Nenad Jakovljević ha vissuto una stagione particolare: da assistente, è diventato capo allenatore della Virtus Bologna nel pieno della EuroLeague.
Un percorso costruito lontano dai riflettori, passato da Bayern Monaco e poi sviluppato a Trento, dove ha lavorato in tutte le categorie giovanili prima di entrare nello staff della prima squadra. Durante la pandemia ha collaborato con la EuroLeague, poi Vladimir Jovanović lo ha portato alla Stella Rossa, dove ha lavorato anche con Dusko Ivanovic. Nel 2025/26, il destino lo ha portato proprio a succedere a Ivanovic sulla panchina bianconera.
Dal video alla panchina della Virtus
Jakovljević racconta così la differenza tra i ruoli: «I ruoli di capo allenatore e assistente sono diversi sotto molti aspetti. Come assistente, la mia responsabilità principale era essere il miglior supporto possibile per la squadra, per il capo allenatore e per ogni singolo giocatore.»
Alla Virtus ha attraversato ogni tappa: video coordinator, sviluppo individuale, analisi EuroLeague, scouting totale degli avversari. Quando la società gli affida la squadra, sceglie una linea di continuità:
«Non volevo introdurre cambiamenti drastici. Abbiamo aggiunto e adattato alcuni elementi del nostro gioco, sia in difesa che in attacco, cercando comunque di lasciare il mio imprinting.»
La semifinale con Venezia e il peso delle assenze
Guardando ai playoff, Jakovljević non nasconde la difficoltà: «Abbiamo affrontato problemi significativi nel ruolo di playmaker per tutta la serie. Non potevamo contare su Pajola, Vildoza e Derrick Alston Jr. La delusione più grande resta il fatto di non aver potuto competere al completo.»
«È stata una sfida estremamente impegnativa, anche perché affrontavamo una Venezia molto talentuosa e guidata in modo eccellente da Neven Spahija.»
Succedere a Ivanovic: responsabilità e identità
Il passaggio di ruolo non è stato semplice: «È certamente una responsabilità enorme succedere a un allenatore del calibro di Ivanovic, soprattutto alla Virtus. Ero pienamente consapevole della portata della sfida.»
«Non mi sono mai visto come il ‘poliziotto buono’ o il ‘poliziotto cattivo’. Mi sono sempre guidato da una domanda: come posso aiutare la squadra?»
Quando la squadra ha iniziato a vederlo come capo allenatore
Pur essendo parte del progetto fin dall’estate, il cambio di ruolo richiede tempo: «Ho ricevuto un enorme supporto da tutti i giocatori. Sentivo la loro fiducia e la loro disponibilità a essere guidati e allenati.»
Il mancato approdo in finale pesa: «Sono deluso per non aver raggiunto l’obiettivo di arrivare in finale. Era una delle condizioni per continuare la collaborazione.»
Basket, psicologia e leadership
Alla domanda su quanto conti la psicologia: «Senza una profonda conoscenza del basket è impossibile avere successo. Ma il ruolo di capo allenatore richiede anche competenze in psicologia, relazioni interpersonali, leadership, delega e gestione delle responsabilità.»
E aggiunge: «Non ho mai pensato che sarebbe stato meglio restare assistente. Mi sento onorato e felice, ma soprattutto sento di essere diventato un allenatore migliore.»
Il debutto in EuroLeague da capo allenatore
Il suo primo match da head coach in EuroLeague è stato speciale: «La prima partita da capo allenatore in EuroLeague è stata contro la Stella Rossa, il club dove lavoravo prima. È stata un’esperienza molto emozionante.»
«Metterei in evidenza il ritmo e l’intensità con cui si gioca in EuroLeague.»
Pajola, Vildoza e il valore dei giocatori che ha allenato
Su Alessandro Pajola: «Pajo è una grande persona e un grande giocatore. La sua difesa sulla palla e la comunicazione in campo sono i suoi punti di forza.»
«Ha un’incredibile voglia di dimostrare il suo valore fuori dall’Italia. Sono convinto che sarà una risorsa importante per coach Penarroya.»
Su Luca Vildoza: «Non c’è bisogno di mettere in discussione le sue qualità. Se resta sano e trova ritmo, insieme a Carlik e Pajo, Partizan avrà un backcourt estremamente talentuoso.»
Tornike Shengelia, il professionista totale
Jakovljević parla di Shengelia con grande rispetto: «Toko è uno dei più grandi professionisti con cui ho lavorato. È incredibilmente dedito alla squadra.»
«All’inizio non è stato facile guadagnare la sua fiducia. Dopo qualche mese iniziò a mandarmi messaggi brevi e chiari… qualcosa tipo: ‘Stasera alle 19:00?’»
«È uno dei giocatori più completi con cui abbia mai lavorato. Restavamo un’ora dopo l’allenamento a parlare di politica, Hollywood, sport management…»
La nazionale serba e il valore di un gruppo unico
Sulla nazionale: «Il mio tempo con la nazionale serba è qualcosa che porterò sempre con grande orgoglio. È stata un’esperienza professionale e personale di enorme valore.»
«Coach Pešić è sempre stato una fonte inesauribile di conoscenza.»
Su Bogdanović e Jokic: «Non c’è bisogno di dire molto su Bogdan o Nikola. Lavorare con i nostri migliori giocatori è un privilegio.»
E ricorda gli “eroi silenziosi”: «Non so cosa sarebbe successo se Ognjen Jaramaz non avesse preso responsabilità contro la Grecia, o se Dusan Ristic non avesse fatto una prestazione fenomenale contro la Turchia.»
La partita contro Team USA alle Olimpiadi
«Quella partita è stata uno dei momenti più alti del nostro lavoro con coach Pešić. C’è ancora delusione perché abbiamo giocato una gara quasi perfetta.»
«Team USA ha mostrato qualità e profondità incredibili. Non è stato facile superare quella sconfitta, ma dopo il bronzo contro la Germania siamo tornati in Serbia da vincitori.»
Il futuro
«In questo momento non posso dire con certezza dove continuerò la mia carriera. Non escludo di andare negli Stati Uniti per ulteriore formazione. Sono convinto che tutto il lavoro e l’energia investiti daranno presto le risposte migliori.»
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