L’UE deve scegliere se rilanciare la finanza green per la transizione energetica e l’autonomia strategica o finanziare la guerra. Articolo di Antonella Trocino, Docente di economia dei mercati e degli intermediari finanziari – Università Luiss.
Il quadro geopolitico
La crisi nel Golfo Persico e la conseguente volatilità dei prezzi energetici non vanno letti come eventi temporanei o episodici. Sono il sintomo di un ordine internazionale che sta attraversando una profonda e incerta transizione, segnata dalla crisi del diritto internazionale, dalle “picconate” alle istituzioni multilaterali e dal ritorno alla competizione aperta tra grandi potenze “imperiali”. In questa competizione, il controllo delle energie fossili (petrolio e gas naturale in particolare) è tornato ad essere una leva cruciale, determinante per le sorti dalla geopolitica globale e foriera di pesanti ricadute sull’economia e sulla crisi climatica.
In questo quadro, la politica statunitense appare coerente con una aggressiva volontà egemonica, nonostante il prezzo del carburante, sopra i 5 dollari al gallone nei distributori a stelle e strisce, si stia rivelando un boomerang per Trump, i cui consensi vacillano anche nel popolo MAGA. Dopo la rivoluzione dello shale oil ottenuto da fracking – la cui estrazione è antieconomica sotto i 65 dollari al barile – e sotto la spinta dell’energivora industria dell’intelligenza artificiale, gli Stati Uniti hanno iniziato a perseguire l’obiettivo di ottenere il controllo diretto delle energie fossili, dal lato dell’offerta.
A gennaio 2026, hanno consegui il regime change del primo Paese al mondo per riserve petrolifere mondiali. Dopo il blitz in Venezuela e il rapimento del Presidente Maduro a inizio anno, la presa di Washington sul governo ad interim di Delcy Rodriguez è stata tale che, lo scorso 1° settembre, il Parlamento venezuelano ha approvato l’affidamento in concessione agli Stati Uniti di un quinto delle riserve di petrolio nazionali, con un accordo che garantisce alle aziende USA il controllo della produzione di oltre 65 miliardi di barili.
Dopo il Venezuela, la proiezione di potenza statunitense si è rivolta all’Iran – terzo Paese al mondo per riserve petrolifere – su pressione del governo Netanyahu. Dallo stretto di Hormuz transitava, prima dell’aggressione israelo-statunitense del 28 febbraio 2026, circa il 20% del petrolio mondiale e del commercio globale di gas naturale liquefatto, oltre a componenti chimiche come l’urea, fondamentali per la produzione di fertilizzanti. “Gran parte delle esportazioni petrolifere di Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti dipende da questo stretto corridoio marittimo. Tali Paesi producono insieme quasi un terzo del petrolio mondiale…”.
E i 20 milioni di barili di greggio che attraversavano giornalmente lo stretto erano diretti soprattutto verso i mercati asiatici, in particolare Cina, India, Giappone e Corea del Sud, creando così una soffocante strozzatura nelle catene di approvvigionamento dell’emisfero orientale. Mentre scriviamo, giungono gli echi delle prime rivolte di piazza in Pakistan, dove comincia a scarseggiare anche il gas per uso domestico, mentre le bollette energetiche sono salite alle stelle. Ancora di più del +16,9% e +18,8% su base annua registrato in Italia, dai prezzi degli energetici – rispettivamente non regolamentati e regolamentati – secondo i dati sull’inflazione ISTAT per il mese di agosto 2026.
La tregua tra Stati Uniti e Iran si è interrotta formalmente alla scadenza del 17 agosto 2026, al termine del cessate il fuoco di 60 giorni stabilito dal memorandum di Islamabad, sebbene già nei giorni precedenti e a luglio si fossero registrate forti tensioni e dichiarazioni di rottura da parte dell’amministrazione statunitense.
Con il “Ruggito del Leone” o “Epic Fury” (i nomi in codice assegnati rispettivamente da Israele e Stati Uniti all’attacco militare, che nelle intenzioni degli autori doveva provocare un regime change in pochi giorni), Israele e USA stanno imponendo anche ai partner europei pesantissimi costi economici, diretti e indiretti. E le conseguenze non si sono ancora dispiegate del tutto, giacché al sostanziale blocco della navigazione e dei commerci nello stretto di Hormuz, si sommano le distruzioni di infrastrutture energetiche e di raffinazione, non solo per il fuoco incrociato tra Iran e USA, ma anche negli attacchi agli impianti energetici di Russi e Ucraina.
Così, si è passati da una sostanziale sovraproduzione, a una situazione di carenza d’offerta di energie fossili.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: le riserve strategiche di petrolio sono ai minimi storici; le quotazioni internazionali del brent sono passate dai 60-70 dollari al barile di inizio anno, a quotazioni sopra i 100 dollari al barile, con un picco superiore ai 126 dollari al barile a fine aprile, mentre il prezzo PVS del gas naturale all’ingrosso si aggira sopra i 70 €/MWh (euro per megawattora), più del doppio rispetto alle quotazioni pre-crisi.
Le occasioni perdute del Fondo di Ripresa e Resilienza
La dipendenza strutturale UE dalle importazioni energetiche (per una quota di circa il 57% dei suoi consumi) espone i Paesi dell’Unione a shock esterni, inflazionistici e di rallentamento del PIL. Lo hanno confermato le previsioni macroeconomiche della BCE e lo ha sancito il Consiglio Direttivo BCE, nelle riunioni dell’11 giugno e del 10 settembre, con due rialzi consecutivi dei tassi guida, da 25 bps ciascuno. Due decisioni assunte per tenere a bada la “fossilflation”, ovvero l’inflazione generata dai rincari dei combustibili fossili, che confermano la criticità della fase, definito pubblicamente da Christine Lagarde: “… uno dei momenti più decisivi nei 75 anni trascorsi dalla fondazione di questa Unione”.
In questo quadro di molteplici shock esterni, il Green Deal non può più essere considerato solo una semplice agenda climatica. Di fronte ai sinistri venti di stagflazione e agli annunci di migliaia di licenziamenti – dalla Volkswagen all’ILVA – la politica europea dovrebbe rilanciare il Green Deal come strategia comune di sicurezza economica e di autonomia strategica, in chiave anticiclica. Sarebbe una scelta responsabile sotto il profilo della giustizia climatica e sociale, con una forte connotazione di razionalità economica.
Lo dimostra una recente analisi del Climate Change Committee britannico , che ha dimostrato che per ogni sterlina investita in energia sostenibile i benefici superano i costi di un fattore che oscilla tra 2,2 e 4,1. Ma la Commissione UE a guida von der Leyen ha scelto un’altra direzione. Con il Pacchetto Onmibus UE, da un lato, e con le politiche di Rearm Europe dall’altro, h segnato una surrettizia inversione di tendenza rispetto alla “rivoluzione verde”, come misura straordinaria di politica di coesione rilanciata durante la pandemia.
La strada imboccata, inoltre, tradisce il quadro giuridico dell’UE, giacché a norma dell’articolo 41, paragrafo 2, del TUE, le spese derivanti da operazioni che hanno implicazioni nel settore militare o della difesa non possono, in linea di principio, essere finanziate dal bilancio dell’Unione; lo ha fatto notare la Corte dei Conti Europea nella recente analisi dal titolo “La politica di difesa dell’UE sotto i riflettori”, pubblicata il 1° settembre 2026.
In questa estate, resa insopportabile da sei interminabili ondate di caldo estremo, i giornali hanno sottolineato hanno la notizia di fine agosto relativa alla lettera inviata dal governo italiano alla Commissione Europa, in cui si chiedeva di usare i fondi del Safe, per 8 mld di indebitamento a 45 anni (su 14,9 mld ’prenotati’ in origine). Sembra invece essere sfuggita ai riflettori dell’informazione, che i soldi del debito comune per la transizione verde sono stati utilizzati per meno della metà di quanto stanziato, nonostante l’urgenza manifesta della crisi climatica, a cui si risponde con i pannicelli caldi dei sussidi ambientalmente dannosi, ovvero reiterati sconti sulle accise che durano pochi giorni.
Andava utilizzato tutto il Recovery and Resilience Facility (RRF), i cui target e relative milestones si sono conclusi con la scadenza naturale del 31 agosto 2026, salvo la coda della rendicontazione dell’ultima tranche che dovrà essere inviata a Bruxelles entro fine settembre. Il Fondo di Ripresa e Resilienza era il pilastro finanziario di NextGenerationEU con uno stanziamento di 577,6 mld di euro, di cui 215,6 mld di euro finanziati per la prima volta con titoli derivanti dalla mutualizzazione del debito; di questi 71,7 mld erano stanziati per l’Italia, 37,5 mld per la Spagna, 17,3 mld per la Francia, 11,7 mld per la Germania. Ma a inizio settembre 2026 – cioè “a babbo morto” – le emissioni effettivamente in circolazione di NextGenerationEU Green Bond risultavano essere solo 84,3 mld di euro, secondo la dashboard ufficiale della Commissione.
Il sospetto – che è quasi una certezza – è che ciò che doveva servire per la transizione energetica, per la mobilità elettrica, per l’efficientamento energetico delle abitazioni, per la ricerca e sviluppo in tecnologie low carbon, sia stato riallocato a favore dell’Ucraina e del settore bellico. Due investimenti tutt’altro che “clean” e che, come già rilevato dalla Corte dei conti europea, esulano dalle competenze del bilancio comunitario.
Il sospetto è confermato sempre dalla Corte dei conti europea che, in un comunicato del 3 settembre recita: “L’UE utilizza sempre più prestiti garantiti dal bilancio dell’UE, tra cui i 150 miliardi di euro per accelerare la prontezza degli Stati membri alla difesa attraverso lo strumento di azione per la sicurezza dell’Europa (SAFE) e il prestito per l’Ucraina di 90 miliardi di euro, comprendenti 60 miliardi di euro destinati alla difesa. Il crescente ricorso alla spesa per la difesa finanziata tramite debito e ai prestiti garantiti dall’UE può compromettere la sostenibilità delle finanze pubbliche, rallentando la riduzione del debito pubblico ed esercitando pressioni sul bilancio dell’UE”.
Guardando alla disaggregazione dei NextGenEU Green Bond per categoria di investimento si può valutare “in soldoni” (in miliardi di euro), quante occasioni storiche siano andate perdute con questa “distrazione” di bilancio. Per citare solo i principali divari tra stanziamenti iniziali dei Nextgeneration green bond per destinazione e l’ammontare di titoli poi effettivamente collocati, colpiscono: i 32,6 mld stanziati contro 18,9 mld effettivamente emessi per efficientamento delle case già costruite; i 23,9 mld contro 9,9 mld nelle smart grid e nei sistemi di accumulo; i 15,7 mld contro i 4,4 mld in ricerca e innovazione di processo, trasferimento tecnologico e cooperazione tra imprese low carbon, resilienza e adattamento al clima; i 15,4 mld allocati contro i 2,5 mld di green bond effettivamente emessi a favore di investimenti in energia solare.
In ricerca e innovazione per la transizione green, l’Italia ha allocato il 3,6% del totale dei NextGenEU Green Bond (salvo aggiustamenti finali che si avranno a fine settembre con l’ultima rendicontazione). La Spagna ha fatto una scelta più netta, destinando alle R&S in tecnologie verdi per accompagnare la transizione il 15,5%. Oggi ne beneficia in termini di bolletta energetica e di maggior tasso di crescita. La più decisa transizione della Spagna verso le energie rinnovabili ha dimostrato anche in termini di impatti sul costo in bolletta dell’attuale crisi petrolifera: in base alle stime del Banco de España, all’inizio del 2024 i prezzi all’ingrosso dell’elettricità erano inferiori di circa il 40% rispetto a quanto sarebbero stati se la produzione di energia eolica e solare fosse rimasta ai livelli del 2019.
L’UE quindi non produce solo norme – come spesso le si contesta – ma ha affermato una crescente capacità di attrarre capitali, pubblici e privati. Il problema semmai è stata l’inversione a favore dell’allocazione di tali capitali verso un settore tutt’altro che “pulito”, come quello militare, invece che verso la transizione ecologica. E con il petrolio che ha sforato i 100 dollari al barile questa scelta si sta rivelando un errore fatale.
Con l’Action Plan sulla finanza sostenibile del 2018 (poi aggiornato nel 2021), la Commissione Europea aveva dato un segnale forte e coerente ai mercati, quello di voler perseguire l’ambizione di essere il gruppo di Paesi apripista nel perseguimento di un’economia net-zero. I mercati avevano risposto con investimenti crescenti in strumenti di finanza sostenibile europea, di cui quella green è la quota preponderante. Era quello l’unico comparto in cui l’UE dominava e domina il mercato dei capitali. Il patrimonio dei fondi ESG è infatti quasi di otto volte superiore a quello degli Stati Uniti, con afflussi cumulati pari a 198 miliardi di euro, tra IV trimestre 2022 e l’inizio del 2025 (fonte ESMA). Il valore complessivo delle obbligazioni ESG in circolazione emesse da emittenti UE, privati e pubblici, ha raggiunto 2,7 trilioni di euro a fine 2025, con un aumento dell’8 %, anno su anno.
Le obbligazioni verdi sono rimaste il principale motore di questo comparto, con 279 mld di euro di emissione nel 2025, mentre le emissioni di obbligazioni sostenibili sono aumentate del 29 % nello stesso anno (+24 mld di euro), a testimonianza del crescente interesse per progetti con impatto sia ambientale, sia sociale. Il 2025 è stato anche l’anno di lancio delle obbligazioni verdi europee normate dal regolamento (EuGB), che hanno raggiunto quasi 20 mld di euro da parte di 20 diversi emittenti.
Accelerare la transizione energetica significa non solo tagliare le bollette e l’importazione di petrolio e gas, ma anche ridurre l’esposizione a guerre e strategie egemoniche altrui. Resta un caveat: i finanziamenti stanziati, per sé, non garantiscono autonomia energetica, se non si traducono in capacità installata.
L’Unione Europea deve scegliere se restare esposta alla volatilità del prezzo delle materie fossili e alla “weaponization” energetica a cui gli Stati Uniti hanno esposto il mondo intero, o fare della finanza sostenibile il volano della transizione energetica ed ecologica, come strategia per riaffermare la propria sovranità industriale e per fermare la tendenza verso un futuro di deindustrializzazione e licenziamenti.
Antonella Trocino, Docente di economia dei mercati e degli intermediari finanziari – Università Luiss
Note
“A secco in un mare di petrolio, il paradosso di Hormuz”, di M.G. De Donno, Limes 3/2026
Decisioni di politica monetaria – BCE
A inizio settembre la Volkswagen ha annunciato un accordo tra dirigenza e sindacati sul licenziamento di ulteriori 50.000 dipendenti, che portano il taglio dei lavoratori a 100.000 unità, in aggiunta al precedente contingente, già noto. La direzione e i sindacati hanno inoltre concordato sul fatto che il futuro di quattro stabilimenti tedeschi – ad Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm – non sia garantito oltre il 2030.
Supplementary analysis of the Seventh Carbon Budget
Cfr. Corte dei conti europea, Analisi 1/26
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