Delitto di Garlasco, i genitori di Chiara Poggi rompono il silenzio a Verissimo: “Per noi il colpevole resta Stasi”


Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, per Giuseppe Poggi e Rita Preda c’è una cosa che non è cambiata: «Per noi il colpevole è Alberto Stasi». Non perché non vogliano ascoltare ciò che sta facendo la Procura di Pavia. Non perché intendano sostituirsi ai magistrati. Ma perché alle loro spalle ci sono anni di indagini, assoluzioni, annullamenti, nuovi processi e infine una sentenza definitiva della Cassazione.

E soprattutto c’è una figlia uccisa il 13 agosto 2007 che, a loro giudizio, dopo quasi vent’anni avrebbe il diritto di non essere trasformata ogni giorno nel personaggio secondario di un interminabile spettacolo televisivo.

È questo, più ancora delle questioni processuali, il senso dell’intervista concessa dai genitori di Chiara a Silvia Toffanin, a Verissimo, su Canale 5.

«A noi la giustizia ha dato un colpevole, per noi è Stasi. Se questa nuova indagine, questa Procura ci darà un nuovo colpevole, ne prenderemo atto», spiegano. Giuseppe Poggi lo dice ricordando ciò che la famiglia ha attraversato: «Abbiamo fatto cinque processi, otto anni di processi, e sono lunghi. Non è che ci intestardiamo. Ma non è che perché una Procura fa un’indagine allora si accende la lampadina e uno cambia idea».

Il riferimento è evidentemente alla nuova inchiesta della Procura di Pavia su Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, oggi 38enne. Il 28 settembre i magistrati hanno notificato un nuovo avviso di conclusione delle indagini, dopo gli approfondimenti disposti nei mesi precedenti. Tra gli atti depositati ci sono nuove consulenze sul Dna e sull’impronta di una scarpa rinvenuta sulla scena del delitto. Secondo l’impostazione accusatoria della Procura, quell’impronta sarebbe compatibile con il piede di Sempio. La chiusura dell’inchiesta apre ora la strada a una possibile richiesta di rinvio a giudizio per omicidio aggravato. Sempio respinge ogni accusa ed è, naturalmente, da considerarsi innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.

È qui che il caso Garlasco diventa quasi un paradosso giudiziario. Da una parte esiste una sentenza passata in giudicato. Alberto Stasi fu assolto in primo grado nel 2009 e nuovamente in appello nel 2011. La Cassazione annullò però quell’assoluzione e dispose un nuovo processo d’appello. Nel dicembre 2014 arrivò la condanna a 16 anni, diventata definitiva nel dicembre 2015. Nelle motivazioni la Cassazione parlò di un insieme di indizi capaci di comporre un “mosaico” convergente verso la colpevolezza di Stasi oltre ogni ragionevole dubbio.

Dall’altra parte, diciannove anni dopo il delitto, c’è una Procura che sta ricostruendo la vicenda seguendo una strada diversa e che ritiene di avere raccolto elementi sufficienti per portare Andrea Sempio davanti a un giudice.

I Poggi stanno in mezzo a queste due verità giudiziarie, una definitiva e l’altra ancora tutta da verificare.

«Se la giustizia ci darà un altro nome ne prenderemo atto», ripete Rita Preda. Ma fino a quel momento, per loro, resta valida la sentenza che hanno aspettato per otto anni.

E poi c’è tutto il resto. C’è una famiglia che da un anno e mezzo si è ritrovata nuovamente assediata da telecamere, inviati, talk show, ricostruzioni, plastici, indiscrezioni e anticipazioni.

«In uno di questi ultimi giorni ho contato sette trasmissioni televisive che parlavano di questo caso», racconta Rita. «Non ce la faccio, sono stanca e non posso continuare così. Sembra che esista solo Garlasco come notizia».

La pressione sarebbe diventata tale, raccontano i genitori, che il Comune avrebbe dovuto limitare l’accesso dei non residenti nella strada della villetta di via Pascoli per contenere l’assedio mediatico. E Giuseppe Poggi mette il dito nella ferita più dolorosa: «In quest’ultimo anno e mezzo di Chiara si è parlato troppo poco».

Perché nella gigantesca macchina chiamata “caso Garlasco” rischiano di esserci tutti tranne lei.

Chiara aveva 26 anni, aveva studiato economia e immaginava il proprio futuro lontano dalle cronache giudiziarie. «Voglio fare la manager», raccontava alla madre. Era indipendente, studiosa, non aveva mai avuto bisogno di essere spinta sui libri. Dopo la laurea si era cercata da sola il lavoro. Rita Preda ricorda persino quanto fosse difficile, dopo l’omicidio, compiere i gesti più normali: tornare nel supermercato dove andava insieme alla figlia le era sembrato, la prima volta, «scalare una montagna».

Nell’intervista c’è spazio anche per una delle polemiche più amare che hanno accompagnato la riapertura delle indagini: quella sul risarcimento versato da Stasi alla famiglia Poggi.

I genitori respingono qualsiasi insinuazione secondo cui la loro posizione sarebbe condizionata dal denaro. Le somme, spiegano, sono conservate su un conto intestato a loro e al figlio Marco e non sarebbero mai state utilizzate. «Se dovremo ridarlo lo ridaremo. I soldi sono lì».

Già nei mesi scorsi il loro legale aveva precisato che le somme versate da Stasi erano rimaste bloccate sul conto e che la famiglia era pronta a restituirle qualora una futura decisione giudiziaria lo rendesse necessario.

Più complicato, invece, parlare di un possibile incontro con Alberto Stasi o con sua madre.

«Nessuno ce lo ha mai chiesto, ma non credo sia il momento», spiega Giuseppe Poggi. E ricorda un particolare che restituisce tutta la complessità di quei primi mesi: inizialmente i Poggi non pensavano che Stasi avesse ucciso Chiara. Alberto continuava a frequentarli e andava con loro al cimitero. Poi le indagini cominciarono a concentrarsi su di lui e i rapporti vennero interrotti.

Oggi Stasi non è più detenuto nel carcere di Bollate: dal giugno 2026 sta terminando l’esecuzione della pena in affidamento in prova, dopo oltre dieci anni trascorsi in carcere. La sua condanna, però, resta definitiva.

Ed è proprio questo il punto sul quale i genitori di Chiara continuano a tornare.

Non chiedono alla Procura di Pavia di fermarsi. Non dicono che le nuove indagini non debbano essere fatte. Dicono qualcosa di molto più semplice: per cambiare una verità stabilita definitivamente dalla giustizia serve un’altra verità stabilita dalla giustizia.

Non bastano un’indiscrezione, una consulenza, un talk show o sette trasmissioni televisive nello stesso giorno.

«Vorremmo soltanto che questa storia finisse», dice Rita Preda.

Poi aggiunge la frase che, dopo diciannove anni, dovrebbe forse essere la più importante di tutte: «Chiara ha diritto di riposare in pace».




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