Il Cil(Indro) del più grande: venticinque anni senza Montanelli, il controcorrente che nessuno potrà mai imitare


Nessuno scrive come lui. Nessuno ha avuto il suo coraggio e la sua capacità di farsi comprendere da tutti. Anticomunista quando il comunismo era un pericolo, non glielo perdonano

Per una volta Marco Travaglio ha ragione: chi non ha conosciuto Indro Montanelli non avrà mai la contezza di quanto fosse stato grande. Eppure, è una fortuna che, 25 anni dopo la sua morte, il più celebre, il più bravo, il più incisivo dei giornalisti italiani del Novecento non assista a questo coro di celebrazioni, lui che detestava il reducismo e la retorica.

Una vita da hombre vertical

Nato a Fucecchio, un paesino toscano, il 1909, Montanelli a 13 anni diventa fascista. Ha già in mente di fare il giornalista, “l’unica cosa a cui ho pensato sin da quando ho iniziato a pensare“. Inizia a collaborare da giovane con alcune testate autorevoli, seppure di nicchia, del regime. Il 1933 scrive un pezzo per criticare Adolf Hitler e le sue politiche antisemite. Mussolini lo convoca (sarà l’unico incontro) e si complimenta: “Bravo! Il razzismo è roba da biondi”.

Va volontario in Etiopia come ufficiale, sposa una ragazzina di 13 anni. Questo gli costerà e gli costa ancora il vergognoso appello di pedofilo che qualche stupido agit-prop ancora propala. Dimenticando che aveva 26 anni e che cento anni fa, in Africa, le ragazzine di tredici anni si sposavano abitualmente (in Italia lo facevano a sedici). La ragazza gli resterà legata fino al punto di chiamare Indro il figlio avuto successivamente.

Parte come inviato nella guerra civile spagnola. E scrive un pezzo che smonta la retorica dell’impegno delle nostre truppe al fianco dei franchisti. Il Pnf lo espelle dal partito e lo radia dall’albo. Continuerà a scrivere sul Corriere da clandestino. Dopo una serie di viaggi in Lituania e negli Stati Uniti.

La condanna a morte dei nazisti

Lasciato il fascismo, da cui esce disincantato per una trasformazione che lo delude, collabora con i gruppi della Resistenza. I nazisti lo arrestano e lo condannano a morte. Solo l’intervento del cardinale Schuster, prossimo alla Beatificazione, gli eviterà la pena capitale.

Nel dopoguerra torna al Corriere, dove diventerà, nella stagione in cui scrivevano sul più grande quotidiano italiano gente come Buzzati, Moravia, Pasolini, la firma più importante. Inizia a scrivere libri di storia,  da solo prima e poi con Mario Cervi e Roberto Gervaso. Soffre di terribili depressioni che lo sfiancano. Magro, alto, fuma poco, mangia pochissimo, beve due bicchieri di Chianti ogni giorno.

L’anatema del futuro Papa

Montanelli è un liberale di destra, anticomunista, anticlericale. Scrive profeticamente di Andreotti: “Quando vanno in chiesa con De Gasperi, lui parla con il prete , l’altro con Dio”. Il cardinale Montini, futuro papa Paolo VI, chiede al Corriere di licenziarlo insieme a Moravia, ma i suoi articoli sono troppo preziosi per le vendite.

L’anticomunismo e l’uscita da via Solferino

Con la direzione di Piero Ottone, il Corriere, giornale borghese, diventa troppo progressista. Montanelli sbatte la porta e se ne va. Il 1974 fonda, Il Giornale, dedicato ai conservatori che hanno un animo anticomunista. Dopo qualche anno, l’editore di quella bella invenzione diventerà Silvio Berlusconi.

Gambizzato e ignorato.. “salvato dal Duce”

Il 1977 le Brigate Rosse gli sparano alle gambe a Milano. Non vogliono ucciderlo ma lui non lo sa. “Mi salvai pensando a Mussolini. Bisogna restare in piedi, pensai. Se mi fossi piegato mi avrebbero colpito alla testa. Avevo una pistola ma ebbi la lucidità di non estrarla”. Tutti occorrono al suo capezzale, finanche Giorgio Bocca. L‘unico giornale che vergognosamente metterà due righe, titolando, “Spari a un giornalista”; sarà proprio il suo Corriere. Un anno prima, timoroso del sorpasso del Pci, scrive il memorabile articolo: “Turiamoci il naso e votiamo Dc”. Negli anni Ottanta la sua creatura raggiunge e supera le duecentomila copie, nonostante egli rifitasse la pubblicit di Mediaset.

Il lattaio dell’Ohio

La sua prosa è limpida, chiara ,leggibile da tutti. “Quando sono stato in America ho capito che un articolo è valido se anche il lattaio dell’Ohio riesce a leggerlo”. Sposa Colette Rosselli, la donna che ha amato di più nella sua vita.

Il rifiuto della nomina a senatore e la rottura con Berlusconi

Il 1991 Francesco Cossiga lo vuole nominare senatore a vita. Ma lui rifiuta, scrivendo una lettera al Capo dello Stato nella quale ricorda di essere nato per fare il giornalista. Due anni dopo Silvio Berlusconi, che lui definiva, “un editore straordinario” gli confida di voler entrare in politica. Lui lo dissuade: “Ti distruggeranno”. A gennaio del 94 il Cavaliere va in redazione a convoca una riunione a sua insaputa. L’hombre vertical ‘si dimette il giorno stesso. La sinistra che lo aveva bersagliato per cinquant’anni lo elegge a eroe. Fonda senza successo, La Voce, una sorta di omaggio a Prezzolini, e torna al Corriere dopo averne rifiutato la direzione.

L’elicottero di Agnelli

Poco prima l’avvocato Agnelli gli offre la direzione de La Stampa, ma Montanelli dice no. L’avvocato si propone di venirlo a prendere ogni giorno personalmente con l’elicottero ma Cilindro risponde con una battuta memorabile: “Pensi se l’elicottero cadesse: tutto il mondo parlerebbe della morte di Gianni Agnelli dedicando due righe al sottoscritto”. Fautore dell’eutanasia, profondamente italiano, muore con una lucidità mentale impressionante, il 22 luglio del 2001.

Ancora oggi poco celebrato per quello che è stato

Milano, che oggi vergognosamente non lo celebrerà, gli ha dedicato i giardini con una statua spesso imbrattata. Poche le altre città( ma ce ne sono) italiane che portano il suo nome in una via o piazza. Come il Papini di Foscolo, Cilindro non è considerato pienamente nella sua grandezza. Perché fu fascista? No. Lo furono, molto più di lui e fino alla fine del regime, Enzo Biagi, Eugenio Scalfari, Dario Fo solo per citare alcuni grandi intellettuali. Montanelli fu anticomunista quando il pericolo del comunismo era fondato. E questo è imperdonabile. Fu controcorrente sempre. Pur avendo del tutto rivisto la sua posizione su Mussolini, considerava Piazzale Loreto, “l’emblema della vigliaccheria di un popolo senza spina dorsale”. “Siamo un popolo senza passato e senza futuro”, ebbe a dire. La nipote, Letizia Moizzi, con la fondazione a lui dedicata, custodisce la sua memoria. I suoi elzeviri in un luogo del politicamente corretto oggi sarebbero vietati. Di Sandro Pertini disse, “è stato messo lì per non dare fastidio. Una persona perbene, con poche idee, che ha vissuto sempre e solo di politica”. Detestava essere chiamato Maestro.

Curzio Malaparte

Amico e poi nemico celeberrimo di Curzio Malaparte. Al punto che l’autore de La Pelle, sapendo di morire, disse: “L’unica cosa che mi dispiace è morire prima di Montanelli”. Non amava, ricambiato, nemmeno Oriana Fallaci. Detestava la retorica, la liturgie, il pensiero comune. Passeranno mille anni se la Terra non seguirà la profezia di Italo Svevo. E non nascerà più nessun Cilindro. 

 

 


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 Mario Campanella

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