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La vicenda di Alessandra Sandri, undicenne scomparsa a Bologna il 7 aprile 1975, è uno dei cold case più dolorosi della storia italiana. Una bambina che viveva una vita normale, improvvisamente inghiottita da una rete di pedofili operante nel suo quartiere. Indagini lunghe e caratterizzate da errori, pregiudizi e depistaggi, a partire dall’ipotesi iniziale – assurda – che Alessandra fosse scomparsa volontariamente “per amore”. Nel corso degli anni emersero testimonianze, registrazioni audio, confessioni indirette e persino la morte sospetta di un uomo che diceva di conoscere la verità. Nonostante condanne per abusi, nessuno ha mai pagato per la sua scomparsa e gli inquirenti non hanno mai ritrovato il suo corpo. Questo breve dossier ricostruisce i fatti, le omissioni e le responsabilità istituzionali che hanno impedito alla famiglia di ottenere giustizia.
La scomparsa del 7 aprile 1975
Il 7 aprile 1975 Alessandra Sandri scende dal bus 13 in via Farini, a Bologna, diretta alla scuola media San Domenico. La madre la vede per l’ultima volta davanti alla Cassa di Risparmio, avvolta nel suo cappottino rosso. Da quel momento, la bambina scompare nel nulla. Gli investigatori della Squadra Mobile si convinsero subito che la piccola fosse andata via volontariamente per una “fuga d’amore”, ipotesi priva di fondamento e che fece perdere giorni preziosi alle indagini. Il capo della Mobile dichiarò persino che “Sandra si era decisa a prendere quella strada” e che non riusciva a immaginare “un bolognese perverso”.
Il bar di via Carissimi e la rete dei pedofili
Un possibile collegamento con la scomparsa di Alessandra Sandri emerge dal caso di Remo Soravia Gnocco, scomparso nel febbraio 1979, quasi quattro anni dopo la bambina. Inizialmente gli inquirenti interpretarono la sparizione come un possibile suicidio, anche perché recuperarono una sua presunta giacca con i documenti su un ponte sul Savena, ma anche in questo caso non riuscono mai a ritrovare il corpo. Molti anni dopo gli investigatori presero in considerazione un’ipotesi diversa: Soravia, che frequentava ambienti e persone che entrarono nell’inchiesta sulla sorte di Alessandra, avrebbe potuto sapere che cosa le fosse realmente accaduto e qualcuno lo avrebbe ucciso per impedirgli di parlare. A rafforzare questa pista contribuì la testimonianza di una donna che riferì di aver ascoltato una conversazione sull’occultamento del corpo di Alessandra, affermando che gli assassini di Alessandra avrebbero nascosto il corpo assieme a quello di Soravia nello stesso luogo. Le dichiarazioni portarono a nuove ricerche nella zona di Loiano, sull’Appennino bolognese. Il legame tra le due scomparse rimane tuttavia un’ipotesi investigativa mai definitivamente provata: le sorti di Alessandra e di Remo è rimangono senza un chiarimento e nessuna sentenza ha accertato che i due casi abbiano effettivamente un nesso.
La registrazione degli abusi: la confessione forzata
Poche settimane prima della sua scomparsa, Ignazio Parentela, un vicino di casa della famiglia Sandri, sottopose Alessandra a un lungo colloquio, registrando su nastro le sue dichiarazioni. Parentelà realizzò tale registrazione, della durata di circa 23 minuti,. nel retrobottega di un negozio di materiale elettrico. Essa contiene il racconto della bambina sugli abusi sessuali che subì da parte di uomini adulti e, secondo le ricostruzioni successive, riferimenti che potevano far pensare anche all’esistenza di altre giovani vittime. Parentela avrebbe informato la polizia dell’esistenza del nastro soltanto dopo la scomparsa di Alessandra, avvenuta il 7 aprile 1975. La registrazione divenne così uno degli elementi centrali del caso: gli abusi raccontati che la bambina raccontò portarono infatti a un procedimento giudiziario che terminò con la condanna di Franco Mascagni e Giorgio Fragili.
Nonostante ciò, nessuno fu condannato per la scomparsa e l’omicidio della bambina. La madre di Alessandra, Marisa Balduini, continuò a chiedere almeno di poter piangere sua figlia su una tomba, ma non ottenne mai risposte. Nelle successive indagini sulla scomparsa gli inquirenti presero in considerazione l’ipotesi che la diffusione, nell’ambiente frequentato da Alessandra, della notizia delle sue rivelazioni potesse aver rappresentato un movente per farla tacere. Quest’ultimo collegamento, tuttavia, rimane un’ipotesi investigativa e non è mai stato definitivamente accertato in sede giudiziaria.
La riapertura del caso e la confessione del presunto assassino
Nel 2010, il caso fu riaperto grazie alla trasmissione Chi l’ha visto?. Un nuovo testimone riferì che Mascagni gli aveva confessato di essere innamorato di una giovane e che, se questa lo avesse respinto, le avrebbe “fatto fare la fine di Alessandra”. Mascagni avrebbe anche raccontato che Alessandra gli disse di aver parlato dei loro rapporti a un altro uomo, e che lui si era “sentito tradito”. Gli inquirenti considerarono questa testimonianza una prova indiretta dell’omicidio. Tuttavia, Mascagni era ormai morto, e la Procura chiese l’archiviazione per morte del reo. Anche il nuovo testimone morì poco dopo.
Le dichiarazioni dei magistrati: la negazione della pedofilia
Fin dai primi giorni, alcuni magistrati e investigatori sostennero che Alessandra andò via volontariamente e che la pedofilia non c’entrasse nulla nel caso. Queste dichiarazioni contribuirono a ritardare le indagini e a minimizzare la gravità degli abusi. Il capo della Squadra Mobile arrivò a dire che “il bolognese è un gaudente razionale” e che non poteva immaginare un pedofilo nella sua città, negando di fatto la possibilità stessa del reato . Questa posizione istituzionale ebbe conseguenze devastanti: gli abusatori ebbero tempo di coprire le tracce, e la bambina non fu mai ritrovata.
Cinquant’anni di attesa e una verità ancora negata
A distanza di cinquant’anni, il caso di Alessandra Sandri resta irrisolto. La famiglia non ha mai avuto un corpo su cui piangere, e nessuno ha pagato per la sua scomparsa. Troppi errori, pregiudizi e depistaggi nelle indagini e nessuno riuscì mai a smantellare completamente la rete di pedofili del quartiere. Il caso rimane un simbolo di come la giustizia italiana, negli anni Settanta e Ottanta, abbia spesso fallito nel proteggere i minori e nel riconoscere la gravità degli abusi sessuali.

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Marco Della Corte
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