Riccardi: “Dove sono i manfredoniani? Dove si è nascosta quella comunità che riempiva le sale, le strade e le sere? Che cosa sta diventando Manfredonia?”


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Riccardi: “Dove sono i manfredoniani? Dove si è nascosta quella comunità che riempiva le sale, le strade e le sere? Che cosa sta diventando Manfredonia?”

Va riconosciuto alla Bottega degli Apocrifi il merito di aver voluto e prodotto, all’interno della rassegna Mille di queste Notti, un’esperienza capace di andare oltre il teatro e oltre la semplice celebrazione della memoria. Affidando al Circolo Bergman il racconto di Manfredonia e dei suoi cinema scomparsi, ha consegnato alla città uno spettacolo che non si limita a ricordare ciò che è stato: ci invita a osservare ciò che siamo diventati.

Era da tempo che non passeggiavo per Manfredonia con la giusta attenzione. Non attraversandola per abitudine, come facciamo ogni giorno, ma guardandola davvero. Le cuffie di Tutti i cinema di domani sono diventate, per una sera, un’arma gentile contro il rumore: hanno tenuto fuori il frastuono dei pensieri e della quotidianità, lasciando entrare voci, musiche e racconti provenienti da una città che credevamo scomparsa e che, invece, continua a vivere sotto la superficie di quella presente.

Camminando, avevo la sensazione che dietro le facciate di oggi potessero riaccendersi le insegne, del Cinema Pesante con l’Arena Giardino, Fulgor, il Vittoria, l’Arena San Lorenzo, l’Impero e Piscinone. Non erano semplicemente nomi di vecchie sale cinematografiche, ma luoghi nei quali generazioni di manfredoniani avevano imparato a incontrarsi, a emozionarsi, a innamorarsi. Il cinema non cominciava con l’apparizione delle immagini sullo schermo e non finiva con i titoli di coda: continuava sui marciapiedi, nelle conversazioni all’uscita, negli sguardi scambiati durante l’attesa, nei racconti portati a casa.

Io quel tempo l’ho vissuto. Per questo non stavo soltanto ascoltando uno spettacolo: stavo ritrovando il bambino che sono stato. Tornavano il biglietto stretto tra le dita, il brusio della sala, il rumore delle poltrone e quel momento quasi solenne in cui le luci si spegnevano. Nel buio, lo schermo sembrava poter contenere tutto: mondi lontani, vite diverse dalla nostra, amori impossibili e avventure che, almeno per qualche ora, diventavano anche nostre.

Tra un racconto e l’altro del percorso mi è tornato alla mente il racconto di Lucio Dalla, legato al Cinema Impero e alle estati trascorse a Manfredonia. Da bambino, Lucio dormiva in una stanza affacciata sull’arena di via dell’Arcangelo. Il cinema arrivava fino a lui prima ancora attraverso il suono che attraverso le immagini: le voci degli attori, i dialoghi e le musiche salivano nella notte e raggiungevano il suo letto.

È un’immagine di una bellezza straordinaria: un bambino disteso nel buio che ascolta, oltre la finestra, le storie proiettate sullo schermo. Talvolta quella finestra diventava un passaggio e Lucio riusciva a raggiungere la galleria, entrando quasi di nascosto dentro quel mondo che lo aveva già conquistato. Tra le voci ascoltate nelle sere manfredoniane rimase impressa quella calda e profonda di Marcello Mastroianni, che molti anni dopo avrebbe ritrovato e coinvolto nella sua canzone Cinema.

In quel racconto l’Impero smetteva di essere soltanto una sala scomparsa. Diventava il luogo in cui l’immaginazione di un bambino aveva cominciato a prendere forma, quando il cinema era ancora una voce che saliva nella notte prima di diventare immagine, musica e forse destino. Pensare che una parte della sensibilità di Lucio Dalla possa essere passata anche da quelle sere, da quella finestra e da quel cinema rende l’Impero qualcosa di più di un ricordo cittadino: lo trasforma in un frammento di storia artistica e umana.

La passeggiata proseguiva delicata, suggestiva, a tratti commovente. Poi, lentamente, la mia attenzione ha cominciato a spostarsi dalle voci nelle cuffie a ciò che avevo davanti agli occhi. È accaduto soprattutto quando il percorso ha imboccato Corso Manfredi, quella che un tempo era la via del passeggio, dei primi amori, delle comitive e delle bancarelle. La strada nella quale non serviva avere una destinazione, perché la destinazione era la città stessa. Si usciva sapendo che qualcuno si sarebbe incontrato, che una voce avrebbe chiamato il nostro nome, che la serata avrebbe preso forma semplicemente stando insieme.

Lì ho guardato Manfredonia e l’ho vista diversa.

Ho visto poche luci, pochi volti e pochi passi. Molti luoghi hanno cambiato nome, aspetto e funzione, come è naturale che accada in una città. Ma non è stata la trasformazione degli spazi a colpirmi. È stato il vuoto. È stata la sensazione che insieme ai vecchi cinema si fosse consumata anche una parte della nostra capacità di stare insieme.

Nelle cuffie ascoltavo storie di sale affollate e di una comunità capace di riconoscersi nello stesso luogo e davanti allo stesso schermo. Intorno a me, invece, incontravo una città silenziosa, quasi ripiegata su sé stessa. E così, pur camminando in mezzo ad altre persone, mi sono sentito improvvisamente solo.

Il contrasto era doloroso. Da una parte la voce che racconta la mia città. Dall’altra una Manfredonia nella quale persino i luoghi della socialità sembrano avere perduto una parte della propria voce. Il San Michele continua coraggiosamente a tenere accesa una luce, raccogliendo idealmente l’eredità delle sale che non ci sono più, ma una sola luce, per quanto preziosa, non può illuminare da sola un’intera città.

Non voglio trasformare questa sensazione in un’accusa politica e non cerco colpevoli. Sarebbe troppo facile indicare qualcuno e sentirsi assolti. Avverto, piuttosto, una responsabilità che riguarda tutti noi. Una città non si spegne in un giorno e non per una sola ragione. Si spegne lentamente quando smettiamo di abitarla davvero, quando rinunciamo all’incontro, quando consideriamo inevitabili le strade vuote e quando la memoria diventa soltanto rimpianto, senza riuscire più a generare desiderio.

Tutti i cinema di domani ci ha condotti alla ricerca delle sale di ieri, ma lungo il cammino ci ha obbligati a incontrare la città di oggi. È questa, forse, la forza più profonda dello spettacolo: aver trasformato la nostalgia in una domanda.

Dove sono i manfredoniani? Dove si è nascosta quella comunità che riempiva le sale, le strade e le sere? Che cosa sta diventando Manfredonia?

Alla fine del percorso ho tolto le cuffie. Le voci si sono interrotte, ma dentro di me è rimasta l’immagine di Lucio bambino, affacciato sul Cinema Impero, mentre ascolta le storie salire nella notte. È rimasta anche la consapevolezza che quei cinema non ci chiedono soltanto di essere ricordati. Ci chiedono di raccoglierne lo spirito, di recuperare il piacere dell’incontro e di tornare a immaginare insieme una città possibile.

Non potremo riaccendere tutte le vecchie insegne. Possiamo però provare a riaccendere Manfredonia.

Le cuffie le ho tolte. Il silenzio della città, invece, è rimasto.

Palombella Rossa – Angelo Riccardi




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