le tasse che rischiano di non scendere senza tesoretto e deficit al 3,1%


Il taglio delle tasse promesso agli italiani per il 2027 rischia di restare, almeno in parte, sulla carta. La certificazione Istat del deficit 2025 al 3,1% ha chiuso, almeno per ora, la possibilità di un’uscita anticipata dell’Italia dalla procedura d’infrazione Ue per disavanzo eccessivo, e con essa si è ridotto sensibilmente il margine di manovra a disposizione del governo per finanziare i nuovi sgravi fiscali. Un dato tecnico, quello sul rapporto deficit/Pil, che si traduce in conseguenze molto concrete per milioni di lavoratori e pensionati che attendevano conferme sul taglio dell’Irpef, sulla proroga del cuneo fiscale e sulla detassazione dei redditi da lavoro straordinario, notturno e festivo.

Il deficit al 3,1% certificato dall’Istat: cosa cambia

Il Documento di finanza pubblica approvato dal Consiglio dei ministri ha fotografato una situazione che il governo sperava diversa. L’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche nel 2025 si è fermato al 3,1% del Pil, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024, ma comunque sopra la soglia del 3% fissata dalle regole europee per considerare “eccessivo” il disavanzo di un Paese.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva lavorato per mesi nella speranza di un dato sotto il fatidico 3%, che sarebbe valso l’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione già nel 2026. Alcune ipotesi circolate nei mesi precedenti parlavano addirittura di un possibile 2,9%. Il risultato finale, seppur in miglioramento strutturale, non ha permesso di raggiungere l’obiettivo, lasciando l’Italia ancora sotto sorveglianza da parte di Bruxelles almeno fino alla prossima verifica.

Il governo ha attribuito lo scostamento in parte al peso residuo del Superbonus, la misura di detrazione edilizia ereditata dai precedenti esecutivi, che continua a gravare sui conti pubblici anche a distanza di anni dalla sua introduzione. Resta il fatto che, numeri alla mano, la strada per l’uscita dalla procedura si allunga e con essa si complica anche la costruzione della prossima legge di bilancio.

Perché la procedura d’infrazione Ue resta un vincolo per la manovra

Restare sotto procedura d’infrazione non è solo una questione di immagine internazionale. Significa continuare a operare sotto stretta sorveglianza della Commissione europea, con margini di bilancio molto più ridotti rispetto a un Paese che ha rientrato nei parametri. L’uscita dalla procedura avrebbe garantito al governo maggiore autonomia nella gestione della politica fiscale e la possibilità di accedere a strumenti di bilancio più flessibili, utili per esempio a scorporare alcune spese strategiche, come quelle per la Difesa, dal computo del disavanzo grazie alle clausole di flessibilità previste dalle regole Ue.

Senza questo margine aggiuntivo, la manovra 2027 dovrà essere costruita con un vincolo di bilancio molto più stringente. Ogni euro di riduzione fiscale dovrà trovare una copertura certa e immediatamente disponibile, senza la possibilità di contare su quello che in gergo tecnico viene chiamato tesoretto: risorse extra derivanti da un miglioramento dei conti più ampio del previsto. Il tesoretto, quest’anno, semplicemente non c’è.

A questo si aggiunge un altro elemento di pressione: il debito pubblico italiano è salito al 137,1% del Pil, contro il 134,7% del 2024, confermando l’Italia come secondo Paese più indebitato dell’Unione europea dopo la Grecia. Un dato che riduce ulteriormente lo spazio per interventi espansivi non pienamente coperti.

Manovra 2027 senza tesoretto: meno margini per i tagli fiscali

Il combinato disposto di deficit sopra soglia, debito in crescita e permanenza sotto procedura d’infrazione costringe il governo a impostare la prossima legge di bilancio con grande prudenza. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha già anticipato le linee guida dell’esecutivo, parlando di interventi mirati e di una valutazione attenta delle coperture disponibili per ciascuna misura.

Le risorse a disposizione, secondo le prime indiscrezioni, sarebbero nell’ordine di alcuni miliardi di euro, ben lontane dalle decine di miliardi che sarebbero necessari per confermare integralmente tutte le misure fiscali attualmente in scadenza o allo studio. Questo significa che il governo dovrà scegliere, e alcune promesse fatte al ceto medio e ai lavoratori dipendenti rischiano di essere ridimensionate, rinviate o finanziate solo parzialmente.

Tra le misure più attese dai contribuenti c’è l’ulteriore intervento sull’Irpef per il ceto medio, che si articola su due fronti distinti. Il primo riguarda la riduzione dell’aliquota sul primo scaglione dal 23% al 22%, a beneficio dei redditi fino a 28mila euro l’anno. Il secondo prevede l’estensione della soglia del secondo scaglione da 50mila a 60mila euro di reddito, con un possibile abbassamento dell’aliquota intermedia, oggi al 33% dopo la riforma della scorsa manovra che l’aveva già ridotta dal 35%.

Il costo stimato di questi interventi si aggira intorno ai 3 miliardi di euro solo per l’estensione dello scaglione a 60mila euro, a cui si sommerebbero le risorse necessarie per il taglio del primo scaglione. Con il quadro di finanza pubblica reso più rigido dal dato Istat, la probabilità che entrambe le misure vengano confermate integralmente si riduce sensibilmente. Gli stessi esponenti di maggioranza hanno indicato scenari alternativi: un intervento più contenuto, magari limitato a un solo punto percentuale su una parte degli scaglioni, con un beneficio inferiore per i contribuenti ma un costo più sostenibile per le casse dello Stato.

Non è escluso che il governo scelga di procedere con un solo tassello della riforma, rinviando l’altro a un secondo momento o legandolo a eventuali margini di bilancio che dovessero emergere in corso d’anno.

Cuneo fiscale, la proroga integrale non è più scontata, e detassazione del lavoro: dal 5% sui contratti al 15% su straordinari e festivi

Anche la proroga del taglio del cuneo fiscale, ovvero la riduzione dei contributi previdenziali a carico dei lavoratori dipendenti che negli ultimi anni ha garantito un aumento netto in busta paga, rischia di non essere confermata nella sua forma integrale. Si tratta di una misura particolarmente costosa per il bilancio dello Stato, che vale diversi miliardi di euro l’anno e che finora è stata rinnovata di manovra in manovra.

Con le risorse disponibili ridotte dal mancato tesoretto, gli addetti ai lavori non escludono che il governo possa optare per una rimodulazione dell’intervento, magari concentrando lo sgravio sulle fasce di reddito più basse oppure riducendo l’entità della riduzione contributiva rispetto agli anni precedenti. Una scelta che avrebbe un impatto diretto sulle buste paga di milioni di lavoratori dipendenti, che potrebbero vedere un beneficio inferiore rispetto a quello a cui si sono ormai abituati.

Il terzo fronte caldo riguarda le misure di detassazione del lavoro introdotte o rafforzate con la legge di bilancio in corso. Si tratta in particolare della flat tax al 5% sugli aumenti derivanti dai rinnovi contrattuali, applicabile fino a un tetto di reddito di 33mila euro, e dell’imposta sostitutiva al 15% su maggiorazioni e indennità per lavoro notturno, festivo e a turni, entro il limite di 1.500 euro annui e per i redditi fino a 40mila euro.

Entrambe le misure sono in scadenza. La detassazione sui contratti collettivi copre solo il 2026, così come il regime agevolato su notturni e festivi, il cui trattamento integrativo aggiuntivo si esaurisce peraltro già al 30 settembre 2026. Per la prossima manovra si discute di una proroga al 15% della tassazione agevolata, con un’ipotesi più ambiziosa che punterebbe a scendere fino al 5%, ma anche in questo caso la fattibilità dipenderà dalle coperture individuate. Il pacchetto di sgravi sul lavoro allo studio del Ministero del Lavoro per il 2027 viaggerebbe su una cifra complessiva superiore ai 2 miliardi di euro, ben lontana da quanto servirebbe per estendere tutte le agevolazioni attualmente in vigore.

Resta invece accantonata, almeno per ora, l’ipotesi di detassazione della tredicesima, scartata per la manovra in corso a causa di un costo stimato fino a 15 miliardi di euro, ritenuto insostenibile per un bilancio già sotto pressione.

Coperture alternative: la strada che resta al governo

Di fronte a un quadro di finanza pubblica più rigido, l’esecutivo dovrà individuare coperture alternative per finanziare almeno una parte delle misure promesse. Tra le ipotesi circolate nei mesi scorsi figurano nuovi interventi sulle imposte differite attive (Dta) per il settore bancario, che secondo alcune stime potrebbero generare fino a 4 miliardi di euro, oltre a una revisione selettiva di alcune agevolazioni fiscali esistenti e a un utilizzo mirato delle risorse derivanti dal miglioramento strutturale dei conti pubblici.

Il rischio concreto, però, è che il governo debba scegliere tra ampiezza delle misure e platea dei beneficiari, riducendo l’una o l’altra per rientrare nei vincoli di bilancio imposti dalla permanenza sotto procedura d’infrazione. La legge di bilancio 2027 dovrà essere presentata al Parlamento entro il 15 ottobre 2026 e approvata entro la fine dell’anno: nelle prossime settimane si capirà quali tra le misure promesse troveranno davvero spazio nel testo definitivo, e quali resteranno invece solo un’intenzione rinviata a tempi migliori.

Dott. Giovanni Matano

Il Dott. Giovanni Matano è un esperto di fiscalità pratica e consulente fiscale con oltre 15 anni di esperienza nel settore. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Bocconi di Milano, ha dedicato la sua carriera a supportare piccole e medie imprese nella pianificazione fiscale e nell’ottimizzazione delle agevolazioni fiscali. La sua competenza si estende anche …


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