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| I referendum americani sull’aborto, l’intreccio di Trump, profitti e salari, i tagli alla sanità, Dio ride |
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di
Alessandro Trocino
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Buongiorno. Ecco il menu di oggi.
I referendum americani sull’aborto Domani in quattro Stati americani si vota anche sul diritto all’aborto. In Idaho, in particolare, dove c’è uno dei divieti più severi del Paese, le restrizioni hanno costretto donne con gravi complicazioni durante la gravidanza a cercare cure altrove, mettendone a rischio la salute. Elena fa il punto.
L’intreccio di Trump Si dice sempre, ma stavolta sembra davvero la peggiore campagna elettorale di sempre. Breve rassegna di insulti e assurdità dette in vista del voto del midterm. In testa (agli insulti), naturalmente, Donald Trump. Che teorizza anche la logica dei suoi sproloqui, definendoli «the weave» (l’intreccio o la tessitura).
Profitti e salari Federico Fubini, in un pezzo tratto dalla sua newsletter Whatever it takes, racconta dei profitti in crescita e dei salari che perdono potere d’acquisto. Ma anche di assenze per malattia ai massimi livelli: il mondo del lavoro italiano è intrappolato in una spirale di sfiducia reciproca.
I tagli alla sanità Ferruccio de Bortoli ragiona sulla manovra e sui «tagli invisibili» al servizio sanitario, che è sempre meno «nazionale». Le risorse stanziate non bastano e «le Regioni saranno costrette ad aumentare le tasse o a tagliare i servizi». L’opposizione promette molto, ma bisogna trovare 20 miliardi. Come? «Ci si augura che il cantiere programmatico del cosiddetto “campo largo” sia meno vago».
La Cinebussola Paolo Baldini racconta la scommessa di Giovanni Veronesi che lascia per una volta da parte le sue commedie leggere e si butta in una storia di spiritualità seicentesca. Con Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando.
Gianluca Mercuri gmercuri@rcs.it Luca Angelini langelini@rcs.it Elena Tebano etebano@rcs.it Alessandro Trocino atrocino@rcs.it
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| Rassegna americana |
| Negli Stati Uniti si vota (di nuovo) sull’aborto |
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Domani, come è noto, gli Stati Uniti votano per eleggere tutti e 435 i deputati della Camera, 35 dei 100 senatori e 36 governatori, in elezioni considerate cruciali. Insieme alle politiche nazionali e locali si terranno anche circa 150 referendum in oltre trenta Stati. Vanno dalla prima tassa sui miliardari (ne hanno scritto Milena Gabanelli e Francesco Tortora nel Dataroom di oggi) alle leggi che vietano alle atlete transgender di competere nelle gare femminili, a misure elettorali, come quelle che riguardano l’identificazione degli elettori e la redistribuzione dei collegi elettorali. In quattro Stati si tornerà a votare su una questione che da oltre mezzo secolo divide la politica americana: l’aborto.
In Missouri in particolare ci sarà un referendum su un emendamento costituzionale che lo vieterebbe quasi del tutto. Il Missouri aveva già introdotto una delle leggi più restrittive degli Stati Uniti sull’aborto, dopo che nel 2022 la Corte Suprema ha cancellato la sentenza che garantiva il diritto a interrompere volontariamente una gravidanza in tutto il Paese, aprendo la strada ai divieti a livello statale. Quella legge è stata però sconfessata nel 2024 grazie a un altro referendum, in quel caso di iniziativa popolare, che ha reso di nuovo legale l’aborto e introdotto il diritto a interrompere una gravidanza fino a prima della «viabilità del feto», cioè il termine in cui il feto è in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero in caso di nascita prematura. Storicamente questo limite coincideva con le 24 settimane di gravidanza, ma i progressi della medicina lo hanno fatto scendere anche fino a 22 settimane (una nascita prematura a 24 o anche 22 settimane permette la sopravvivenza del nascituro, ma comporta spesso danni gravi alla sua salute).
Ora il parlamento dello Stato, controllato dai Repubblicani, ha proposto addirittura una modifica alla Costituzionale dello Stato per vietare l’aborto (andando contro la volontà popolare espressa solo due anni fa), che sarà sottoposta a referendum domani. In Virginia e in Nevada invece si voterà per inserire emendamenti alla Costituzione dei due Stati che riconoscano quello all’aborto, che lì è legale, come un diritto fondamentale.
Gli elettori dell’Idaho, infine, decideranno se sancire il diritto all’aborto fino alla viabilità fetale. L’Idaho è attualmente uno degli Stati americani con le leggi più severe sulle interruzioni volontarie di gravidanza e il referendum di domani, che è di iniziativa popolare, è considerato molto importante. Venerdì la Nona Corte d’Appello del Circuito degli Stati Uniti ha intanto sospeso la sentenza di un giudice secondo cui il divieto quasi totale di aborto nell’Idaho è incostituzionale, perché non prevede eccezioni nei casi in cui la gravidanza comporti rischi per la salute delle donne. Il procedimento nasce dal ricorso di un medico specializzato in gravidanze a rischio, Stacy T. Seyb che ha fatto causa perché sostiene che il divieto dell’Idaho gli vieta di curare le donne secondo scienza e coscienza.
I repubblicani e la destra evangelica trattano l’aborto come un tema prettamente ideologico. Ma il divieto dell’Idaho ha fatto capire a molti elettori ed elettrici dello Stato, anche cosiddetti «pro-life» (antiabortisti), che le posizioni di principio troppo nette finiscono per oscurare i problemi delle donne. Comprese quelle che vorrebbero portare a termine la loro gravidanza.
Ci sono stati casi in cui donne incinte sono dovute andare d’urgenza in altri Stati o hanno rischiato di morire perché il divieto di aborto ha impedito ai medici di intervenire quando ci sono state complicazioni con la gravidanza. Nicole Miller, 39 anni, era incinta del terzo figlio, concepito attraverso la procreazione medicalmente assistita, quando intorno alla diciassettesima settimana ha cominciato a perdere liquido amniotico. Alla ventesima settimana si è svegliata con una forte emorragia ed è andata al pronto soccorso dell’ospedale St. Luke’s di Boise. La gravidanza non sarebbe potuta proseguire, ma il feto aveva ancora un battito cardiaco e il medico le ha spiegato che non poteva intervenire per fermare l’emorragia senza rischiare di venire arrestato e di perdere la sua licenza medica. Miller è stata trasferita in aereo nello Utah, ancora in condizioni critiche. Quando è arrivata all’ospedale di Salt Lake City erano trascorse circa 14 ore dal suo ingresso al pronto soccorso in Idaho. Qui ha ricevuto le cure necessarie, compresa l’interruzione della gravidanza. Miller ha raccontato di aver temuto di morire e di non rivedere più le sue due figlie.
Un altro caso riguarda una donna alla quattordicesima settimana di gravidanza, che aveva sviluppato una grave emorragia subcoriale, con un distacco parziale della placenta dalla parete uterina. Anche in questo caso, i medici sapevano che la gravidanza non sarebbe potuta proseguire, ma non potevano proporle un’interruzione per timore delle conseguenze legali. La paziente è tornata al pronto soccorso quattro volte in una settimana, continuando a perdere sangue e diventando progressivamente anemica. Alla quarta visita la sua ginecologa e le infermiere hanno deciso di ricoverarla, contravvenendo alle regole interne dell’ospedale. Poche ore dopo la donna ha perso il feto, ha avuto un’emorragia e ha avuto bisogno di una trasfusione di sangue.
Dopo l’entrata in vigore del divieto, il sistema di pronto soccorso dell’Idaho ha dovuto trasferire oltre venti pazienti incinte in aereo in altri Stati dove non ci sono limiti così stretti sull’aborto (circa una ogni due settimane). Nell’intero anno precedente era successo una volta sola. E secondo un rapporto di Physicians for Human Rights, il divieto ha portato a casi di emorragie, sepsi, insufficienza renale e compromissione della fertilità.
Non sono le uniche conseguenze. Nei primi due anni e mezzo dall’entrata in vigore del divieto circa 100 ginecologi specializzati in ostetricia hanno lasciato l’Idaho per le limitazioni imposte di fatto al loro lavoro. E secondo una ricerca dell’Università del Michigan, i divieti hanno fatto anche aumentare i costi dell’assistenza sanitaria: in media del 5,4% all’anno, ma ancora di più per le donne afroamericane (+12,8%) e ispaniche (+13,7%). «Questi risultati non sono stati riscontrati tra gli uomini, e la maggior parte delle donne del campione aveva un reddito superiore al 250% della soglia federale di povertà» nota il sito Stateline.
Il referendum di iniziativa popolare nasce anche dalla distanza tra le intenzioni dichiarate di una legge che vuole proteggere la vita e le sue conseguenze reali, che rischiano di mettere a repentaglio la vita delle donne in carne e ossa.
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| Rassegna americana |
| L’«intreccio» di Trump e gli insulti della «peggiore campagna di sempre» |
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In un comizio a Clarksville, nel Tennessee, il 10 ottobre Donald Trump ha sintetizzato magistralmente le ragioni del suo successo politico: «Potrei dire le cose più stupide e voi applaudireste e direste: oh, ti amo così tanto». È una semplice constatazione, che fa il paio con quella, lievemente più inquietante, di quando, nel 2016, disse: «Potrei stare in mezzo alla Quinta Strada e sparare a qualcuno, e non perderei nemmeno un elettore». Naturalmente, la mitomania incontra un limite, almeno in democrazia: il voto degli elettori. Da domani si vedrà se gli americani ai quali aveva promesso «mai più guerre», inflazione bassa e un’America «great again» sono disposti a bersi tutto: compreso il gasolio alle stelle, guerre ovunque, inflazione in crescita, un clima da guerra civile imminente e una montagna di cose stupide dette e fatte. Nel frattempo, si può tranquillamente parlare della «campagna elettorale peggiore di sempre». È un luogo comune ripetuto a ogni turno, ma stavolta, nelle elezioni di midterm, il trofeo sembra vinto a mani basse.
Si potrà obiettare che già in passato Trump e i suoi hanno superato ogni limite. Per esempio, nel 2011, con il birtherism, la teoria che Obama non fosse nato negli Stati Uniti. E poi, nel 2024, con il famoso slogan tormentone: «They eating the dogs, they eating the cats». Dove «they» erano gli immigrati haitiani accusati di nutrirsi dei succulenti animali domestici di Springfield. È vero ma quest’anno il fenomeno sembra ormai fuori controllo. Trump è il cattivo maestro, seguito da torme di seguaci. Come segnala il New York Times, «è più prolisso, smemorato, ripetitivo, volgare e assolutista di quando si candidò alla presidenza dieci anni fa. I suoi discorsi sconclusionati sono sempre più confusi». Ma fanno ridere. Almeno i suoi seguaci, il suo pubblico, che si diverte un mondo. E Trump sembra sempre superare la soglia del dicibile. Come quando, in un cantiere edile senza recinzione, disse: «Solo un ispanico potrebbe sopravvivere a quella caduta». Che non si capisce se fosse un complimento al loro vigore atletico o un insulto. Nel dubbio si ride, ispanici compresi.
Trump ha definitivamente seppellito ogni logica, è oltre il «bipensiero» orwelliano, quello che consiste nel sostenere contemporaneamente due opinioni contraddittorie. L’importante è far ridere, scandalizzare, provocare. Lui è quello che mette in guardia dai brogli a ogni sospiro, eppure è lo stesso che il 10 settembre invitava i suoi a «imbrogliare come matti».
Di recente ha mostrato bizzarri segnali di apprezzamento per le terga, non solo femminili. A un comizio ha segnalato il suo apprezzamento per il sedere della rapper Nicki Minaj: «È difficile da ignorare, è uno spettacolo, davvero bellissimo. Spero che non si offenda». Lei non si è offesa, apparentemente, entusiasta del suo presidente. Ma Trump ha dato un’occhiatina anche al senatore Jon Husted, ex giocatore di football a livello universitario e candidato in Ohio: «Ho guardato il suo sedere, non mi era mai capitato con un uomo». Brividi. Un’emozione nuova. E così lo ha elogiato in almeno quattro comizi: «Un fascio di muscoli». «Forte come l’inferno». Ma in questi comizi ha spesso elogiato candidati uomini, definendoli «di bell’aspetto», «un vero uomo», «un fisico da trentenne». C’è persino un «sono innamorato di lui».
Il lato B di Trump, in senso metaforico, sono le sfuriate. Sempre più ingovernabili e insultanti. Come l’ultima al cronista della Reuters: «Sei disgustoso. Rimettiti in forma. Hai un aspetto orribile». A volte usa il turpiloquio in maniera diretta, piuttosto efficace, almeno con i parametri di qualche decennio fa: «Vinceremo e vinceremo alla grande. Glielo metteremo nel culo». La sua ossessione per il Nobel è nota e non averlo vinto lo ha spinto a dare un giudizio sulla Norvegia non troppo sorvegliato: «Francamente, la Norvegia fa schifo. La Norvegia è diventata un paese di merda, in realtà». La distorsione dei nomi è un classico, nessuna novità. Ma il livello di inventiva e il grado di offensività è sempre più elevato. James Talarico, il candidato democratico al Senato in Texas, è diventato «Talafreako». Annie Andrews è «Annie Trannie».
Ma non c’è solo Trump. Vivek Ramaswamy, candidato repubblicano a governatore dell’Ohio, ha mandato in onda uno spot in cui la madre della sfidante democratica Amy Acton definisce la figlia «bugiarda». Acton non vede la madre da quando aveva 12 anni, quando il patrigno fu arrestato con l’accusa di aver abusato sessualmente di lei. In Texas il vicepresidente JD Vance ha insinuato che Talarico fosse gay, proprio mentre alcuni esponenti Maga sostenevano che fosse stato ricoverato in un ospedale psichiatrico (era a casa per un’influenza). In North Carolina, una candidata repubblicana e il partito hanno collaborato a uno spot che usa l’intelligenza artificiale per ritrarre il suo avversario mentre balla con delle drag queen. In Maine, un super pac repubblicano sta accusando il candidato democratico Troy Jackson di essere un «mostro viscido» che ha per compagna la cugina di secondo grado, con lo slogan: «Se fotte la sua famiglia, fotterà anche la tua» (la candidata repubblicana, Susan Collins, ha poi chiesto che lo spot venisse ritirato). Peraltro, anche Rudy Giuliani aveva sposato una sua cugina di secondo grado.
Ilhan Omar, la deputata di origine somala aggredita a un convegno, è stata accusata da Trump di aver sposato il fratello e di averci fatto un figlio per avere la cittadinanza americana (falso, va da sé). Il candidato al Senato in Michigan Abdul El-Sayed, molto apprezzato da Barack Obama, è stato definito da Trump «un jihadista che farà entrare orde di jihadisti negli Usa». Ma anche lui, il candidato, non si è risparmiato: ha ridicolizzato la sua avversaria alle primarie (che poi è passata dalla parte del «nemico»). In sostegno di El-Sayed, ma non autorizzato, è comparso uno spot in cui un uomo prende un cartone di uova e una donna lo ferma: «Dobbiamo risparmiare quei 7 dollari per uccidere i palestinesi. Bombardare Gaza ci costa un sacco di soldi».
Il New York Times segnala un degrado cognitivo dell’ottantenne Trump, sulla base di un’analisi dettagliata dei suoi discorsi, affidata all’intelligenza artificiale: «Usa 15 parolacce ogni 10 mila parole rispetto alle 6 di 10 anni fa, un cambiamento coerente con la disinibizione legata all’età». Può darsi. Oppure è una strategia: alla gente piacciono gli insulti e qualcuno adora anche essere insultato. I dati segnalano che sono più che raddoppiate le digressioni sconclusionate, ma anche la durata media dei comizi. Segno che se i neuroni soffrono l’età, il fisico non sembra risentirne, nonostante la dieta non mediterranea a base di Big Mac e patatine fritte. Il suo flusso di coscienza ipnotizzante, fatto di iterazioni e divagazioni, è diventato oggetto di studio. Lui stesso ne è consapevole e lo chiama «the weave», l’intreccio, la tessitura. Funziona così: comincia una frase e non la finisce, inserisce un aneddoto che non conclude, poi accenna a un sondaggio, divaga sul cambiamento climatico, un rapido insulto a qualcuno e si torna all’inizio, con andatura a zig zag. La gente è frastornata, ma applaude. Lui rimane con il ciuffo ossigenato a mezz’aria e il ghigno a sberleffo. Alla convention di Dallas l’ha spiegato bene lui stesso: «Sapete cos’è questo intreccio? Si parla di qualcosa, poi si fa entrare una sala da ballo, un aereo o l’Air Force One. Ma notate che torno sempre allo stesso argomento». Come a dire, che è tutto preparato, controllato, organizzato. Quando non sarà più così, ha fatto capire, ve ne accorgerete: «Un giorno arriverà il momento in cui farò la tessitura, tesserò, tesserò. Un giorno arriverà il momento in cui non tornerò più all’argomento originale, e allora potrete dire che ne ha avuto abbastanza. Ok? Potrete dire allora che ne ha avuto abbastanza».
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| Rassegna economica |
| I profitti aziendali salgono il doppio dei salari e gli italiani si mettono in malattia: quale Paese lasciamo ai nostri figli |
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«Loro fanno finta di pagarci, noi facciamo finta di lavorare». L’immagine della fabbrica di vestiti Bolshevichka di Mosca (sopra) riassume tutto ciò che ci sarebbe da dire sull’Italia di oggi. Quel che ci sarebbe da dire – intendo – se provassimo per un istante a spiare il lato ironico di questo plumbeo autunno di piazze piene, tenute antisommossa, retorica dell’assedio, scioperi e blocchi dell’autotrasporto, scaffali vuoti nei supermarket, inflazione in aumento, salari e pensioni sempre più deboli.
Negli anni finali dell’esperimento bolscevico gli operai e i funzionari del partito scherzavano per consolarsi, spiegando che loro facevano uno “pseudolavoro per uno pseudosalario”: pagati troppo poco per viverci, si impegnavano troppo poco per produrre qualcosa. Era la fase di avvitamento. Meno pasti si potevano comprare con i salari e gli stipendi di tarda era sovietica, meno i lavoratori si impegnavano nelle fabbriche e negli uffici per fare effettivamente qualcosa; ma meno quelli si impegnavano, più il sistema finiva per potersi permettere di distribuire solo paghe da fame.
Il patto sociale che viene meno
E no, l’Italia non è una variante dell’Unione sovietica nel ventunesimo secolo. Semmai è una versione larvata, omeopatica, di un fenomeno visibile ovunque nel socialismo reale durante gli anni del crollo. C’è un’atmosfera e un accumulo di comportamenti, non è una dinamica misurabile nell’economia. Ciò che venne meno allora nel blocco sovietico fu il patto sociale fra chi lavorava e chi dirigeva le fabbriche; ad esso si sostituì un accordo non scritto in cui ciascuno cercava di preservare se stesso. Non il sistema, nel tempo: giusto se stesso, fino a domattina. L’immobilismo e l’assenza di riforme avevano portato tutti a quel punto. E in questo persino un’esperienza remota e diversa in tutto rispetto all’Italia del 2026 contiene un granello di attualità su cui potremmo riflettere. Vediamo.
Capitale vs lavoro
Perché stiamo tutti facendo una fatica tremenda a capitalizzare sui progressi degli ultimi anni. Guardate cosa dicono le tavole dell’Istat, l’istituto statistico. Siamo passati da 16,7 milioni di addetti delle imprese nel 2018 a 18,3 nel 2024: un aumento di circa un milione e mezzo di lavoratori dipendenti che spiega praticamente per intero – più che per intero, perché in altri settori l’occupazione è scesa – l’aumento degli occupati in Italia da 23 milioni nel 2026 a 24,3 milioni due mesi fa. Sempre nel periodo 2018-2024 il valore aggiunto delle imprese espresso in euro è salito di ben il 23,1%, da 806 a 1.100 miliardi (ricordo che il valore aggiunto è la differenza fra il prezzo finale a cui un’impresa riesce a vendere il suo prodotto e il costo dei beni e dei servizi che deve comprare per generare quel prodotto). In sostanza questo valore è cresciuto più dell’inflazione, salita del 17%: negli ultimi sei anni misurati, le imprese italiane sono riuscite a crescere in modo sostanziale.
Niente di sovietico, in tutto questo: abbiamo più addetti e più capacità di imporre un prezzo superiore grazie alla qualità e unicità dei beni e dei servizi prodotti. Non solo. Nel 2018 le imprese italiane fatturavano in media 186 mila euro per addetto, nel 2024 erano saliti a 222 mila euro. Ok, non tutti possono fare come i migliori in assoluto: oltre due milioni per addetto per l’Eni, oltre un milione per la Ferrari o l’Enel. Ma siamo più o meno allineati agli Stati Uniti, per questa misura. Cosa potrebbe mai andare storto? Perché tutta questa collera nelle piazze e tutta questa nebbia nelle parole di politici e sindacalisti?
Chi vince e chi no
Riavvolgiamo il nastro, sempre tenendoci stretti alle tavole di dati che l’Istat produce sui conti economici delle imprese. Guardiamo più in dettaglio a quello che è successo fra il 2018 e il 2024, sapendo bene che nulla indica un’inversione di tendenza negli ultimi due anni.
- Valore aggiunto per addetto – più 23,1
- Fatturato per addetto – più 19,2%
- Inflazione – più 17,1%
- Costo del lavoro per le imprese – più 12,4%
- Compensi lordi per gli addetti – più 12,2%
In sostanza il fatturato e il valore aggiunto sono saliti più dell’inflazione, quindi hanno guadagnato terreno in termini reali. Le buste paga lorde dei lavoratori e il costo del lavoro per le imprese invece sono cresciuti meno dell’inflazione, quindi hanno perso potere d’acquisto. In tempi diversi si sarebbe detto che il capitale ha vinto e il lavoro ha perso. Altro che Unione sovietica. Per essere più precisi, il valore aggiunto catturato dalle imprese è cresciuto quasi il doppio dei compensi dei lavoratori che hanno generato i prodotti venduti a quei prezzi. Ed è vero che l’aumento del valore aggiunto non è necessariamente proporzionale alla crescita del profitto; ma quando i salari reali calano, succede.
Niente di nuovo in realtà. Non è che non sappiamo. Gli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo hanno imposto all’attenzione del Paese gli effetti del carattere inefficiente e obsoleto dei sistemi di rinnovo dei salari. Scrivono in un recente articolo per il Foglio: «Tra il 2019 e il 2025 le retribuzioni contrattuali reali orarie nell’intera economia sono diminuite del 7,24%, mentre la produttività oraria è rimasta praticamente ferma». In settori dove affluiscono i giovani non laureati – la metà di un’intera generazione – il crollo del potere d’acquisto della paga da contratto sfiora il 10%. Il meccanismo è noto: i contratti collettivi scadono, l’inflazione prosegue ben oltre quanto previsto dai vecchi accordi salariali e i “negoziati” per i rinnovi si prolungano così tanti da rendere la perdita per i lavoratori permanente. Non è successo in tutti i settori con la stessa intensità, ma è successo in tutti i settori.
Leonardi con Marco Bentivogli ci informano anche, sempre sul Foglio, che si sta impantanando anche il (presunto) tentativo di sindacati e datori di lavoro di trovare sistemi di rinnovo dei contratti più efficienti. Non è ora il momento di entrare nel merito. Ma le resistenze delle parti mirano più che altro a preservare i ruoli delle burocrazie delle organizzazioni delle parti sociali, non i salari dei lavoratori; e il ruolo del governo nello spingere verso un sistema più moderno è flebilissimo.
La febbre dei certificati
Proviamo però ora a ribaltare la prospettiva, dando un’occhiata al comportamento dei lavoratori. Più precisamente, di alcuni lavoratori. Perché oggi abbiamo più dipendenti che si ammalano e si mettono in malattia – correttamente pagati anche nei giorni di assenza – di quanti ce ne fossero durante la pandemia. E abbiamo più certificati di malattia dei medici che vengono presentati agli uffici risorse umane delle aziende che ai tempi del Covid. Anche qui l’unica possibilità è tenersi stretti ai dati, in questo caso dell’Inps. Per un confronto omogeneo e recente, guardo ai valori del quarto trimestre dell’anno scorso in confronto allo stesso periodo degli anni prima. Il numero di lavoratori beneficiari di permessi-malattia è salito di oltre il 40% rispetto a prima della pandemia ma, appunto, è superiore anche rispetto ai tempi pandemici. Queste persone erano:
- 3,29 milioni nel 2018
- 4,22 milioni nel 2021
- 4,70 milioni nel 2025
Il numero di giornate retribuite passate in malattia è leggermente inferiore rispetto all’epoca del Covid, ma anch’esso è salito del 26% dal 2019. Ma il numero dei certificati medici che vengono presentati è letteralmente esploso di oltre il 50%. Erano:
- 5,8 milioni nel 2019
- 7,8 milioni nel 2021 (picco del Covid)
- 8,8 milioni nel 2025
Non abbiamo mai fatto lavorare tanto i medici su scartoffie e altre mansioni amministrative. O meglio, alcuni di noi non li hanno mai fatti lavorare tanto. E i medici nella stragrande maggioranza dei casi sono onesti e coscienziosi, ma quel milione di certificati in più rispetto al picco pandemico una domanda la pone: alcuni di loro, pochi senz’altro, sono anche compiacenti?
La risposta, ovviamente, non la ho. Non c’è nelle statistiche. C’è invece che questa esplosione delle “malattie” (con e senza virgolette) è molto superiore all’aumento del 6% del numero dei lavoratori dipendenti nello stesso periodo. C’è nei dati anche che l’aumento è più forte nel settore privato, forse perché è lì che l’occupazione è aumentata o anche perché per i dipendenti pubblici invece è più facile farsi autorizzare il lavoro da casa.
C’è infine nei dati – desumibili dal portale degli osservatori statistici dell’Inps, ciò che tutti sappiamo: sono i lavoratori a tempo indeterminato a mettersi molto più spesso in malattia (circa 11-12 giorni all’anno), mentre chi ha un contratto precario lo fa per meno della metà del tempo. In sostanza, fra chi ha la percezione del “posto sicuro” alcuni potrebbero avere un approccio meno scrupoloso; o, al contrario, chi non si sente sicuro potrebbe andare al lavoro anche se non sta bene.
Il fenomeno in Europa
Questa realtà va studiata e capita molto meglio di come io sia riuscito a fare fin qui. Non è un fenomeno solo italiano. È molto visibile in Germania e in genere in Europa occidentale.
Studi e osservazioni si sono concentrati sulla salute mentale dei lavoratori dopo la pandemia e sullo sfilacciarsi del legame fra loro e le loro imprese, in un’Europa spiazzata dalle tecnologie americane e dall’industria cinese. Quel che accade in Italia è dunque senz’altro parte di una tendenza più ampia, un sintomo generale di un malessere europeo che ci investe in pieno.
L’arretratezza «indivisibile»
Però è anche un fenomeno del mondo del lavoro italiano. Sono scelte di persone in Italia relative a imprese in Italia, compiute nel contesto sociale e psicologico del Paese. E qui nessuno ha ragione. Non avrebbero ragione i datori di lavoro nel lasciare che si eroda il potere d’acquisto dei dipendenti, sostenendo che troppi fra i più tutelati ne approfittano per assentarsi grazie a certificati medici falsi (e sì, ho sentito questi argomenti). E non avrebbero ragione i lavoratori che si assentano in modo indebito, sostenendo che faticano anche troppo per imprese che pagano sempre di meno in proporzione al costo della vita. “Non lavori e io ti pago poco” è una logica tanto perdente quanto “Mi paghi poco e io non lavoro”.
È una logica, mi spiace, sovietica: un equilibrio al ribasso che porterà tutti a star peggio. La rottura del rapporto sentimentale fra dipendenti e imprese è un fenomeno diffuso soprattutto nei Paesi avanzati, dopo la pandemia.
Ma in Italia c’è una questione in più. L’erosione parallela dei salari e delle presenze al lavoro dei più tutelati dimostra che questa spirale va interrotta. Dimostra che la modernizzazione del Paese è un bene indivisibile. L’arretratezza nelle relazioni fra parti sociali può spingere certi imprenditori a comportamenti opportunistici, impoverisce le famiglie e porta alcuni lavoratori – a torto – a giustificare a loro volta altri atteggiamenti opportunistici. E così via. Il ritorno delle forti differenze di tutela fra lavoratori a tempo indeterminato e precari – con lo smantellamento di fatto delle riforme del governo di Matteo Renzi – può creare diseguaglianza anche nel modo di stare in azienda tutti i giorni. Nel complesso, la mancata modernizzazione dell’Italia è una responsabilità di tutti: governo, sindacati, associazioni delle imprese. Però ora rischia di logorare il patto sociale attorno al lavoro e sostituirlo con un patto non scritto molto peggiore. Noi siamo meglio dell’Unione sovietica. Ma dobbiamo dimostrarlo.
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| Frammenti |
| I tagli invisibili al Servizio sanitario (poco) nazionale |
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Con la bozza di legge di Bilancio, che verrà significativamente cambiata dalle Camere, prende forma il sostegno assicurato nel 2027 al Servizio sanitario nazionale (Ssn). Continuiamo a chiamarlo così anche se poi è gestito dalle Regioni. E dunque è tutt’altro che nazionale viste le differenze, anche abissali, nell’assistenza garantita da amministrazioni diverse, con bilanci zoppicanti, o appena faticosamente uscite dal commissariamento e dopo aver sopportato impegnativi piani di rientro (resta solo il Molise).
Inoltre il voucher di 300 euro previsto per gli ultrasettantacinquenni è considerato un inaccettabile regalo alla sanità privata. Nel 2025 i cittadini hanno speso per curarsi 42,4 miliardi e, sempre secondo Gimbe, sono oltre cinque milioni le persone che hanno rinunciato a visite ed esami. Senza risorse adeguate, sostiene Cartabellotta, inutile parlare di Livelli essenziali di assistenza (Lea). Le Regioni saranno costrette ad aumentare le tasse o a tagliare i servizi. Ed è quello che sta accadendo.
Nell’analisi della Fondazione Gimbe, presieduta da Nino Cartabellotta, si sottolinea che le poche risorse aggiuntive, previste per il prossimo triennio, faranno crollare il rapporto tra spesa sanitaria e Prodotto interno lordo (Pil) al 5,87 per cento nel 2029. Se il rapporto fosse rimasto stabile rispetto a quello del 2023, il settore avrebbe potuto disporre di 22,7 miliardi in più. Sono questi i “tagli invisibili”.
L’opposizione promette, una volta al governo, di aumentare le risorse per il Ssn e portare il rapporto con il Pil almeno al 7-7,5 per cento (questa la soglia indicata dal Pd). Si tratta di trovare altri 20 miliardi. Dove? Con la solita litania dei proventi dalla lotta all’evasione fiscale o tagliando altri sussidi senza dire quali? O con una tassa di scopo? Ci si augura che il cantiere programmatico del cosiddetto “campo largo” sia meno vago.
Lo schema di legge di Bilancio prevede un aumento di soli 3,4 miliardi del Fondo sanitario nazionale che salirebbe così a 146,3 miliardi. Le Regioni ne chiedevano 6,8. Lo stesso ministro competente, Orazio Schillaci è rimasto visibilmente insoddisfatto (ne voleva almeno 5,5) L’aumento della dotazione non copre nemmeno l’effetto dell’inflazione.
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| La Cinebussola |
| «Dio ride», Veronesi si lancia nel mondo della spiritualità del Seicento |
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Con lo scarto del purosangue, Giovanni Veronesi mette da parte la commedia amabile, la rom-com più dolce che amara, e passa alla tragicommedia in costume, ispirata a una reale riflessione di Papa Francesco sulla gioia divina. Lui, ateo dichiarato, a capofitto nel mondo della spiritualità del Seicento, con luci e ombre, attraverso la figura di un fraticello analfabeta di testa dura e cuore tenero, il mite Leopoldo da Casamacchia (Pierfrancesco Favino), che con Dio ha un dialogo speciale: diretto come il sorriso di un bambino. Mentre la Chiesa predica in latino, frate Leopoldo racconta il Vangelo con una partecipazione contagiosa portando, a chi lo ascolta, sollievo e speranza. Il cognome Casamacchia è un’invenzione: Leopoldo se lo è dato per cancellare il passato e darsi un futuro. Incontriamo il frate nella campagna umbra mentre, nel pieno di un’epidemia di peste, si porta sulle spalle il priore che lo adottò da orfanello (Paolo Rossi) e lo aiuta a morire in misericordia. Poi, per sfuggire al contagio, sconfina in Toscana e trova rifugio nella stalla di un convento governato da un superiore deforme (Maurizio Lombardi).
A differenza del clero dell’epoca, che minaccia i fedeli con lo spauracchio della punizione divina, Leopoldo parla la lingua del popolo raccontando di un mondo che non è solo sofferenza e spine e di un Dio che sa ridere e curare le ferite dello spirito. Il suo messaggio si diffonde di villaggio in villaggio, conquistando il cuore di migliaia di persone che iniziano a seguirlo ovunque, compreso un fraticello ammalato (Francesco Gheghi). La sua popolarità cresce a tal punto da allarmare le gerarchie ecclesiastiche. La teologia del sorriso finisce sotto accusa. Il Papa decide di affidare il caso al più autorevole inquisitore del Sant’Uffizio, il cardinale Vincenzo Maculani (Silvio Orlando). «Di te dicono che sei blasfemo, che ridi delle Sacre Scritture, che rinneghi Dio e racconti con ilarità le parabole e i miracoli di Cristo. Ti stai mettendo in un bel guaio. Anzi, se io sono qui ti ci sei già messo». Intanto Leopoldo ottiene la fiducia della contessa Isabella Del Debbio (Alma Noce), ostaggio di un marito violento.
Nella parte centrale il film sfiora il legal thriller attraverso il serrato duello ideologico tra Leopoldo e Maculani. Quello che doveva essere un semplice processo per eresia si trasforma in un confronto tra due modi opposti di vivere la fede: di qui la libertà dello spirito di là la rigidità dogmatica del potere (rappresentato da un algido Papa Innocenzo X, interpretato da Carlo Cecchi, scomparso da pochi mesi). La condizione per uscire dalla morsa dell’Inquisizione è l’abiura. E qui facciamo punto, anche se chiari sono gli sviluppi della storia. Veronesi parla di un Dio vicino agli uomini capaci anche di ridere insieme a loro. Ma è la dinamica psicologica tra accusato e accusatore il vero motore del film. Favino infonde al suo fraticello un’amabile letizia, fino a essere commovente. Silvio Orlando risponde con una recitazione trattenuta e cerebrale. Il loro scontro verbale è magnetico e solleva interrogativi universali sulla fede, sul potere e garantisce sulla forza dell’ironia.
DIO RIDE di Giovanni Veronesi (Italia, 2026, 114’, PiperFilm) con Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando, Alma Noce, Maurizio Lombardi, Carlo Cecchi, Paolo Rossi, Francesco Gheghi, Alessandro Cucca Giudizio: dal 3 al 4 su 5 Nelle sale
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