Intervista esclusiva a Frey: “Paratici uomo giusto”



In un’intervista esclusiva a Flashscore, l’ex portiere della Francia e della Serie A Sebastien Frey analizza senza filtri le conseguenze del Mondiale allargato. Dalla delusione dei Bleus all’arrivo di Zinédine Zidane, fino al futuro di Inter e Fiorentina, Frey affronta alcuni dei temi più caldi del calcio mondiale e spiega perché Paolo Maldini possa diventare la figura chiave per riportare l’Italia ai vertici internazionali.

Nel complesso, che giudizio dai sul Mondiale appena concluso? È stata la prima edizione allargata e ha fatto discutere molto, dentro e fuori dal campo.

“In questo momento ho sensazioni contrastanti. Da una parte ci sono state diverse partite che mi sono piaciute davvero. Dall’altra, abbiamo visto come si è sviluppato il torneo e chi alla fine ha alzato il trofeo. Questa è la magia del Mondiale: possono sempre accadere cose inattese, sorprese meravigliose. Per la Spagna è stata una sorpresa fantastica, forse un po’ meno per Argentina e Francia, ma questa competizione ha sempre qualcosa di unico.

“Allo stesso tempo, seguendolo da lontano per un mese, ho percepito tante polemiche attorno al torneo. Non sono andato di persona, un po’ per scelta e un po’ per i miei impegni con la FIFA, perché avevo davvero bisogno di staccare. Mi auguro che le istituzioni, da Gianni Infantino alla guida della FIFA fino a tutte le federazioni e organizzazioni del calcio mondiale, facciano una vera riflessione per capire come migliorare ulteriormente questa competizione in futuro.

“Purtroppo ci sono stati anche episodi vergognosi. Non so se hai seguito la polemica dopo Francia-Paraguay, ma le dichiarazioni del ministro paraguaiano sono state inaccettabili: puro razzismo.

“Nella società in generale, e ancora di più nel calcio, combattiamo il razzismo da sempre. Quando figure pubbliche che rappresentano una nazione si permettono di usare certi toni, significa che siamo davanti a situazioni che non dovrebbero esistere nel nostro sport. Questo è stato sicuramente uno degli aspetti più negativi che ho colto”.

Dall’altra parte, quali sono stati invece gli aspetti positivi?

“Dal punto di vista dell’immagine e del racconto dell’evento, guardando il torneo sui social e in televisione, tutto sembrava grandioso e spettacolare. D’altra parte eravamo negli Stati Uniti.

“A essere sincero, prima del Mondiale in Qatar eravamo tutti molto scettici, io compreso. Non ero sul posto perché commentavo dall’Italia e sarei dovuto andare solo per la finale per obblighi contrattuali, ma tutti i miei ex colleghi presenti mi hanno confermato che è stata un’esperienza unica e bellissima. È curioso: prima dell’inizio erano tutti pronti a criticare, poi chi l’ha vissuto da vicino ne ha parlato come di qualcosa di meraviglioso”.

“Ora aspetto di incontrare gli amici che stanno tornando dagli Stati Uniti, da Christian Karembeu a tanti altri che erano sul posto. La prima cosa che chiederò sarà come hanno vissuto l’esperienza, anche dal punto di vista dell’organizzazione FIFA Legends.

“Da fuori, la gestione dell’evento sembrava solida, con tantissime iniziative collaterali. Quando si parla di ‘show all’americana’, sappiamo di cosa sono capaci. Ho visto un intrattenimento che sembrava uscito direttamente dal Super Bowl. In questo sono maestri, e da spettatore mi sono divertito.

“Bisogna però considerare anche il punto di vista dei giocatori. Le pause forzate, come le lunghe interruzioni per idratarsi, o gli spettacoli nell’intervallo che allungavano i tempi, sono aspetti che ho notato anche a distanza e sui quali dovrebbero esprimersi soprattutto i calciatori che erano in campo. Da semplice spettatore esterno, comunque, la messa in scena complessiva è stata di altissimo livello”.

Venendo al campo, la tua patria, la Francia, è stata forse la più grande delusione del torneo?

“Sì, è stata una delusione, perché la rosa era talmente forte che tutti la consideravano la favorita assoluta, sia prima sia durante il Mondiale. Continuo a pensare che questa nazionale abbia un potenziale enorme per le prossime competizioni, grazie a un mix straordinario tra giocatori esperti e giovani di grandissimo talento.

“Bisogna lasciarsi alle spalle questa amarezza, perché per la Francia resta un boccone amaro da mandare giù. Secondo me, però, la nostra nazionale resta la più forte e può continuare a stare al vertice per molti anni, anche con il cambio in panchina”.

Zidane di nuovo per la Francia

Parlando di panchina: cosa pensi del lavoro di Didier Deschamps e ora della nuova era con Zinedine Zidane?

“Appena la Francia ha perso contro la Spagna, ho scritto subito a Didier Deschamps. Gli ho detto che non era il finale che mi aspettavo per lui, dopo tutto quello che aveva fatto. Quello che Deschamps ha ottenuto con la nazionale è stato semplicemente monumentale.

“Ha vinto un Mondiale e ha raggiunto la finale di un altro. E, onestamente, quella finale contro l’Argentina è stata quasi una vittoria, decisa da un episodio negli ultimi tre secondi. Se (Randal) Kolo Muani avesse segnato, oggi parleremmo di qualcosa di leggendario. Per trofei, stile di gioco e prestigio, Deschamps lascia un’eredità unica”.

“Ora però arriva quello che io chiamo il ‘Dio del calcio francese’: il nostro Zizou. Zidane ha un credito illimitato per l’aura e il carisma che trasmette. È un gigante del calcio, non solo in Francia ma in tutto il mondo. Gli ho augurato buona fortuna, e conosco molto bene anche il suo staff tecnico.

“Il suo arrivo apre una nuova pagina e porta un entusiasmo enorme. Sono convinto che farà benissimo. Quando Zidane parla di tecnica e tattica nel calcio moderno, tutti gli altri devono solo abbassare la testa e ascoltare. Saprà trasmettere i concetti fondamentali a una generazione di giocatori fortissima.

“Attenzione però, perché sarà una sfida enorme anche per lui: appena arriveranno gli Europei, i paragoni con il percorso di Deschamps inizieranno subito. Ma Zidane ha un carisma silenzioso e una gestione umana eccezionale. Da quello che sento, i giocatori sono entusiasti all’idea di essere allenati da una figura come lui, e tutta la Francia è in fermento”.

Da ex portiere, abbiamo visto un utilizzo sempre più centrale dei portieri nella costruzione dal basso. Come giudichi questa evoluzione del ruolo?

“Mi piace molto l’evoluzione del ruolo, ma non mi piace quando si esagera. Anche in questo Mondiale abbiamo visto tre o quattro errori gravi causati dall’ossessione di giocare dal basso a tutti i costi. Mike Maignan si è preso grossi rischi contro la Spagna, e i gol sono arrivati proprio per un’eccessiva sicurezza nel possesso e nel tentativo di dribblare il pericolo.

“Mi piace vedere portieri più coinvolti. La parata resta la priorità assoluta in fase difensiva, ma nella costruzione il portiere moderno diventa di fatto il primo attaccante. Un lancio lungo preciso può spaccare la partita. Negli ultimi anni, giocatori come Ederson, Alisson, Jordan Pickford, Marc-Andre ter Stegen o Manuel Neuer hanno dimostrato quanto possa essere decisivo avere piedi educati, collezionando assist e lanciando contropiedi micidiali.

“L’errore è portare tutto all’eccesso. Essere bravi con i piedi significa anche saper mettere un pallone di cinquanta metri sul petto del compagno. Non vuol dire forzare venti passaggi rischiosi nella propria area. Quello non è più giocare a calcio, ma prendersi rischi inutili”.

La Spagna ‘incredibile’

La Spagna è stata la squadra che più ha meritato la vittoria finale?

“Tutte e quattro le semifinaliste (Argentina, Inghilterra, Spagna e Francia) hanno dimostrato sul campo di essere le più forti. La Francia era la mia favorita iniziale. Personalmente mi aspettavo qualcosa in più dal Portogallo e vedevo il Marocco come possibile sorpresa, quindi il mio pronostico non era perfetto.

“Detto questo, la Spagna ha disputato un Mondiale incredibile. Subire un solo gol in tutto il torneo dimostra una solidità difensiva impressionante. In più ha quel possesso palla ad alta intensità che soffoca gli avversari, unito a talenti individuali che hanno confermato il loro valore o si sono imposti sulla scena mondiale”.

Che bilancio fai dell’ultimo capitolo ai Mondiali di Lionel Messi e Cristiano Ronaldo?

“Credo che abbiamo assistito alla chiusura di un’epoca irripetibile. Hanno dominato il calcio mondiale per oltre dieci anni, qualcosa di immenso. Non si può fare altro che togliersi il cappello e ringraziarli per tutto quello che hanno dato al calcio.

Per quanto mi riguarda, il paragone tra i due non ha senso, perché parliamo di profili completamente diversi. Da una parte c’è un genio puro del calcio; dall’altra, il prototipo assoluto dell’atleta d’élite. Messi è come Maradona: un talento generazionale, nato con la magia nei piedi”.

“Ronaldo, invece, si è costruito con lavoro e disciplina senza sosta. Ed è proprio per questo che Cristiano deve essere il modello per ogni ragazzo che sogna in grande. Guardando Messi pensi: ‘Meraviglioso, ma è impossibile diventare come lui, perché ci è nato’. Guardando Ronaldo, invece, vedi da dove è partito e dove è arrivato grazie al sacrificio. Un giovane può dirsi: ‘Se ce l’ha fatta lui, posso provarci anch’io'”.

Il momento della Fiorentina

Passando alla Serie A e alle tue ex squadre: la Fiorentina sta vivendo un mercato importante e l’arrivo di Fabio Paratici sembra una mossa solida. Come giudichi la nuova direzione della Viola?

“Era la scossa che serviva al club. La scomparsa di Joe Barone aveva lasciato un vuoto enorme, perché gestiva la società a 360 gradi, e poi è arrivata anche la perdita del presidente Rocco Commisso. Serviva disperatamente un dirigente esperto che prendesse in mano l’area sportiva. Alessandro Ferrari sta facendo un ottimo lavoro, ma gestire tutto da solo era impossibile.

“In proporzione, l’arrivo di Fabio Paratici a Firenze mi ricorda l’impatto che ebbe Giuseppe Marotta quando arrivò all’Inter. Paratici porta un bagaglio di esperienza internazionale fondamentale per rimettere ordine e costruire un progetto chiaro dopo un paio di stagioni complicate. Sarò presto a Firenze per gli eventi del centenario del club e sono convinto che sia l’uomo giusto al momento giusto”.

Che ambizioni può realisticamente avere la Fiorentina in questa stagione? La qualificazione in Champions League è alla portata?

“No, secondo me la Champions League è ancora un po’ prematura. L’obiettivo principale deve essere consolidare un posto in Europa, che sia Conference League o Europa League. Questa deve essere la realtà attuale della Fiorentina. Poi, se dovesse arrivare una stagione perfetta in cui tutto gira, sarei il più felice del mondo.

“Tutti però devono restare con i piedi per terra. In passato l’errore è stato caricare l’ambiente di aspettative troppo alte. Firenze è una piazza passionale ma esigente, e può travolgerti quando le cose vanno male.

“Ho sempre pensato che sia meglio volare basso e far sognare la gente strada facendo. Parlare subito di Champions League rischia di creare frustrazione al primo passo falso. Tornare in Europa anche quest’anno sarebbe già un grande risultato”.

Cosa ti aspetti dall’Inter in vista della prossima stagione?

“Dall’Inter mi aspetto continuità. La squadra arriva da una stagione importante: vincere due trofei è sempre un traguardo significativo per un club come l’Inter. Ora l’obiettivo principale deve essere confermarsi tra le grandi protagoniste della Champions League. In Serie A, in questo momento, l’Inter è l’unica squadra con la struttura per competere davvero ai massimi livelli europei. Le altre non sembrano ancora pronte per quel salto.

“Marotta ha idee chiarissime e la scommessa su Cristian Chivu è stata vinta alla grande. Ho parlato con Cristian qualche settimana fa e gli ho fatto i complimenti. È arrivato tra mille critiche, ha abbassato la testa, ha lavorato con umiltà e in silenzio per quattro mesi e alla fine si è tolto grandi soddisfazioni. Il rinnovo è meritato al 100%”.

Ti aspettavi un impatto così rapido da parte di Chivu in una posizione così delicata?

Onestamente no — non così in fretta. Passare da sei mesi al Parma direttamente alla panchina dell’Inter, ereditando la pesante eredità di Simone Inzaghi con la pressione immediata di dover vincere, era una sfida enorme.

Conosco bene Cristian, è sempre stato un maniaco del calcio. Anche quando giocavamo insieme gli dicevo: “Hai la mentalità da allenatore, non da calciatore”. Aveva una leadership naturale: è stato capitano della Romania per anni e uomo spogliatoio ovunque abbia giocato, dalla Roma all’Inter. Era un leader nato, ma aspettarsi una transizione così fluida era difficile. Sono davvero felice di essermi sbagliato.”

Ti ha sorpreso anche Daniele De Rossi al Genoa?

“È una storia molto simile a quella di Chivu. Parliamo di figure che erano già allenatori in campo da giocatori, per carisma, lettura tattica e capacità di guidare i compagni.

“Il suo esonero dalla Roma è stato duro e prematuro, ma spero davvero che un giorno possa tornare dalla porta principale nel club che ama. Nel frattempo è giusto che si faccia le ossa. Al Genoa sta facendo un lavoro fantastico: per i giovani di oggi essere allenati da una figura del genere è un vero privilegio.”

E il Parma, che ha conquistato la salvezza con largo anticipo sotto la guida di Carlos Cuesta, giovane tecnico alla prima esperienza in Serie A?

“Il Parma ha fatto una stagione fantastica. Avendoci giocato, so cosa rappresenta quel club: negli anni ’90 e 2000 era una potenza del calcio italiano. Dopo anni difficili, passati a lottare nelle categorie inferiori, la scorsa stagione ha dato segnali molto incoraggianti.

“Ora mi aspetto un ulteriore salto. Mi piacerebbe vedere il Parma stabilizzarsi serenamente a metà classifica e magari provare a inserirsi nella corsa per un posto in Conference League. L’allenatore è stato uno dei principali artefici di una salvezza raggiunta con largo anticipo, evitando che la squadra venisse risucchiata nella lotta retrocessione quando le cose si sono complicate”.

Maldini di nuovo protagonista

Una battuta finale sulla nazionale italiana: come giudichi la coppia dirigenziale Paolo Maldini – Leonardo? Ci sono le basi per tornare finalmente al Mondiale?

“Scegliere tra Paolo Maldini, Alessandro Del Piero e Roberto Baggio significava comunque cadere in piedi. L’ingresso di Maldini si rivelerà una scelta vincente nei prossimi sei anni, durante la ricostruzione dell’intero sistema. Paolo non è solo un’icona dell’AC Milan; è il simbolo globale del calcio italiano — un campione unico, leader naturale e uomo di grande classe.

L’Italia aveva bisogno di una figura che avesse vissuto quei contesti d’élite dall’interno per restituire l’orgoglio di indossare la maglia azzurra. Da francese, ti dico che è stato straziante vedere una potenza storica come l’Italia mancare tre Mondiali di fila. È qualcosa che non dovrebbe mai accadere.

“Bisognava intervenire subito dopo la prima mancata qualificazione, ma ora la strada è quella giusta. Affiancare a Maldini una figura come Leonardo, che porta esperienza e visione internazionale, crea una sinergia perfetta.

“Serve una programmazione a lungo termine. L’Italia deve essere ai prossimi Europei e ritrovare la propria identità, ma il vero obiettivo deve essere il prossimo Mondiale, costruendo poi verso il torneo del 2032 che sarà ospitato in parte in casa.

“Guarda la Francia prima del 1998: dopo aver mancato la qualificazione nel 1990 e nel 1994, tra mille critiche, ha costruito il gruppo vincente che ha alzato la coppa in casa nel ’98. L’Italia deve seguire quel modello: costruire una squadra pronta a vincere davanti ai propri tifosi. Al Mondiale è mancata quella maglia azzurra iconica, e Paolo Maldini è la persona giusta per trasmettere di nuovo quei valori fondamentali”.

SEGUI TUTTE LE NOTIZIE DELLA GIORNATA IN DIRETTA

Per rimanere aggiornato su tutto ciò che accade nel mondo del calcio, segui il nostro live. Notizie, curiosità, approfondimenti e reazioni dai social: tutto in un unico spazio, aggiornato in tempo reale.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 

Source link

Di