Sono rimasti per anni in una cantina. Oggetti apparentemente insignificanti, di quelli che in una casa si spostano da uno scaffale all’altro senza avere mai il coraggio di buttarli via. E invece quei rocchetti della Manifattura di Cuorgnè sono un pezzetto della storia industriale della città.
Li aveva conservati Mariuccia Pezzetto, scomparsa dopo aver raggiunto il traguardo dei cento anni. Erano nella cantina della casa in cui aveva vissuto insieme alla sorella Rita e a ritrovarli è stato recentemente il nipote Beppe Pezzetto.
Da lì è nata un’idea semplice: non lasciarli nuovamente a prendere polvere. Consegnarli ai giovani della Cooperativa sociale Andirivieni, che potranno trasformarli in oggetti decorativi e piccoli manufatti da proporre ai cittadini.
In pratica, economia circolare. Ma in questo caso c’è qualcosa in più, perché prima di diventare decorazioni quei rocchetti hanno fatto parte di una macchina produttiva che per oltre un secolo ha scandito la vita di Cuorgnè.
Per capire perché abbiano un valore che va ben oltre quello dell’oggetto bisogna tornare indietro al 1872, quando industriali svizzero-tedeschi e armatori genovesi individuarono nel territorio cuorgnatese il luogo ideale per costruire una grande industria cotoniera. C’erano due ingredienti fondamentali: tanta manodopera e, soprattutto, l’acqua dell’Orco, indispensabile per produrre la forza motrice necessaria a far funzionare le macchine. Il Comune mise a disposizione terreni e diritti sui canali e nel giugno del 1874 venne completato il primo grande edificio progettato dall’ingegnere Adolf Mauke.
Era una fabbrica enorme per l’epoca e anche tecnicamente innovativa. Normalmente le manifatture tessili alimentate ad acqua si sviluppavano soprattutto in orizzontale. A Cuorgnè si scelse invece una struttura verticale: nelle fondamenta correva un grande asse rotante che, attraverso altri assi e pulegge, trasmetteva il movimento ai macchinari dei piani superiori. Una soluzione talmente particolare da attirare l’attenzione degli specialisti dell’epoca.
Dentro quelle mura il cotone entrava come materia da lavorare e ne usciva sotto forma di filato. Le prime lavorazioni, quelle che richiedevano macchinari pesanti e producevano forti vibrazioni, avvenivano nei locali al piano terreno, costruiti con grandi archi e robuste volte in muratura. Ai piani superiori trovavano invece posto la filatura, la ritorcitura e altre lavorazioni.
Ed è qui che entrano in scena i rocchetti.
Un rocchetto, nella lavorazione tessile, non era un semplice pezzo di legno o di altro materiale attorno al quale avvolgere un filo. Era un elemento del processo produttivo. Durante la filatura le fibre di cotone venivano progressivamente pulite, ordinate, stirate e trasformate in uno stoppino; questo veniva poi ulteriormente assottigliato e sottoposto a torsione per ottenere un filo resistente, che doveva infine essere raccolto su supporti come fusi, bobine o rocchetti. Nella torcitura più fili potevano essere uniti e ritorti insieme per ottenere un prodotto più robusto.
Insomma, sui rocchetti passava materialmente la produzione della fabbrica.
E di filo, a Cuorgnè, ne passava parecchio. Una ricerca dell’Università di Torino ricorda che i tre stabilimenti della società – due a Cuorgnè e uno a Campore – arrivarono complessivamente a disporre di circa 100 mila fusi per la filatura e 20 mila per la torcitura, con circa 1.300 operai. Nel 1891 i lavoratori risultavano addirittura circa 1.450. I filati prodotti in Canavese venivano venduti in tutta Italia e alla fine dell’Ottocento la Manifattura riuscì a competere anche con la produzione inglese.
La fabbrica finì così per cambiare non soltanto l’economia, ma anche la geografia sociale di Cuorgnè. Intorno allo stabilimento nacquero il quartiere operaio, la mensa, lo spaccio, un convitto femminile, una casa di riposo e le abitazioni dei dirigenti. La Manifattura diventò una sorta di città nella città: dava un salario, organizzava tempi e abitudini familiari e attirava forza lavoro da tutto l’Alto Canavese.
Poi arrivò il declino del tessile. Dopo ampliamenti, trasformazioni e più di un secolo di attività, i passaggi societari e la crisi del settore portarono alla definitiva cessazione della produzione alla fine del 1991. Dal 1874 erano trascorsi 117 anni.
I macchinari si fermarono. Il filo smise di correre. Ma pezzi di quella fabbrica finirono nelle case, nei ricordi degli ex dipendenti, nelle fotografie di famiglia, negli oggetti che nessuno aveva avuto voglia di buttare.
Come i rocchetti custoditi da Mariuccia Pezzetto.
Adesso passeranno nelle mani dei ragazzi di Andirivieni. E anche questa scelta non è casuale. La cooperativa porta avanti a Cuorgnè, attraverso Andirivieni Lab, laboratori occupazionali nei quali persone con disabilità intellettiva possono lavorare con materiali differenti, sviluppare capacità manuali ed espressive e realizzare oggetti. È un’attività nella quale creatività e inclusione vengono messe concretamente alla prova attraverso il lavoro.
Quei vecchi rocchetti saranno quindi puliti, reinterpretati e trasformati. Non torneranno a fare ciò per cui erano stati costruiti e probabilmente è proprio questo il punto: non saranno conservati dietro il vetro di una teca, ma torneranno a essere toccati, lavorati e utilizzati.
«Un tempo questi rocchetti avvolgevano il filo prodotto nella Manifattura. Oggi sono essi stessi il filo che lega la fatica delle donne e degli uomini di ieri alla creatività dei giovani di Andirivieni, la memoria alla solidarietà e la mia famiglia alla propria comunità», racconta Beppe Pezzetto.
È una bella immagine, ma soprattutto è letterale.
Perché per più di cent’anni la Manifattura ha prodotto filo. Oggi, oltre trent’anni dopo la chiusura, uno di quei fili sembra essere tornato fuori da una cantina. E questa volta non serve a tenere insieme fibre di cotone, ma due pezzi della storia di Cuorgnè.
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