Moda circolare e invenduto: il Manifesto 2026 a Bruxelles


In evidenza e nel testo, alcune foto dell’evento “Economia circolare e moda” a Bruxelles

La circolarità della moda non passa più soltanto dalla capacità di riciclare un prodotto a fine vita. La vera sfida comincia molto prima: da come si progetta, da quanto si produce, da quali dati vengono condivisi lungo la filiera e, soprattutto, da chi si assume la responsabilità quando qualcosa rimane invenduto.

È da questa consapevolezza che riparte il confronto europeo del Monitor for Circular Fashion (M4CF) di SDA Bocconi e CNA Federmoda, tornato a Bruxelles per portare al Parlamento Europeo la prospettiva delle imprese italiane sulla transizione circolare.

L’occasione è stata l’evento “Economia circolare e moda – Presentazione del Monitor for Circular Fashion Manifesto 2026”, organizzato il 30 settembre grazie alla Sede di Bruxelles di CNA e ospitato dall’Onorevole Flavio Tosi, membro della Commissione ENVI del Parlamento Europeo.

Un appuntamento che arriva a pochi mesi dall’entrata in vigore del divieto di distruzione dei prodotti tessili e calzaturieri invenduti previsto dall’European Sustainability Product Regulation (ESPR) e che si inserisce in una fase delicata per il settore.

Il sistema moda europeo deve infatti tradurre gli obiettivi della transizione in regole applicabili a una filiera estremamente frammentata. In Italia, circa il 96% delle imprese del settore è costituito da micro e piccole imprese, mentre tra il 2009 e il 2025 il tessuto imprenditoriale ha perso il 26,5%. Per queste realtà, la transizione non può essere soltanto un obbligo normativo: deve diventare un modello industriale sostenibile anche dal punto di vista economico.

Dall’invenduto alla programmazione

È proprio l’invenduto uno dei terreni sui quali il cambio di paradigma appare più evidente. Il divieto di distruzione sposta il problema a monte: se non è più possibile eliminare ciò che rimane nei magazzini, diventa necessario capire perché quel prodotto è stato realizzato, in quali quantità, con quali informazioni e quali alternative esistono per prolungarne la vita.

Durante l’incontro è emersa quindi con forza la necessità di intervenire sulla programmazione e sulla condivisione dei dati. Prevedere e gestire l’invenduto significa infatti conoscere meglio domanda, produzione, distribuzione e comportamento dei prodotti lungo tutta la catena del valore. Il punto non è soltanto evitare uno spreco. È ripensare il rapporto tra brand, produttori e tutti gli altri attori della filiera.

Come ha sottolineato Antonio Franceschini, Responsabile nazionale di CNA Federmoda, le imprese non chiedono di essere escluse dalla transizione, ma di poterne essere protagoniste. Perché dietro il Made in Italy ci sono migliaia di laboratori, terzisti e piccole imprese che custodiscono competenze decisive per la trasformazione del settore.

Il Manifesto 2026: 28 strategie per gestire l’invenduto

A presentare il Circular Fashion Manifesto 2026 è stata Francesca Romana Rinaldi, direttrice del Monitor for Circular Fashion di SDA Bocconi. La nuova edizione introduce una prospettiva di futures e foresight e costruisce un framework dedicato alla gestione dell’invenduto composto da 28 strategie e relativi KPI.

L’obiettivo è trasformare la circolarità da principio generale a sistema misurabile, individuando obiettivi concreti lungo ogni fase della catena del valore: dall’ecodesign alla scelta delle materie prime, dalla produzione alla logistica, fino alla vendita e al fine vita.

Tra le macro-strategie individuate ci sono la razionalizzazione dell’offerta, la rivendita, la donazione, la riparazione, l’upcycling e il riuso. Ma il lavoro del Monitor mette in evidenza anche ciò che oggi rende difficile applicare questi modelli su larga scala.

I workshop di futures literacy hanno individuato alcune barriere ricorrenti: vuoti informativi, responsabilità frammentate, squilibri di potere lungo la filiera e una distanza ancora significativa dall’approccio ecodesign.

Dall’altra parte emergono alcuni fattori abilitanti: innovazione tecnologica, dati interoperabili, partnership più solide tra gli attori della filiera, formazione e sensibilizzazione.

“Il divieto di distruzione dei prodotti invenduti, entrato in vigore il 19 luglio 2026, è una priorità urgente per il settore. La raccolta e la condivisione dei dati, insieme alle partnership di filiera, sono alla base di qualsiasi strategia efficace per prevenire e gestire l’invenduto”. – Rinaldi.

Dalla corresponsabilità alle alleanze

È forse questo il passaggio più significativo emerso dal confronto di Bruxelles. Un anno fa il tema era quello della corresponsabilità. Oggi la prospettiva si sposta verso le alleanze.

Per CNA Federmoda, il divieto di distruzione modifica infatti la natura stessa dell’invenduto: non più semplicemente un costo da eliminare, ma una risorsa potenzialmente da reinserire nella filiera. E quando l’invenduto rientra nella filiera, torna inevitabilmente a coinvolgere chi produce.

Secondo Caterina Mazzei, referente economia circolare e sostenibilità di CNA Federmoda, sono già numerosi i casi in cui i brand committenti tornano dai propri fornitori per lavorare insieme su nuove modalità di valorizzazione dei prodotti rimasti in magazzino: dalla rifabbricazione alla trasformazione, fino a nuove forme di commercializzazione.

“Un anno fa chiedevamo di passare dal controllo alla corresponsabilità, oggi facciamo un passo in più: dalla corresponsabilità alle alleanze”, ha dichiarato Mazzei.

Il passaggio, però, richiede condizioni precise. Una piccola impresa difficilmente può investire in nuove capacità produttive senza poter contare su volumi e tempi prevedibili. Da qui la necessità di accordi più stabili tra brand e filiera, reti territoriali e formazione. E anche di un’estensione del diritto alla riparazione alla moda, perché per il mondo artigiano la sostenibilità passa innanzitutto dalla durabilità.

Un level playing field per la moda europea

Il tema delle regole è stato al centro del keynote di Stefano Soro, capo unità sustainable products & textiles della DG GROW della Commissione Europea, dedicato all’ESPR e ai settori tessile, abbigliamento, pelle e calzature. Tre le parole chiave indicate: ambizione, impatto e level playing field.

L’ESPR è stato presentato non soltanto come uno strumento ambientale, ma come una leva di politica industriale per il mercato unico. Una prospettiva particolarmente rilevante per un comparto nel quale le imprese europee si confrontano quotidianamente con produzioni e importazioni provenienti da mercati caratterizzati da regole differenti.

Nel corso dell’intervento è stato ricordato anche l’effetto della tassa sui pacchi a basso valore unitario provenienti da Paesi extra-UE, che avrebbe già prodotto una riduzione delle importazioni fino al 40%. Soro ha inoltre anticipato l’evoluzione del quadro normativo con il futuro EU Product Act, destinato a modernizzare il sistema esistente, in particolare sul fronte dei controlli doganali.

Dal passaporto digitale alla responsabilità delle PMI

Il confronto ha poi allargato lo sguardo agli strumenti che accompagneranno la transizione.

Mauro Scalia, director sustainable businesses di EURATEX, ha affrontato la posizione dell’industria europea su ESPR e Digital Product Passport, mentre Edoardo De Paola, segretario generale di COTANCE, ha approfondito il tema delle informazioni rilevanti per il comparto pelle e calzature.

Un aspetto particolarmente importante riguarda proprio la definizione di cosa debba essere considerato “pelle” a livello europeo, prima ancora di stabilire quali informazioni dovranno essere contenute nel passaporto digitale. Giorgia Di Giovanni del MIMIT ha illustrato il lavoro del tavolo nazionale sull’ecodesign costituito presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.

A completare il confronto, Mariagrazia Berardi, EEN project manager per CNA Lombardia, ha presentato il ruolo di enterprise Europe Network nel supportare le imprese attraverso informazione e formazione, mentre Catherine Fragnay di SMEunited ha posto l’accento sulle condizioni che dovranno essere garantite alle piccole imprese nei sistemi di responsabilità estesa del produttore. Tra i temi affrontati anche i Circularity Hub e le aspettative legate al futuro Circular Economy Act.

La circolarità come nuova opportunità industriale

Il messaggio che arriva da Bruxelles, dunque, va oltre il semplice adeguamento alle nuove norme. Per il sistema moda italiano, la circolarità può diventare una nuova infrastruttura industriale: un modo per valorizzare competenze esistenti, creare nuovi servizi e sviluppare mercati legati a riparazione, rigenerazione, riuso e upcycling.

È questa la prospettiva richiamata nelle conclusioni da Gessica Lombardi, presidente nazionale di CNA Moda Calzature Pelletterie e Pelliccerie: la transizione può rappresentare un’opportunità industriale e occupazionale per il Made in Italy, ma soltanto se sarà economicamente sostenibile per chi produce.

In altre parole, la sfida non consiste nel costruire una nuova filiera da zero. Consiste nel riconoscere, organizzare e rafforzare quella che già esiste.

Un percorso iniziato nel 2021

Il Manifesto 2026 rappresenta l’ultima tappa di un percorso avviato nel 2021 con il primo Pledge all’UNECE e proseguito attraverso l’impegno dei partner del Monitor su tracciabilità, trasparenza, sostenibilità e circolarità. Un impegno formalizzato anche attraverso un Pledge alla DG GROW della Commissione Europea, pubblicato sulla EU Textiles Ecosystem Platform, e attraverso il contributo alle consultazioni del Joint Research Centre (JRC).

Il ritorno a Bruxelles di SDA Bocconi e CNA Federmoda porta quindi al centro del dibattito europeo una questione sempre più concreta: come trasformare le nuove regole sulla circolarità in un modello capace di funzionare davvero lungo tutta la catena del valore.

La risposta che emerge dal Manifesto 2026 è chiara: servono dati condivisi, obiettivi misurabili e responsabilità distribuite. Ma soprattutto servono relazioni più solide tra chi progetta, chi produce, chi vende e chi si occupa del fine vita. Perché la prossima fase della moda circolare non si giocherà soltanto sulla capacità di rispettare una norma. Si giocherà sulla capacità di fare sistema.


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