Il presidio promosso dal sindaco degenera in scontri, dopo la ricerca deliberata del contatto e lancio di oggetti e bombe carta contro gli agenti
«Bisogna avere fiducia nell’autorità giudiziaria». È il richiamo del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sul caso di Abderrahim Fakir, il 42enne marocchino morto a Bologna durante un fermo di polizia. Le parole del ministro arrivano come un monito nel corso di un’intervista al Tg1 delle 20, al termine di una giornata in cui, da sinistra, l’episodio è stato cavalcato in chiave politica, mettendo nel mirino le forze di polizia per attaccare il governo.
Piantedosi: il caso Fakir «una grande tragedia»
Un atteggiamento che, ha avvertito Piantedosi, rivela però un preoccupante retropensiero: «Chi fa professione di espressioni pregiudizialmente contrarie alle forze di polizia vuol dire che non ha fiducia né nelle nostre forze di polizia né nella magistratura che dovrà accertare che cosa è successo». Le prime parole di Piantedosi, però, sono state di cordoglio nei confronti dei familiari di Fakir per quella che ha definito «una grande tragedia».
Il richiamo del ministro ad avere «fiducia nell’autorità giudiziaria»
Il ministro, coerente con il rispetto per il lavoro dei magistrati, non è entrato nel merito di quanto accaduto, né ha voluto dare interpretazioni su cosa intendesse la Procura che ha fatto riferimenti a «fatti più estesi» rispetto a quelli documentati dal video del fermo. Alla domanda su cosa emerga dalle immagini delle bodycam dei poliziotti, Piantedosi ha risposto che «questo lo stabiliranno gli stessi magistrati».
«Io credo che per il momento facessero riferimento al fatto che è un episodio molto documentato dalle body cam e dalle riprese altre che sono state fatte», ha aggiunto il ministro, ricordando che nei confronti degli agenti coinvolti non è stato applicato alcuno “scudo penale”, ma «l’iscrizione in un registro apposito istituito da una legge recente che ha voluto il governo Meloni per persone che sembrano avere partecipato a un fatto con la presenza di una causa di giustificazione».
Al Tg1 la telefonata di segnalazione al 113
Sempre il Tg1, poi, ha diffuso l’audio di una delle prime telefonate giunta alla polizia, in cui veniva segnalata la presenza di Fakir in evidente stato di agitazione. «Sono in via Italo Svevo n.6, c’è una persona che è arrivata di corsa dietro le autorimesse, sta urlando e scalciando tutti i basculanti, gridando aiuto, che lo vogliono uccidere. È in ciabatte – dice la voce di un uomo all’operatrice della Polizia al telefono – 1 metro e 80 centimetri più o meno, una maglia a maniche corte bordeaux e pantaloni lunghi neri. Adesso è seduto su una scalinata ma è arrivato di corsa».
Le piazze per Fakir: tensione a Roma, scontri a Bologna
Più o meno negli stessi istanti in cui Piantedosi richiamava al rispetto del lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine, dalle piazze si alzavano slogan contro la polizia. Il grido «assassini» è risuonato a Bologna, alla manifestazione promossa dal sindaco Matteo Lepore, e a Roma, dove un presidio è stato convocato dalla Ong Mediterranea davanti al Viminale e dove si è registrato qualche momento di tensione, poi rientrato senza incidenti, quando le forze di polizia hanno invitato i manifestanti a spostarsi dall’area antistante il ministero verso la vicina via che conduce al Teatro dell’Opera.
La nipote di Fakir: «Chiediamo giustizia, non odio»
«Non siamo qui per chiedere odio, non siamo qui per chiedere vendetta. Siamo qui per chiedere verità, giustizia, rispetto e umanità», ha detto al microfono della piazza bolognese Yossra Fakir, intervenuta a nome della famiglia, dopo che la sorella del 42enne era svenuta mentre Lepore le stava passando la parola. La donna è stata soccorsa dall’ambulanza. A dispetto di queste parole, però, la manifestazione di Bologna si è trasformata nell’ennesimo episodio di guerriglia contro la polizia.
Ma l’odio esplode davanti alla prefettura
Nei pressi della prefettura una parte dei manifestanti si è staccata per andare contro gli agenti in tenuta antisommossa, cercando deliberatamente il contatto nonostante i tentativi degli alcuni manifestanti di richiamare alla protesta pacifica. Al grido di «Digos boia, speriamo che tu muoia» sono partiti calci, fumogeni, bombe carta e lanci di oggetti verso gli agenti. Poco prima delle 21 si erano rese necessarie già quattro cariche di alleggerimento e la polizia ha dovuto usare anche gli idranti per allontanare i facinorosi dall’ingresso della prefettura. Le tensioni sono poi proseguite.
Gli avvertimenti inascoltati sui rischi della piazza convocata a caldo
La manifestazione «si è immediatamente trasformata in una manifestazione dove non si andava alla ricerca di giustizia e verità, ma dove si indicava già un colpevole certo, le Forze dell’ordine e lo Stato. Questo è il motivo per cui avevamo dichiarato chiaramente che la piazza non era da convocare all’indomani della tragedia avvenuta in via Svevo», ha commentato il consigliere comunale di FdI Gabriele Giordani. Polizia «assaltata, ecco il risultato della piazza di Lepore», ha aggiunto il leghista Matteo Di Benedetto.
Foti si rivolge a Lepore: «Non può rimanere in silenzio»
Prima degli scontri, di fronte agli slogan d’odio contro la polizia, era stato il ministro Tommaso Foti ad avvertire che «chi ricopre incarichi istituzionali ha il dovere di prendere le distanze con chiarezza da ogni messaggio di odio contro le Istituzioni. Il silenzio, soprattutto quando si offre sostegno politico a una manifestazione, non può essere derubricato a neutralità». «Quando si evoca la piazza, come ha fatto Lepore, non stupisce che vi sia chi, anziché scegliere il silenzio, preferisca urlare contro la Polizia, additata più volte come “assassina”. Il Sindaco ora chiarisca se intende condannare o tollerare questi slogan», aveva detto Foti, con richiamo diventato ancora più urgente dopo gli scontri.
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Eleonora Guerra
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