ha fatto della bioeconomia una priorità strategica nazionale. Il 14° Piano quinquennale per lo sviluppo della bioeconomia (2022) si concentra esplicitamente su settori all’avanguardia come la biologia sintetica, definendola come basata sulla protezione, lo sviluppo e l’utilizzo delle biorisorse per promuovere le scienze della vita e le biotecnologie.

Nel 2023 Pechino ha aggiunto la tecnologia della biologia sintetica al proprio catalogo di esportazioni soggette a restrizioni, considerandola una risorsa strategica. Il risultato è stata una crescita esplosiva del settore: dal 2018 al 2022 il mercato primario ha registrato 1.039 eventi di investimento e finanziamento che hanno coinvolto 456 aziende, con finanziamenti totali dichiarati superiori a 12,7 miliardi di dollari USA.

I principali centri di ricerca — Shenzhen Institute of Advanced Technology (SIAT), Tianjin Institute of Industrial Biotechnology, Peking University e Westlake University — sono ormai all’avanguardia nelle scoperte più importanti. Solo il SIAT ha pubblicato 277 articoli di biologia sintetica nel 2022, di cui 28 su Cell/Nature/Science, e ha depositato 110 nuove domande di brevetto.

Sul fronte industriale, le aziende cinesi si stanno già posizionando per commercializzare su larga scala. Bluepha ha raccolto circa 300 milioni di dollari USA per produrre PHA (poliidrossialcanoati), materiali biodegradabili ottenuti tramite fermentazione microbica. Il BBCA Group ha completato un impianto per la produzione di PLA (acido polilattico) da 100.000 tonnellate, mentre Cathay Industrial Biotech è considerato un fornitore globale leader di acidi dicarbossilici a catena lunga derivati dalla fermentazione. Nel complesso, si prevede che il mercato cinese della biologia sintetica raggiungerà quasi 3 miliardi di dollari USA entro il 2026, con un tasso di crescita annuo composto del 32,4%.

Il Sud-est asiatico: la frontiera bio-circolare-verde

Se la Cina guida la corsa alla biologia sintetica, le nazioni del Sud-est asiatico sono considerate la frontiera del modello bio-circolare-verde (BCG). La Thailandia è già all’avanguardia di questo approccio, che integra i principi della bioeconomia con l’economia circolare e la crescita verde. Al BIIF 2025 i delegati thailandesi hanno sottolineato come il modello BCG agricolo miri a promuovere elevata produttività, standard elevati e reddito attraverso un’agricoltura sostenibile e a valore aggiunto.

Il paese sta inoltre attirando importanti investimenti nelle bioraffinerie: Corbion prevede di gestire in Thailandia il più grande impianto di produzione di acido lattico al mondo, sfruttando l’abbondante canna da zucchero locale.

La Malesia, dal suo canto, punta a far contribuire le biotecnologie per il 5% del PIL entro il 2030, con l’obiettivo di generare almeno tre “unicorni” biotecnologici nello stesso anno, attraverso la Politica nazionale per le biotecnologie 2.0 (NBP 2.0) lanciata nel 2022 e il programma Bio-based Accelerator. L’Indonesia, invece, sfrutta la propria biomassa di palma da olio attraverso joint venture come la bioraffineria Wilmar-Elevance, che produce prodotti chimici speciali da materie prime locali.

Giappone, Corea del Sud e India: le altre rotte asiatiche

Tra i paesi asiatici sviluppati, Giappone e Corea del Sud registrano progressi significativi nelle biotecnologie di precisione. Il Giappone rivede annualmente la propria strategia nazionale per la bioeconomia, concentrandosi su plastiche biodegradabili marine, materiali di origine biologica (come i prodotti di fermentazione ispirati alla seta di ragno di Spiber) e innovazioni mediche. Tokyo è inoltre tra i principali detentori mondiali di brevetti CRISPR-Cas.

Anche la Corea del Sud sta investendo pesantemente nell’editing genomico di precisione per applicazioni terapeutiche e agricole, sostenuta da ingenti investimenti governativi che favoriscono la generazione di brevetti.

L’India, invece, punta a evolversi passando dalla biofarmaceutica ai biocarburanti. La strategia nazionale per la bioeconomia, adottata nel 2007 e aggiornata nel 2014, spazia dalle nanobiotecnologie alla bioenergia, fino alle biotecnologie ambientali e alimentari. Nonostante un forte gap infrastrutturale, il paese punta a diventare un global hub per la produzione biofarmaceutica grazie a sovvenzioni governative, esenzioni fiscali per le startup e programmi di sviluppo delle competenze.

Le sfide ancora aperte

Nonostante lo slancio positivo, la bioeconomia asiatica deve affrontare ostacoli significativi. Nei paesi densamente popolati, l’utilizzo di colture alimentari per la biofabbricazione minaccia la sicurezza alimentare, mentre la biomassa lignocellulosica, per quanto promettente, richiede costosi pretrattamenti. Il passaggio dalla produzione di laboratorio a quella industriale resta complesso, e le catene di approvvigionamento di materie prime derivanti da scarti agricoli e industriali sono ancora sottosviluppate, in particolare nel Sud-est asiatico. Pesa infine l’incertezza normativa su colture geneticamente modificate, che genera esitazione sul mercato in molti paesi della regione.

Una base industriale da migliaia di miliardi di dollari

Nonostante questi ostacoli, la bioeconomia asiatica non è più un’aspirazione, ma una realtà operativa a tutti gli effetti. La convergenza di sostegno politico, capitali privati, abbondante biomassa e una giovane forza lavoro scientifica posiziona l’Asia non solo come partecipante alla bioeconomia globale, ma sempre più come sua artefice. I prossimi cinque anni saranno decisivi per stabilire se questo slancio si tradurrà in una trasformazione industriale duratura o se rimarrà una serie di promettenti progetti pilota.


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